Un futuro da bestia

Farò come la più piccola delle bestie, tutta istinto di vita e cura dei cuccioli, ricerca del minimo, star bene con poco e di guardia alla tana, nelle notti accese al lume di fuoco, finché non saremo stretti a fuggire e cercare altro rifugio. Senza indagare la fonte del male che ci stana, senza pretese copernicane di cambiarlo, estirparlo, invece seguendo una vita al più naturale e senza rancore, spenta di giudizio, priva di sicumera, ebbra di ferite solo mie, diffidente ma acuta all’intuito del bene. La mia vita sarà breve umile grata dolente, stupita, davanti ai soli occhi dei miei tesori. La mia vita selvatica sarà il loro insegnamento, offerta di senso da ricalcare o rigettare con la stessa libertà, ma all’unica insegna di altra vita possibile. Passerò fino all’ultimo dagli altri non visto, né complice né salvatore, lontano da questa pornografia del buon esempio, tra incendi letali ai vivi animali e vegetali, guerre virali tra umani e altri umani, cimiteri sommersi a miriadi tra le zolle d’Africa e Europa e ogni altra intenzione di questa feroce primavera della paura.

Agguato

Senza andare nei boschi, senza abitare nei boschi e dormirci la notte, senza essere una bestia che insieme vigila e dorme nella tana – fuori è l’orchestra furtiva dei fruscii predatori – senza nemmeno abitare in una campagna isolata o ripararsi tra i ruderi di un paese fantasma sotto le stelle, si può sentire la paura, si può vivere la paura nella camera di una casa in centro città, lo stesso abbandono a sé stessi, la stessa incognita sul domani e la violenza in agguato dell’unica vera comune condizione dei viventi: la precarietà. Nascondi il filo meglio che puoi, un giorno lo troveranno comunque e non sarai più appeso, tenuto voluto sentito nutrito cullato. Dov’è il sorriso, dove l’abbraccio, dove la rassicurazione, dove il calore che ci faceva chiudere gli occhi sottraendoci alla notte? Siamo nella notte adesso, si deve scegliere come affrontarla. Il meglio è quando riesci ad accendere un fuoco. Più spesso sono solo occhi aperti al buio nell’antro o stretti sugli alberi in sospeso.

L’ultimo giorno nuovo

Amore,

oggi è stato il tuo ultimo giorno nuovo in calendario. Domani fai un anno e riprendi il giro, ma sulla tangente delle infinite prime volte che ancora ti aspettano. Questo giorno l’abbiamo salutato passeggiando per la prima volta fianco a fianco in villa, alla lunghissima luce del tramonto. Con una manina ti tenevi stretto alla mia, con l’altra puntavi fisso l’indice in tutte le direzioni, affamato di mondo. Dove andare, appresso alle colombe che si allontanano sempre come l’orizzonte, o verso i ragazzi che fanno esplodere il pallone sul muro della casetta abbandonata? Oggi con te per mano alla villa, sarei potuto essere ovunque sentendomi a casa lo stesso. Tra una direzione e l’altra, un verso e l’altro, mi guardavi felice e io mi sentivo guardato dall’universo. Nel giardinetto condominiale stamattina è uscito il primo glicine e, mentre bevevo il caffè, ho visto un calabrone fare la corte ai grappoli di primavera che ieri non c’erano. Ieri non c’erano. Ieri non c’eri. Non ci sei stato per tantissimo tempo. Non ci sono stato per tantissimo tempo. Mai, non ci sono stato mai. Ti ho visto oggi, in piedi, nello spazio ben più grande della caldissima casa dove abitiamo, eri molto più piccolo di un calabrone che ronza attorno alla pergola, ma da solo riempivi ogni geometria della terra battuta e l’immenso verde e l’aria più alta dei rami che fanno casa ai pappagalli e ai corvi, tra i pini marittimi e le antiche mura di Aurelio. Avvolgimi per tanto altro tempo ancora con l’incandescenza delle tue connessioni che doppiano in velocità le mie. Corri ancora e più che puoi verso la tua misteriosa abbondanza, senza timore delle potature che verranno. Benvenuti sulla terra, dicono i tuoi occhi. Tuo padre e tua madre festeggiano questo buon primo giro, ancora commossi e increduli. Commossi e increduli che, un anno fa, questa era la tua ultima notte a testa in giù nella camera del sangue. E non lo sapevamo. Come l’infinito di quello che ci aspetta,

meraviglioso.

Meno sei lontana

Luce, più duri meno sei lontana. Oggi ho sorpreso il sole infuocare il pomeriggio ancora dopo le cinque, nel punto di fuga tra i palazzi in fondo alla via – alzo la testa e il cielo inaugura mille virate dal celeste al verde arancione. Domenica siamo stati al parco antico e per la prima volta ho visto mio figlio strappare a ruota i fili d’erba dal prato alto ai margini del telo – impeto di gioia. Dopo otto giorni che l’Etna divampa nella notte arrivandoci con foto e video strabilianti, oggi a Palermo si sono svegliati con la cenere sui terrazzi e nei balconi (spingi ancora, materia dalle viscere, copri la distanza, io ti aspetto, spingi nell’aria e arriva fin qui, dammi il bisogno di pulire a terra in preda allo stupore, spingi, sorvola Pompei, cadi al centro di casa mia, faccio un buco nel tetto dell’edificio e metto un cartello accanto all’antenna televisiva: isola madre nel cuore, prossima uscita). Stamattina, dalla mia camera tutta in penombra avevo comunque il sole in mano, era appeso a una lenza lunghissima e tirava guizzando nelle stanze degli altri collegati alla stessa riunione da città sparse in tutto il paese. Poco fa, mentre sparecchiavo ho sentito mio figlio giocare con sua madre facendo l’esatta risata di uno scoiattolo che vola tra i rami più fini degli alberi. Un elenco non basta, ma niente che riguardi la luce può bastare, questo disordine amoroso è il massimo traguardo. Luce, del tempo fai grovigli e lo rivolti, lo spazio trema quando passi, ti nascondi in stormi di cenere migrante, non so come fai come faccio, come farei, altrimenti. Tu mi hai insegnato tutto.

E vivete!

Era di Sabato, quando Gesù fece questo, e con lui c’erano moltissimi ragazzi. Ma uno dei Giudei, avendo visto quello che faceva, disse a Giuseppe: “Giuseppe, non vedi che il bambino Gesù fa di Sabato quello che non gli è permesso fare? Infatti ha fabbricato col fango dodici passeri”. Udito ciò, Giuseppe lo redarguì, dicendo: “Perché fai di Sabato queste cose, che non ci è permesso fare?” Allora Gesù, ascoltando Giuseppe, batté insieme le mani e disse ai suoi passeri: “Volate!” E quelli al comando della sua voce presero a volare. Poi, mentre tutti erano lì presenti, e vedevano e udivano, disse ancora agli uccelli: “Andate, volate sulla terra e su tutto l’universo e vivete!”

Dai Vangeli apocrifi dell’infanzia, Pseudo Matteo, XXVII.

Il creato

Ti piace, l’albero, verde? Ti piace, il cielo, azzurro? E il mare, ti piace liquido? Ogni cosa ti presento e ogni domanda è sincera. Figlio, con te alla finestra, ignoro l’impotenza del mio capriccio e che le cose sono già date prima del nostro arrivo. Te lo chiedo con tutto me stesso: ti piace, l’albero, verde? Ti piace, il cielo, azzurro? E il mare, ti piace liquido? Tu metti la bocca a forma di mondo per lo stupore e sorridi ogni volta per dirmi che tutto ti piace com’è. Ma la durata dei tuoi esami toglie il fiato. Credo che potresti dirmi anche di no, metto vero in conto che potrebbe non piacerti una parte del creato e allora io mi darei a cambiarla, sicuro di riuscire. Ti chiederei solo un po’ di tempo. Andrei alla fucina del monte che ribolle, fonderei la materia e ti farei di nuovo una domanda per ogni cosa e così, avanti, finché l’esame dei tuoi occhi non finirebbe in un sorriso. Ti piace, l’albero, azzurro? Ti piace, il cielo, arancione? E il mare, ti piace come vola il mare? Vedi piccolo, ti direi, è stato sempre tutto così.

Palermo è un incendio

Il sangue dei monti è fuoco e urla di notte davanti ai vetri della grande città sigillata alla sabbia dello scirocco: gli incendiari hanno fatto vulcano del colosso di rocce che guarda i palazzi. Il monte Cuccio è striato di fiamme sotto i due pinnacoli che qui chiamano le minne dando attributo femmineo al gigante che ha nome di maschio, conferma che tutte le cose al sud sono mescola di opposti – a volte sublime concilio, altre guerra violenta. E la cenere galleggia nell’aria desertica sopraffatta dal crimine e dall’ignoranza, dall’inverosimile ottusità del bene che pure c’è e riempie i gesti degli sconosciuti, le lacrime dei muti. Furioso, il vento di stanotte a Palermo unisce il fuoco aperto sui monti al metallo forsennato delle drizze nel porto che imitano le campanelle di un pascolo. Non è normale tanta aria calda alzata a quest’ora, non è naturale il fischio della sua corsa, pensano gli insonni al balcone sullo spettro delle piazze. Poi, gli alberi di vedetta sul gomito della Cala si piegano facendo una lingua dei segni che dice: non è naturale solo ciò a cui non sei ancora pronto – sgomento di bassi esplosi da una Golf al semaforo rosso come il bagliore nel cielo su Baida. Chi corre sfidando questo vento di fiamme? Gli ignoranti scattano al verde come faville dal monte acceso alla riva nera del mare. Il giorno dopo, questo giorno, è un sabato mattina convalescente, risveglio dopo due notti di febbre innaturale del paesaggio – le foto confermano la diagnosi: gli incendiari hanno fatto vulcano del monte più alto di Palermo. E come il magma scorre alla conca mutilata della città così scorre la morte nel sangue dei palermitani che bruciano la loro madre, perché la morte di ogni cosa per denaro è l’ossigeno che li tiene in vita. E li terrà certo nel tormento di pensieri suicidi, ogni volta che le pause dal crimine daranno loro il tempo per pensare al nulla di cui sono servi. Serva della vita, invece, la natura si rinnova nel tempo lunghissimo che all’uomo non è dato e non servirebbe nemmeno.

Quasi ogni pena

Il mondo può valere quasi ogni pena,
figlio che nascerai a chiunque
dopo questa attesa
dell’uomo, letargo al contrario
in primavera. Le tane si svuotano
e uno dal dormiveglia
in balcone ha avvistato animali
che prima non c’erano
– nessuno di loro si ferma
a cantare il prodigio del glicine in fiore,
tutti si chiedono invece dove sono
finiti i bambini. Ma loro
giocano, è vero, anche nel sonno
rovina amorosa di tutti
i genitori che ora stiamo diventando.

L’albero del cotone

Capire finalmente nel chiuso liscio delle pareti a cosa servono quegli alberi antipatici e refrattari col tronco tempestato di spine dure, detti alberi del cotone. Capirlo finalmente, come ancora invece resta buio molto altro e, per dirne una, l’utilità delle zanzare. Capire che saranno questi alberi, gli stessi che nei giorni di libertà teniamo ben lontani dai gomiti scoperti camminando nelle ville, saranno proprio loro il primo indirizzo delle nostre corse, finita la quarantena. Capire che usciremo dalle case, volando altezzosi tra le piante solitamente belle, dritti a palmi aperti per abbracciare fortissimo quei tronchi ispidi. Ogni centimetro di pelle spingerà per tutta la lunghezza degli aculei, dalle caviglie alle guance mescolando il sangue alla resina e agli insetti, come una richiesta di scuse e implorando che il dolore ci rassicuri di non stare più sognando. E più dolore sarà, più avremo certezza del vero. Levandoci poi sulle punte, coglieremo tutti i batuffoli bianchi – dai rami più alti a quelli più in basso – per curare ovunque le ferite spogliando il vivente e assimilandone la consapevolezza: la creazione ti ha reso capace di rimediare al particolare male che non puoi evitare di fare agli altri.