Il segreto di dicembre

Non c’è affatto vento ma, come si deve, il freddo e tremano le foglie in balcone. Giuro, il basilico trema e non c’è vento: nemmeno lui sa come è durato finora. Fragile e verde, generosissimo. Ma è ancora qua. E oggi ha vinto anche il cielo, riuscendo a non cadere malgrado le nuvole fitte di mezza mattina. Sugli ultimi lumi del rosso, pare che adesso tremino i cornicioni addirittura. Commossi per quello che dura sempre meno e manco è detto che torni domani: la luce e l’asciutto nelle spine del gelo che pure abbiamo tanto aspettato. L’arrivo delle spine è stato accolto dal resto che c’era prima e non è sparito ma ha fatto loro spazio senza sciogliersi in pioggia né spegnersi in uggia. Così le belle e fredde giornate corte a dicembre sembrano dire questo segreto: è possibile avere tutto e pure insieme.

Dammi

Dammi il corpo modulare delle piante, organismi indifferenti ai predatori fino al 95 per cento della superficie razziata. Dammi la fisiologia colonica delle piante, il loro non essere individui basati su parti del corpo insostituibili. Dammi la capacità generativa delle piante, di luce in luce verde vita per loro stesse e casa vivente a innumeri esseri di corsa tra le foglie o di stanza tra le radici. Dammi l’intelligenza evolutiva delle piante, che sentono buono ciò che è buono per la vita e cattivo ciò che vero è cattivo per la vita. Dammi la misura grata delle piante, identico presidio della vita in un vaso minimo di balcone come nei boschi di traverso alle montagne. Dammi la fratellanza concreta delle piante, che non si uccidono né si accusano o lottano per avere il potere una sull’altra. Comunicano, si muovono, nutrono e reagiscono all’ambiente donandosi tutto a vicenda per via di creature alate o terrestri o del vento e della pioggia se manca luce, nel tempo lentissimo che l’uomo non vede, nell’equilibrio che non sa mantenere, nell’armonia che mai sa farsi bastare. Fammi dire per 95 volte mi hanno spezzato, e quella successiva fammi ricoprire la terra di rami fiori e figli miei da oceano a oceano mare per sempre.

Fiamme

Qual è la vita senza incendio? Chi non sa la paura delle certezze crollate, la violenza privata dello stare al mondo? Ieri le fiamme hanno divorato il bosco di querce che dal milleduecento reggeva il tetto a Nostra Signora di Parigi. Le illuminazioni rosseggiano imprimendosi in fila nella memoria: l’altro ieri era l’orlo infuocato del buco nero, ieri la guglia ardente del monumento. La vita però non è un museo dal clima a tenuta stagna. Siamo fatti di temporali e schiarite, i primi senza riparo, le seconde pronte all’amo. Il sole-pesce guizza nel celeste, ma è vero: al vento molte lenze non superano gli aquiloni. Finché una mattina, il tiro alla schiarita, ormai fatto anche solo per gioco, andrà oltre la carta e allora mi vedrai tornare a casa con la stella. Sarà un giorno come gli altri. Le fiamme di ieri non saranno più maledette, fonderanno anzi la nostra storia dando forma smagliante alla buona reinvenzione di noi. Negli occhi avremo un furore, misto di ottusa fiducia e gioco fine a se stesso, compagnia mai respinta del tutto e desiderio di vivere insieme le bufere, penetrare la paura scarnificante e la solitudine fino al loro fondo bucato. Al bacio della stagione per il feroce rinnovo della vita, unico possibile epilogo in natura, e in Nostra Natura di Uomini.

Metà sopportazione

Il mare è salato, il sudore è salato. Il mare è il sudore della Terra e aumenta sempre di più: le acque già iniziano a coprire le spiagge nel maggese letale dei ghiacci che si riducono ai poli. La Terra fatica, da madre cerca ancora di contenere il nostro do re mi, ma canterà molto più a lungo di noi: cinque miliardi di anni le restano, finché dura il ciclo del sole che è arrivato a metà. Metà sopportazione. Poi la stella diventerà rossa – l’ho letto giorni fa – e questo granello celeste che ci dà respiro, e noi glielo togliamo, si aggiungerà alla polvere cosmica nelle anse del tempo. Avverrà una domenica perché, una volta iniziato, il conto è reperibile all’infinito. Non ci saranno più uomini a contare, ma sarà certo domenica. Una domenica come questa, il mare annegherà il cuore superstite del deserto africano. E noi saremo finalmente chiusi, completi in una storia fatta di luce solare, terra fin quando ce n’era, vita cosiddetta intelligente e altra ancora migliore: tra le rovine, vita di alberi in fiore.

Il meglio

C’è stato molto caldo ieri e oggi nel grande fuori. Ho dato acqua al nostro verde finché l’imbrunire non ha fuso le piante col bordo delle aiuole in un tutto di immobile incanto. Nessun vivo ricorda di aver comprato almeno uno dei tubi sparsi ai margini della scalinata o nei vari giardini: potrebbero anche stare qui dall’invenzione del cielo. Nel frattempo il sole li ha scoloriti prostrati e spaccati, e nel rito lento mi sono schizzato fin sotto i piedi. Prima di rientrare in casa sono tornato bambino, ho sentito mie le urla di nonna che rimprovera nonno di portare il fango dentro. Rivedo le unghie all’insù dei suoi piedi e il laccio che gli tiene le braghe arrese alle tarme degli armadi. In questi giorni ho fatto anche altro in linea col nono mese: ho sistemato i libri del bisnonno, mi sono fatto tagliare i capelli da mia madre e ho riparato la cara vecchia sedia di lacci. Settembre è il meglio per decifrare le grafie sottili dei biglietti lasciati in mezzo alle pagine; per dire addio a legami che poi ritornano; il meglio per sentirti parte di una storia iniziata prima che nascessi. E seguire tante domande nel sospeso dei giorni a cui nessuno osa dare più il nome di estate.

Le esatte successioni

Luna quasi piena contro l’azzurro terso della sera sul bosco davanti casa. Il sole basso taglia la superficie della roccia ancor più su esaltando facce di pietra rosa e alterne conche buie tra uno scheggione e l’altro del gruppo Sella. Gli uccelli in coro volano a spirali sui tetti di legno e ardesia dei granai. La luce continua a salire, toccherà alla croda lontana di un’altra valle il premio dell’ultimo sole dolomitico. Da qui si assiste alla danza dei sassi immobili che girano intorno alla nostra stella. Il vento oggi ha dissolto i banchi nebbiosi da tutta l’alta badia aprendo la vista all’innumerabile famiglia che brillerà stanotte sui sentieri di nuovo tornati alle bestie. Cervi, caprioli, camosci, scoiattoli, marmotte, alpaca, antilopi e altre forme viventi suoneranno i loro passi nella cavea dei larici che abbiamo attraversato stamattina – siamo scesi dal sasso della croce bevendo i ruscelli sulle canalette ricavate dai tronchi prossimi ai mulini in disuso. I camini qui fumano anche d’estate e sono le cucine dei vecchi rifugi che preparano ricette antiche per la cena dei camminatori. Il termometro è sceso sotto i quattordici gradi e prima di uscire all’aperto si beve un brulé di mele. Nessuno, pare, disturberà mai le esatte successioni di questo reame.

Ere

L’alta montagna nel rigore della sera fuma lenta di nubi e foschie. La danza del vento che tra guglie e crepacci fischia una musica impossibile da sentire in balcone, ma sicura adesso – com’è sicura la vita dei nostri cari altrove, adesso – copre e scopre nei suoi capricci la ciclopica roccia nera e i boschi che ogni anno veniamo a trovare d’estate, per fuggire il caldo impietoso della pianura. E so che il paesaggio non è immune allo scorrere del tempo. Il ghiacciaio della Marmolada si è molto ristretto negli ultimi decenni: che sia frutto di questa nuovissima era, l’antropocene – in cui per la prima volta è l’uomo a incidere sulla natura – o semplice esito scultoreo del tempo che passa da sempre, capisco che è sciocco essere invidiosi dell’apparente immutabilità degli esseri inanimati. L’albero invecchia come invecchia la mia pelle, solo è necessario più tempo di quello sufficiente a scavare le rughe sui volti degli uomini. Le stelle nascono, ardono, poi si spengono e certo non per effetto delle azioni umane. Il movimento, il passaggio delle cose non risparmia niente ed è in questo che posso dirmi fratello dei larici e delle ghiaie, dei canaloni e delle cenge, di queste dolomiti che un tempo erano un arcipelago corallino sotto le acque e adesso, la sera, fanno tremare i fiori di campo e le erbe sotto i tenebrosi scheggioni e le torri inaccessibili. Come il mistero democratico del tempo che avanza a passi discontinui e si dà senza maschera solo nella musica – anzi, nella musicalità – che è il suo ambito, come la spazialità lo è dei corpi, e la visibilità delle presenze, e l’anima di tutto ciò che respira.