Nella camera

Attendiamo una vita che cresce sempre più nella camera, lasciando al vuoto delle strade la nostra vittoria contro l’infinitamente piccolo e invisibile. Molto viene alla luce durante il riparo da un’epidemia. Nella vigilanza dei primi sintomi, l’attesa di due persone diventa l’attesa del genere umano. Come l’aratro suscita i minerali negli strati fondi del campo, rovesciando zolle al sereno variabile di marzo, così la gabbia dei nostri abbracci rivolta la pelle al primo senso dei legami, antica necessità dei corpi. Galleggia il tempo all’ingresso del porto che dà il nome alla città. Negli ultimi giorni di chiuso, ha iniziato a sfilare sotto il balcone e sempre allo stesso orario, quando scende la sera, una creatura mai vista prima. La puntualità del suo passaggio, dall’inizio dell’epidemia, ricama davanti alla mia finestra l’attesa di un nome: continuerà a passare finché non glielo daremo. Quante volte ho creduto che Adamo ed Eva avessero esaurito il compito per tutti! E invece. Il sole ci chiede ogni giorno un battesimo diverso.

Io sono

In baccio, dice la bimba che vuole essere presa. Ha una vocetta molle e tenera, come diventa il cuore a sentirla. Ha un nome, che non separa mai dal cognome e, se le chiedi quando è nata, dice: io non sono nata, io sono – e ripete nome e cognome, insieme. A quest’ora le viene la stanchezza sotto gli occhi. Ma di bobò non se ne palla: è arrivata la mamma. Le apiamo la potta? Sì. E cosa si dice in genere alla mamma, quando torna a casa? Mamma, c’è Matto e Lucia!

Enza

C’era questa povera donna, Enza, Enza D’affetto, amava moltissimo spedire e ricevere lettere, si può dire vivesse solo per quello, ma in trentacinque anni ancora nessuno le aveva risposto mai, nemmeno due righe su una cartolina o un telegramma. Aveva scritto al mondo intero: parenti vicini e lontani, amici vecchi e nuovi, bei ragazzi di cui si innamorava e altri che sapeva amanti di grafia a mano e corrispondenze, colleghi di lavoro, vicini di casa e sconosciuti presi a caso da ogni tipo di elenco. Immune a ogni genere di lusinga, il mondo intero continuava a tacere perché non voleva ammettere la sua grave mancanza, dovendo iniziare qualsiasi risposta con le parole Cara Enza D’affetto. Enza lo sapeva bene ormai, non si illudeva, e sapeva pure che per riuscire a parlare col mondo le bastava cambiare nome: che sarà mai, un paio di pratiche, mezzora di coda all’anagrafe e avrebbe ricevuto dal mondo intero tutto quello che lei gli aveva già corrisposto. Il dramma di Enza però, di questa povera donna, stava nel fatto che se c’era una cosa, una sola a cui teneva più della corrispondenza, quella cosa era il suo nome, e non perché fosse proprio quello, ma perché quello le avevano dato alla nascita. E lei non poteva essere un’altra da quella che era, no: il mondo allora avrebbe risposto a un’altra, non più a lei per come si era firmata mille volte con tanta speranza. Il primo che mi risponderà, continuava a dirsi, diventerà mio marito e allora sì che avrò un nome diverso. Un giorno partì per chissà dove, in cerca di nuove persone a cui scrivere, e dopo alcuni anni ci giunse voce che Enza non c’era più, che era morta. Nessuno di quelli che erano con lei conosceva nessuno di queste parti, per avvisare direttamente della sua scomparsa, così oggi non sappiamo che vita conducesse ormai, se fosse riuscita a sposarsi o meno, quindi nemmeno se sia morta “naturalmente” o si sia invece tolta la vita per lenire il dolore di tanto silenzio. Sappiamo solo che Enza se n’è andata col sorriso sulle labbra e ogni giorno, ci chiediamo, con quale nome.

Chagall

Chissà che sta facendo Chagall, come pura materia trasformata, intendo da buon erede del progresso scientifico, mica lo penso col cappello e le mani impiastrate di colore, no; ma chissà cosa farà in questo momento la sua metamorfosi, intendo, magari evaporata e già passata dall’aria al vuoto interstellare secondo la fisica quantistica ma pur sempre col suo nome finché ne esiste ancora la materia. Ecco, sì, allora cosa fa strano a dirsi: una polvere con un nome.