Fluttuazioni

Da qualche parte ancora i figli del Sessantotto protestano, senza sapere come andrà a finire. Da qualche parte ancora i palermitani del 1992 vibrano contro la mafia, senza conoscere delusione. Da qualche parte ancora l’occidente si sente unito, senza dubitare dell’11 settembre. Da qualche parte ancora gustiamo insieme il pranzo domenicale in villa, ignorando i morsi della lontananza. E quel grumo energetico di figli e palermitani e occidente e noi stessi, e altro ancora di precisamente luminoso, fluttua nell’aria aspettando solo di poter radunare un’altra volta le sue molecole. La vita è per la maggior parte la lenta gestazione di un’epifania, figlio che mi dai le spalle giocando sul libro sonoro a dirigere con mano sospesa la musica breve di ogni pagina. Ed è lunedì, e nessuno crederebbe mai possibile una cosa del genere il lunedì.

Farfalle

Le foto nel cassetto, quelle con la data scritta dietro, magari un commento – i magnifici! – vecchie di dieci venti trent’anni restano lì chiuse, nessuno le prende mai ma una volta, la domenica, solo una volta in tutta la giornata – e chissà quando: ogni domenica a un’ora diversa – vibrano come farfalle nelle scatole e nei raccoglitori o libere tra fili arricciati e ritagli di carta regalo, farfalle, chiedono di uscire e posarsi sulla mano ma lo fanno in silenzio, nessuno può sentirle, la richiesta si può solo decifrare da piccoli segnali: l’arcobaleno teso dai vetri del lampadario fino al divano; l’ombra della tenda che sventola sulla porta bianca come un sipario; l’odore di un mandarino sbucciato fra il dolce e il caffè; le note di pianoforte che dal palazzo antistante volano fin dentro casa; l’acciottolio delle stoviglie che qualcuno sta pulendo in cucina e altre epifanie disponibili come variazioni sul tema. Sono mille i linguaggi usati dalle foto nel cassetto che chiedono di essere riprese in mano ogni tanto, la domenica, nel corridoio spalancato da una vita intera e per quella sua interezza – già solo per quella, nel bene e nel male – vita meravigliosa.

Vite al limite

Siamo tornati ieri da una settimana al mare, sull’altro versante dell’isola. Mi mancano il silenzio e la vicinanza della nostra camera alla riva: di giorno, possibilità sempre aperta di fare un tuffo; di notte, ninnananna di spuma sotto le stelle. Ma questa casa di città in cui siamo tornati, in fondo, è una delle più vicine di Palermo al mare, benché la Cala sia interdetta ai bagni e certo silenziosa solo prima dell’alba. Appena arrivati qui, a febbraio, a ogni stretta di timore per il futuro imminente mi rifugiavo nella possibilità di controllare dal balcone le navi che ogni giorno vanno e vengono da Napoli o Genova. Questa visione – sentivo – mi ridarà sempre in bocca il gusto di essere appena arrivato e di restare in uno dei punti di questa città idealmente più “vicini” a Roma, non mi farà mai dimenticare la sensazione di avere le spalle ancora leggere e, se ne avrò proprio bisogno, asseconderà l’illusione di poter prendere il largo allungando un passo sul ponte della nave. Anche durante la quarantena, nel silenzio immobile del porto, ogni sabato a mezzanotte si muoveva il traghetto della GNV, bucando l’idea di essere tutti in gabbia e aprendo misteri sulla sua attività inconsueta. È la fortuna di chi vive al limite, non per collaudare le possibilità estreme del corpo, ma rubando invece qualche sogno a uno scenario di confine, zona molle del paesaggio che vive di transiti. Stasera mi affaccio sulla piazza e mi chiedo: di cos’è fatta la bellezza dei tuffi non programmati, cosa fa scattare la meraviglia delle ninnananne marine? La permeabilità dell’ambiente, forse, e il ricamo possibile di un segreto: caratteri di ogni vita al margine. La spiaggia, così, è lontana; il silenzio è una chimera. Ma ho in tasca un po’ dell’oro che lùce sull’altro verso dell’isola.

L’inutile previsione

A volte mi manca la quarantena. L’avevo inutilmente previsto, è realmente successo. In quarantena ogni cosa è giustificata e tu accetti molto di più gli eventi, nel bene e nel male. La quarantena è un’educazione ai desideri semplici, un invito a guardare la tua anima sulla piazza vuota, la fecondità scandalosa del silenzio, la meraviglia della città nuda, il collante umano dell’incertezza. Come durano poco gli insegnamenti della quarantena! Durano come il ricordo di un sogno che non supera l’ultimo sorso di colazione. Siamo di nuovo affamati di tutto. Anzi, siamo iper-affamati: vogliamo avere il possibile attuale e recuperare il possibile interdetto in quarantena. Che buffi! Pensavamo davvero di saper rinunciare a qualcosa. Pensavamo di poter imparare qualcosa. Pensavamo davvero che ci mancassero gli amici. Invece, era la nevrosi di star dietro a tutto che ci mancava; ci mancavano le mille occupazioni utili per non ascoltare; la possibilità di negarci alle chiamate degli amici. La finestra della clinica ostetrica davanti al mare, ricordo, era sempre accesa nella notte come un faro che guidava nel buio l’approdo delle nuove vite su questa terra. Adesso la finestra è una luce fioca tra le altre della gelateria davanti, della panineria spagnola in franchising a destra, delle mille macchine che corrono sulla strada accanto alle barche. Da quella finestra il battito dei tracciati ecografici usciva sotto gli alberi della piazza con la fontanella unendosi al canto degli uccelli e ai grilli elettronici del semaforo solitario. Ora il battito e i calci delle vite in arrivo sono soffocati dalle grida dei palermitani a passeggio nell’estate. Solo, ogni tanto, un piccolo gruppo aspetta davanti al portone della clinica e tu sai che non è in fila per il gelato; non fa il turno in panineria; non cerca un buco dove parcheggiare l’auto nella selva di lamiere che ha soffocato la piazza. Quel piccolo gruppo vive ancora un’attesa, una personale quarantena dal superfluo. Così, in mezzo alla volgarità del fracasso umano, continua lo sbarco della vita nuova. Ma è più difficile sentirlo, più complicato vederlo, quasi impossibile raccontarlo.

 

Grande

Il rasoio del barbiere sulla nuca non dà più il brivido alla schiena, la pista cifrata della settimana enigmistica resta intatta nel disinteresse al miracolo della linea unica. Il cuscino ha l’odore di mio padre se accosto il braccio alla fronte prima di dormire, mentre il compleanno di un amico mi fa pensare alla prima volta che lo festeggiammo da lui e mi rivedo che potrei essere mio figlio. Ho già riletto illuminazioni scritte anni fa con l’intento preciso di “usarle” quando avrei dimenticato quella grazia. Così dico sono grande davvero, e non per ciò che lo fa dire agli altri se spegni le candeline, inizi la scuola o ti nasce un fratello. Ho passato giorni che scavano tracce definitive e altri ne verranno, quando la mia terra (spero) sarà già più molle. Ieri mi è pure venuta in mente l’espressione al di là del bene e del male e l’ho sentita mia: ho passato il recinto dove tutto sta insieme e che da ragazzo, per la sua fatica evidente ma ancora misteriosa, mi ispirava un rispetto enorme, ai limiti della compassione, e insieme una forte curiosità per i più grandi. La certezza di essere fragili e l’istinto di proteggere gli amati; scegliere, oltre la rassicurante distinzione tra bene e male; amare, oltre il dogma sordo della non contraddizione. Da grandi sta tutto insieme. Così ogni volta mi ritrovo pure bambino, nell’attesa di crescita su una cosa che ho voglia di fare, che sia un tuffo a mare o un progetto da avviare. Qualcosa per cui valga la pena, qualcosa di bello, grande.

Mancare

Mi mancheranno, dice dei ragazzi l’insegnante alla fine dell’anno; mi manchi, dice lui a lei che è già partita per tre mesi di lavoro; mi manca, dice il nipote pensando alle mani di sua nonna; mi mancano, si dice all’amico dei pomeriggi consumati a giocare nel cortile; mi mancava, dice chi torna dopo un anno intero al rifugio estivo di una villa al mare; mi manco, dice il poeta pensando a tutto ciò che non sarà mai; ci mancava, dice chi nota solo ora un vuoto colmato da una gioia collettiva. Dal latino «màncus», debole, monco, imperfetto; non essere a sufficienza, far difetto e anche venir meno, spiega il dizionario, e aggiunge: restar di fare. Generoso l’esempio finale, mancar poco: non esser lungi, esser vicino. Quasi arrivare, quasi cantare, ecco.

Dimostrami

La vita è misteriosa come il colore di tutte le cose, che non si dà mai per assoluto ma asseconda gli umori della luce. La vita asseconda gli umori della luce e tu dimostrami che anche di notte il cielo non è azzurro, che anche di giorno il mare non è nero, che anche nella penultima ora di questo mercoledì io non sono appena arrivato a casa abbracciandoti forte.

Stai

Una voce canta una parola aperta, Stai, disponibile a mille orecchie. Le mie ci hanno fatto casa per mobilia d’innumeri sali e scendi Roma-Palermo e, nell’aria, la bonaria invidia cacciata a volte per i tanti tutti lì che, a ogni ritorno, rispondono alle mie con le loro novità. Stai inventa la commozione senza vincoli di tempo o di materia: non è Resti, a cui serve la “res” – la cosa, l’oggetto, il corpo; ma non è nemmeno Sei, che ti definisce senza aver bisogno di alcun luogo. Stai va oltre la presenza fisica ma richiede un posto ed è nel petto degli amici, se abiti lontano: vive prima e, insieme, dopo il presente. La sua semplicità è una rocca inespugnabile. Così a volte le canzoni diventano vestiti.

A due a due

A sommo dell’ascesa pomeridiana, davanti alla ripresa della scrittura per lavoro, si rischiano più agguati nostalgici di quelli messi già in conto per l’aria mite della sera; e capisci che, più di tutto, la differenza tra la giovinezza e la sua coda morente negli anni che bruciano decadi a grappoli è la cifra dei rapporti: prima, pochi e totalizzanti; ora, molti e parcellizzati sui mille tavoli dove hai giocato le tue carte. Ma resta imperitura la luce che scaldava i nostri pomeriggi di confidenze e musica, dubbi condivisi e porte ancora aperte, quando la cura dei rapporti era garantita dal loro limite numerico, dal rilancio fisico sul limite espressivo della cornetta e dal tempo che ci restava ogni giorno, per andare nel quinto mese a cercare insieme ciliegie da appendere alle orecchie, prima di mangiarle. A due a due.

Sabbia

All’inizio siamo compatti, ci conosciamo e facciamo insieme cose belle, facendo bella ogni cosa: in compagnia di amici o parenti più affini di altri, cadiamo nel presente al calore di un affetto in primo piano su tutto. Passano gli anni e, dopo tante altre felici cadute insieme, per mille motivi decenti e riassumibili in una sola parola – vita – ci disgreghiamo. Smettiamo di essere compatti e, uno a uno, ci stacchiamo come briciole dalla crosta: un giorno gli uni vedono cadere nel presente gli altri, restando però nella parte alta dell’ampolla di vetro e scoprendo di essere sempre stati sabbia, mentre i compagni di tanti anni passati insieme rimpiccioliscono nel vano oltre la strettoia. Il tempo così fa scendere, soli, uno alla volta nella clessidra, i grani dell’universo umano. Molti sognano di trovarsi accanto anche dall’altra parte. Qualcosa in loro alimenta una fiducia nel rimescolo del caso.