A due a due

A sommo dell’ascesa pomeridiana, davanti alla ripresa della scrittura per lavoro, si rischiano più agguati nostalgici di quelli messi già in conto per l’aria mite della sera; e capisci che, più di tutto, la differenza tra la giovinezza e la sua coda morente negli anni che bruciano decadi a grappoli è la cifra dei rapporti: prima, pochi e totalizzanti; ora, molti e parcellizzati sui mille tavoli dove hai giocato le tue carte. Ma resta imperitura la luce che scaldava i nostri pomeriggi di confidenze e musica, dubbi condivisi e porte ancora aperte, quando la cura dei rapporti era garantita dal loro limite numerico, dal rilancio fisico sul limite espressivo della cornetta e dal tempo che ci restava ogni giorno, per andare nel quinto mese a cercare insieme ciliegie da appendere alle orecchie, prima di mangiarle. A due a due.

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Sabbia

All’inizio siamo compatti, ci conosciamo e facciamo insieme cose belle, facendo bella ogni cosa: in compagnia di amici o parenti più affini di altri, cadiamo nel presente al calore di un affetto in primo piano su tutto. Passano gli anni e, dopo tante altre felici cadute insieme, per mille motivi decenti e riassumibili in una sola parola – vita – ci disgreghiamo. Smettiamo di essere compatti e, uno a uno, ci stacchiamo come briciole dalla crosta: un giorno gli uni vedono cadere nel presente gli altri, restando però nella parte alta dell’ampolla di vetro e scoprendo di essere sempre stati sabbia, mentre i compagni di tanti anni passati insieme rimpiccioliscono nel vano oltre la strettoia. Il tempo così fa scendere, soli, uno alla volta nella clessidra, i grani dell’universo umano. Molti sognano di trovarsi accanto anche dall’altra parte. Qualcosa in loro alimenta una fiducia nel rimescolo del caso.

Fiore d’autunno

La vita ci ha sparsi dall’isola come polline ovunque sul pianeta. E ci siamo pure trasformati, ognuno nel fiore che già conteneva o in quello che voleva diventare andando a cercare il terreno adatto. Come polline, abbiamo incrociato la strada anche di chi ci ha avuti in allergia e scacciati agitando la mano controvento. Ma noi eravamo nel vento: dopo una lieve flessione, la corsa ci ha spinti in avanti. Adesso il mondo profuma anche di noi, ma nessuno direbbe in una giornata di sole che la nostra bellezza geometrica nasconde anche un po’ di mestizia. Perché da casa non possono sentirci né vederci. Da casa l’olfatto non pesca fino in Canada, dove siamo andati a coltivare il nostro genio per la computer grafica. Da casa, figuriamoci, l’olfatto non pesca nemmeno fino a Roma o a Milano, dove siamo andati a coltivare il nostro genio per la scrittura. Eppure, io credo che ogni odore ricostruisce sempre in sé la strada che ridà al giardino di partenza, come una mappa insita nel genio cresciuto di ognuno. In certi casi, addirittura, sembra che alcuni nascondano fin dall’inizio – come ragione propria del volo che li ha posati altrove – il sogno di crearsi ad arte un ponte privilegiato per tornare a casa in ogni momento. Un arcobaleno che, si sa, è più trafficato nei giorni di pioggia o sul nascere d’autunno.

Nostalgia aliena

I meravigliosi gesti che facevamo per trovare una nave che ci portasse di nuovo a casa facevano splendido il pianeta in cui eravamo finiti. Avevamo le voci ancora sottili dei bimbi che sanno tutto e il posto di ogni cosa, ma presto il gioco si è ridotto all’esercizio di non dimenticare. Così ci sono cresciute piano delle ancore ai piedi e oggi ariamo campi negli abissi a testa alta: un mare di stelle solfeggia i nostri nomi come ritirate.

Ingiustizia

Quando ti manca qualcuno, degli amici che hai lasciato nella tua città, capisci che le cose, per come vanno, non vanno: è un’ingiustizia che ognuno abbia la sua vita. È ingiusto che a stare al mondo non sia la stessa nostra persona, indivisibile, nell’identico metro quadro che basta a due piedi per tenerla dritta sulla terra. I cuori lontani dovrebbero indossare lo stesso paio di scarpe.