Agguato

Senza andare nei boschi, senza abitare nei boschi e dormirci la notte, senza essere una bestia che insieme vigila e dorme nella tana – fuori è l’orchestra furtiva dei fruscii predatori – senza nemmeno abitare in una campagna isolata o ripararsi tra i ruderi di un paese fantasma sotto le stelle, si può sentire la paura, si può vivere la paura nella camera di una casa in centro città, lo stesso abbandono a sé stessi, la stessa incognita sul domani e la violenza in agguato dell’unica vera comune condizione dei viventi: la precarietà. Nascondi il filo meglio che puoi, un giorno lo troveranno comunque e non sarai più appeso, tenuto voluto sentito nutrito cullato. Dov’è il sorriso, dove l’abbraccio, dove la rassicurazione, dove il calore che ci faceva chiudere gli occhi sottraendoci alla notte? Siamo nella notte adesso, si deve scegliere come affrontarla. Il meglio è quando riesci ad accendere un fuoco. Più spesso sono solo occhi aperti al buio nell’antro o stretti sugli alberi in sospeso.

Uno spettro ingestibile

Quanto è grande la nostra miseria, quanto è lontana la stella che tocchiamo! Non c’è altro animale capace di spandersi tanto dall’estremo dell’infelicità a quello della gioia. Nessun altro cammina sulla terra con uno spettro così ingestibile di stati d’animo coscienti. A volte muore, addirittura, quell’animo; altre volte, da spettro, torna a impattare la luce. Dove è possibile collocarci davvero? Nel mezzo, sempre. Quando è possibile dire: eccomi? Nel presente, costante. Siamo il mare di notte che unisce le terre ma non appartiene alle coste. Le coste però tremano a ogni fulgore di luna. Si aprono molte frane e in sogno corriamo a vederle sul fondo, coperte di alghe come capelli nel vento. Ogni mattina risaliamo e ci riconosciamo, siamo un respiro lento e ipnotico o biancheggiamo levando colombine irregolari. Il sole ci trasforma in tanti spilli che bucano gli occhi dei viaggiatori nella nostra vita: all’inizio credono sia tutta luce. Col passare del tempo imparano che spesso tanto calore fa evaporare l’anima lasciando il viso corroso di sale. Aspettiamo la notte, ma nessuna notte torna: è sempre una notte nuova, quella a cui si chiede ristoro dal bruciore. Ogni tanto, nel suo cuore di fragilissima calma, lo tocchiamo davvero il fresco della stella. Ma è un ricordo troppo bello per farsi misura del resto e del giorno, perché è più facile basare il metro di una aspettativa accettabile su miseria e infelicità. Per non essere così facilmente traditi dai pensieri alti, forse. Ma vivere nell’autentico è vivere per essere traditi, allora, ogni volta con un bacio peggiore. Il futuro non è dei vincitori, è di chi ha la capacità di vivere. Una sconfitta di straordinaria bellezza.

Il bene soltanto

Canta l’unisono dei grilli nel giardinetto condominiale, beati misteri verdi negli interni dei palazzi romani. Il fiotto della fontana davanti alla pergola insiste nel tentativo di avvicinare il cielo chiaro di stanotte senza altre voci come la sua in perenne caduta sull’acqua. La luna si è già affacciata nella grande cava dei balconi accanto ai vetri accesi del vano ascensore. Nessuno torna a casa, nessuno esce passando accanto alle biciclette lasciate all’umido e ai ragni. Il mio bene soltanto viaggia nell’aria battendo ogni corsa volenterosa della luce, raggiungerebbe la più antica galassia prima di lei dove fosse un terminale che mi corrisponde. Mi parte dal petto, arriva nella stanza palermitana che lo ha generato e porta il carico buono della mia storia: a loro volta, da lì possono sentirlo. L’amore è l’unica rete senza fili che non dà malattie, anzi tiene viva ogni cosa e motiva al fondo tutte le opere che valgono il mio tempo breve. L’onda si nutre del bene che ancora mi sento voluto da chi pure non c’è più e da quelli che invece saltano ancora tra balsami e spine, credendo che la vita meriti comunque sempre più del suo opposto. E mi apro a una domanda come un bianco fiore di cactus: che cosa è davvero la pace?

Palermo è un incendio

Il sangue dei monti è fuoco e urla di notte davanti ai vetri della grande città sigillata alla sabbia dello scirocco: gli incendiari hanno fatto vulcano del colosso di rocce che guarda i palazzi. Il monte Cuccio è striato di fiamme sotto i due pinnacoli che qui chiamano le minne dando attributo femmineo al gigante che ha nome di maschio, conferma che tutte le cose al sud sono mescola di opposti – a volte sublime concilio, altre guerra violenta. E la cenere galleggia nell’aria desertica sopraffatta dal crimine e dall’ignoranza, dall’inverosimile ottusità del bene che pure c’è e riempie i gesti degli sconosciuti, le lacrime dei muti. Furioso, il vento di stanotte a Palermo unisce il fuoco aperto sui monti al metallo forsennato delle drizze nel porto che imitano le campanelle di un pascolo. Non è normale tanta aria calda alzata a quest’ora, non è naturale il fischio della sua corsa, pensano gli insonni al balcone sullo spettro delle piazze. Poi, gli alberi di vedetta sul gomito della Cala si piegano facendo una lingua dei segni che dice: non è naturale solo ciò a cui non sei ancora pronto – sgomento di bassi esplosi da una Golf al semaforo rosso come il bagliore nel cielo su Baida. Chi corre sfidando questo vento di fiamme? Gli ignoranti scattano al verde come faville dal monte acceso alla riva nera del mare. Il giorno dopo, questo giorno, è un sabato mattina convalescente, risveglio dopo due notti di febbre innaturale del paesaggio – le foto confermano la diagnosi: gli incendiari hanno fatto vulcano del monte più alto di Palermo. E come il magma scorre alla conca mutilata della città così scorre la morte nel sangue dei palermitani che bruciano la loro madre, perché la morte di ogni cosa per denaro è l’ossigeno che li tiene in vita. E li terrà certo nel tormento di pensieri suicidi, ogni volta che le pause dal crimine daranno loro il tempo per pensare al nulla di cui sono servi. Serva della vita, invece, la natura si rinnova nel tempo lunghissimo che all’uomo non è dato e non servirebbe nemmeno.

Sorgenti

Quando tutto si fermerà, e credimi s’è già fermato, le luci del porto continueranno il battito verde e rosso che guida i natanti al rientro dal mare la notte. Lo dico perché ancora le vedo, affacciato sulla piazza che a sinistra canta nel fiotto della fontana e a destra mi offre lo sguardo sul molo. Quando tutto si fermerà, ogni notte sarà un mare alto per tutti da cui rientrare tagliando flutti di gioia o di dolore, frangenti aperti al sonno leggero o a quello profondo, sereno. Lo scafo sarà comunque preso da una fatica, in quelle notti, perché la gioia costa fatica e il dolore lo stesso, così come il sonno leggero e quello profondo, sereno. Alcuni non troveranno vento per le loro vele e le luci del porto rimarranno due occhi sgranati sul nulla. Chi troverà invece la spinta buona al rientro, questa gli sarà data dal fiato che spira in due sole correnti: quella delle relazioni che ancora donano luce, e quella della memoria di chi per lui è stato luce. Il primo vento è dei giovani che hanno maestri da frequentare; il secondo vento è il mio e mi chiama a fare memoria dei miei maestri – niente a che fare con il ricordo, ma col rinnovo di una presenza. La presenza delle sorgenti a cui ho attinto la luce che io sono oggi, in un gesto tramandato, in una musica imparata, in un sorriso ereditato e in altro per com’era esatto in passato, con me da giovane e fino a qui. Perché luce chiama luce. Così sarò io ai nuovi del mondo toccandone a me, quando tutto si fermerà – e credimi s’è già fermato – il massimo onore.

Il mio nome

Poco fa, salutando la notte in balcone, ho sentito chiamare il mio nome. L’avrò certo confuso con qualche altro suono, tra i cigolanti carri dei netturbini e le ultime voci di chi rientra a casa dopo una serata alta con gli amici. Subito dopo però, mentre ancora chiudevo la finestra, mi sono detto: eppure qualcuno ci sarà nel mondo in questo momento, proprio adesso, allo stesso buio o già nell’alba di levante e forse ancora nel tardo pomeriggio dell’ovest, che starà chiamando il mio nome. Così è giusto dire che mi sono sbagliato solo in parte. Sì, è anzi più verosimile dell’altro, questo ultimo pensiero che mi sfiora di notte. Qualcuno ora e sempre chiama il mio nome.

Inaudito

A quest’ora della giornata ormai prossima all’attracco, ma ancora presa nelle manovre di ingresso al porto, anticipo il silenzio che la notte può donare a una città. Già prima di cena, si esaurirà la tosse dell’asciugatrice in funzione perenne nella lavanderia sotto casa. Il suono delle posate sui piatti, poi, sostituirà quello nervoso dei clacson in piazza lasciando le auto libere di scivolare lontano. Più tardi ancora, solo una risata alcolica dal marciapiede o i gomiti del carro netturbino graffieranno l’audio televisivo azionato dopo cena. Messa a tacere ogni scatola collegata alla corrente, la notte si stenderà in balcone sul filo d’acqua della fontana nel giardinetto del condominio. Reciso quell’unico mormorio, sentirei ancora il respiro della città, i lontani echi della veglia romana che fluttua nell’aria ingiallita dai lampioni. Lasciando però tutta questa antichità al buio pesto delle ore più nuove, in glorioso blackout fin oltre il raccordo, e superati i grilli delle campagne mute fino al lido più vicino, riuscirei a sentire il rumore del mare, qui, dalla mia ringhiera urbana. So bene che ci riuscirei. Ma ho paura che ormai ingestibile, questo infinito calando, abolita ogni forma di vita sonora tra il mio orecchio e la costa, non smetterebbe più di ingoiare il suono successivo e a quel punto sì, anche il battito marino, costringendo il moto delle acque salse alla stasi definitiva per il mio languore esagerato. Così il troppo amore, ho sentito dire, spesso uccide l’oggetto amato.

Palomar

Ieri sono andato a letto tardi e, prima di spegnere il lume alle tre, lento e grave come gli occhi miei di sonno, m’è venuto un pensiero: la cena di ieri con gli amici è stata carina. Era vero, se non per il fatto che alludessi a una cosa avvenuta quel giorno stesso, che solo non avevo ancora dato a Morfeo. Sentivo netta l’appartenenza di quella cena a un giorno ormai passato, ma non lo registravo come archiviato perché ero rimasto sveglio. Era ancora un giorno aperto, lo stesso, ma passato. Niente di strano, capita a tutti nella vita. Per tutti, cercare di capire dove finisca ieri e inizi oggi è come osservare il mare cercando di isolare un’onda da tutte le altre e distinguere, da quella precedente, la gobba successiva che rimbocca sulla vasta tavola d’acqua salsa. Per tutti, il sogno è l’unico mezzo che abbiamo per isolare le onde del mare e intendere la differenza tra ieri e oggi: se oggi è diverso da ieri è perché ho sognato; se io invecchio è solo perché esistono i sogni, che mettono ordine alla veglia e inventano il tempo che passa. E lo fanno senza farsi notare, spesso senza farsi ricordare la mattina, agendo per molti nella notte simile al buio che avvolge il traduttore agli occhi di chi legge un autore straniero. Volevo solo annotare questa cosa che capita a tutti e io non smetto di sapere.

Notturlabio

La notte è fucina di passione, che il buio si viva come terra di approdo o buonora di una partenza. Di notte chiudi l’ultima pagina di un libro, l’esame è domani ma un po’ ancora ne hai per stendere sul cuscino le mille intuizioni selvatiche fiorite accanto alle glosse. Di notte ti alzi, domani raggiungerai a vela il capo remoto dell’isola, così incontri al porto gli amici e salpate alle quattro per sottrarre al sole dodici miglia di odissea. La notte fonda scalda il gelo delle passioni nere, ricovera i litigi nella fiacca, dona propositi ai refrattari incalliti. Era notte nell’orto che duemila anni fa dischiuse la passione suprema; notte, quando vagai tra i chiari delle piante e le giare cucite da mio nonno; notte, quando mi alzai con un motivo nuovo ancora nell’orecchio. Solo a notte ci corrispondiamo per quelli che siamo davvero, perciò gli amanti di Wagner la invocano risolvendo in un istante armonico di la bemolle la loro impossibile unione. Se il sogno è più bello quanto più sembra realtà, la notte non imita il giorno e mi nutre passioni che il mondo di fuori, a mezzodì, ha meno luce dell’anima mia.