Anima antica migrante

I luoghi hanno un’anima e quell’anima a volte migra, passa da una casa all’altra con l’andatura impercettibile di un tempo quasi arboreo. Il passaggio non comporta sempre un cambio di abitazione: capita che la migrazione dell’anima da una casa all’altra segua un processo di espansione, per cui non c’è abbandono del primo luogo ma solo occupazione ulteriore di un’altra dimora. Esempio lampante di questo sono le case dei nonni. Le case dei miei nonni sono ancora lì, se mi capita di rientraci ogni recettore della memoria pesca l’anima del mio tempo bambino negli odori, nei mobili sotto la polvere, nel gigantismo delle stanze, negli anfratti segreti per sempre. L’anima dei nonni però è migrata nell’ultimo anno – mettendocene quaranta di cammino lentissimo – anche nelle case dei miei genitori e dei miei suoceri. È stato mio figlio a sancire questo passaggio. Le rare volte che ora mi trovo così a riposare nel pomeriggio sul divano di una delle due case, quasi per ventura della giostra autonoma a cui somigliano ormai le nostre vitacce, io appoggio lo sguardo su ogni spigolo della libreria, passando dai globi di luce sul tetto all’aria del soggiorno muto dopo pranzo, dopo aver addormentato mio figlio, e allora, come mai prima, sento che l’anima antica dei nonni è arrivata pure lì. La stessa anima che mi faceva le capriole attorno, mentre beato mi addormentavo nella casa dei miei nonni, adesso è tornata a trovarmi nella casa dove io ero soltanto figlio e che ora visito come padre. La connessione mi divampa nel petto e nei polmoni ed è forse qualcosa che anche Arturo coglie, quando non smette di camminare muovendo i primi passi della sua vita senza le nostre mani in queste case di Palermo che hanno tutte un pianoforte e un’anima nuova. Non so se assisterò mai alla terza migrazione, la definitiva, quella che prenderebbe dimora a casa mia e di Lucia. Una cosa però è certa, sulla condizione umana: felice fa rima con radice.