L’occasione

La scrittura è l’occasione che non ho parlando. E non perché sia timido o non disponga di uditori, ma per una questione di composizione. La scrittura si compone, la parola si suona. E dare alta voce a quello che scrivo mi imbarazza: perché non scrivo come parlo, mi sembrerebbe uno spreco, parlerei. Ma toccando appena l’aria, quella parola sarebbe già diversa dal pensiero che l’ha spinta e subito vorrei ritrattare, aggiustare, integrare – indugiare anche, se parlare è stare in presenza di qualcuno. Si scrive invece sempre da una distanza e per l’utopia di non dover ritrattare. In questo, ho sbagliato epoca. Oggi si rincorre molto un effetto di oralità sulla pagina, in linea con la mutazione della scrittura in fatto volatile: scripta volant, nei cieli della fibra ottica o per l’etere finché c’è campo di ricezione. Se dovessi cesellare qualcosa da dare a un pubblico in forma vocale, io invece canterei. Perché il suono che tocca l’aria in guisa canora non tradisce la forma concepita prima di darlo al sole, non impoverisce né modifica o fa scadere il pensiero (il mistero) in essa contenuto; tanto che ogni tipo di deviazione ha il nome di stonatura, e si nota. I miei trentadue lettori avranno ormai ben capito che amo la musica. L’occasione che raccolgo qui, invece, è del mio pensiero che venga eseguito da occhi altrui, nel silenzio del lettore. Accenda lui le connessioni del mio dettato, nella stessa assenza di suono fisico in cui io ho scelto e salvato ogni parola. Questa è la gioia dei compositori che, più di ogni esecuzione personale del suono, danno la loro vita alla scrittura di quel suono.