Evaporare

Dopodomani tornerò distante mille chilometri e inizio già a perdere peso. La bilancia non lo dice ma sto evaporando. Con buona pace del Bardo, siamo fatti della stessa sostanza dell’acqua. In due giorni, il sessanta per cento del mio corpo migrerà in un altro stato, lasciando a questa terra isolana poco più delle mie ossa. I cari e gli amici ormai hanno riempito i loro discorsi di appuntamenti con l’idraulico e visite da fare ai cugini e serate da passare insieme che non mi riguardano più. Finché sono ancora qui, io cerco pure di guardarli negli occhi mentre parlano, seguo i fili che si passano tra le mani e cerco di inserirmi, ma in cambio ricevo solo sguardi come richieste di perdono: scusaci, nessuno ci ha ancora insegnato a vedere i fantasmi. Forse, ormai trasparente, riuscirò a fare un tuffo anche sabato mattina. L’aereo mi decollerà a ora di pranzo, lasciando rotolare la mia testa sull’ultima spiaggia, espressione che allude al mare come massimo emblema dell’occasione. Mare mesto del nono mese, sei dell’anno il più bel parto, che la doglia più scavata è dal cordone tuo il mio stacco. Ogni anno metto tanti legami d’amore a ineterno riposo. Ogni anno rompo le acque come partendo per la stazione spaziale internazionale. Ogni anno ne certifico lo sgomento. Quante volte si può scrivere la parola adesso per cercare inutilmente di fermare il tempo?

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Resina

Nel tardo pomeriggio di ieri eravamo in giardino, la villa tremava di freddo e mentre parlavamo, ormai davanti al cancello per l’ultimo saluto, abbiamo sentito tutti e tre un odore. Sembra ceretta, hai detto. E io, occhi lucidi sotto gli alberi obliqui e mutilati dall’inverno: questa è resina. La voce mi è uscita di istinto, prima di quanto servisse a capire se avevo detto bene. Ma non potevamo certo sentire odore di ceretta all’aperto, distanti dalle case con le finestre chiuse al gelo. Doveva essere resina. E lo era. A lei quelle mie parole inconfutabili sono rimaste attaccate, nell’aria che ci nutre dal cancello fino alla parete della montagna. Stamattina che ho paura di volare galleggiano ancora, sotto le nubi sparse di Mondello, e lo faranno anche stasera al solletico della nebula piovasca tra i rami neri e l’aura sempreverde, profumata, della nonna: madre musica di nostra madre, terza compagnia. Quando sarò lontano.