Prima di dormire

Qui un mese dura un anno, le ore sono gualcite dai mille nervi del cambiamento, ma appena mi fermo non so spiegarmi la più bianca maschera col soffio che tutto sembra durare. Cresci in bellezza e presenza alla velocità dei fiori notturni che trovo la mattina in balcone, sui vasi delle piantine grasse. Ma dai ancora senso a frasi come ora addormentiamo la luna, prima di cantarti la ninna davanti al lumetto a parete; quegli alberi hanno raccontato una favola alle macchine, mentre guardiamo le auto dormire accosto alla villa davanti casa. Non c’è caos maggiore da cui sorgono stelle in tutto il mondo – né bianche notti di fegato spaccato per locali o precipizi di canoa sulle rapide in montagna, né concerto urlato accanto alla cassa o alba d’amore sulla lama dei sospiri – di quello che si avvita nelle stanze che vanno a letto presto, evaporando sul cuscino l’ultimo briciolo di stanchezza cosmica. Da nessun’altra parte le stelle danzano così. Eppure hanno senso frasi allarmanti, di apparente segno opposto, come finalmente ho addormentato l’amore o come si fa a spegnerti, amore? Il vortice questo fa: fa toccare la punta delle dita al tempo e all’eterno, mentre fuori un pettine gigante è quasi arrivato ai nodi del bene e del male.

La terza parola

Comunicazione di servizio al me stesso del futuro, come un promemoria: oggi, giorno in cui è stato assegnato il Nobel per la Letteratura, mio figlio ha detto la sua terza parola completa: penna! Visti i festeggiamenti, da circa mezz’ora gira per casa con una penna in mano dicendo: penna! La prima parola è stata banana; la seconda camion; la terza penna. Prima cibarsi, poi guadagnare, poi scrivere. Giusto.

Sul metro dei quanti

Piccolo come diventa, può stare ovunque, nascondersi e non farsi trovare, passare la materia e certo uscire, quando e come vuole, da ogni poro. Invece resta dentro. Ridotto e stretto come niente al mondo, il cuore, la prima volta che porti un figlio al nido. È fisica, elemento più piccolo sul metro dei quanti non esiste. E le traiettorie! Impazzite sghembe nervose, accelerate al millisecondo, battono sulle ossa e sulle pareti di carne. Torni a casa, valuti il da fare, parli col portiere, fai bene le scale, infili la toppa e cedi – un altro vuoto: stavolta è nella mente. Si è staccato dalla mente un ramo intero. Nato da poco ma cresciuto subito forte, divaricato in mille legni verdi sottili per l’esposizione fortunatissima. Così fitta ne era la trama da fare ombra a terra e fresco per l’erba dove giocare. Adesso quel ramo vive ma altrove; altrove ma per poco; e tanto basta al laser del sole per incenerire le farfalle nate lì sotto. Così è l’ennesima novità, l’innumero esilio dal centro. E ogni volta non sai dove ti hanno posato, non sai da dove scrivi, da dove guardi, da dove pensi, tanto la vita ha rapito la vita a te stesso con altra vita mai ferma e lucente. E si scrive poco, sempre da una periferia, mai più dal centro; si guarda mai più dagli occhi; si ascolta mai più dalle orecchie solo nostre – sempre avuti, sempre avute, prima che l’amorino ti riducesse il cuore sul metro dei: “Quanti siete ora nella stessa vita davvero?”

L’aquilone

C’è un bambino, di un anno e poco più, a mollo in piscinetta, ride sguazza gioca schiaffa e risponde occhi socchiusi per la luce, le mani ormai di carta, la pelle una muta d’acqua, spiccando urletti di gioia su infinite variazioni di una sillaba, “ca”, sempre la stessa. Così guardando ogni tanto di lato, dal tavolo di lavoro in terrazzo, si sente meno caldo, meno attrito, meno peso e gravità arrivando su, alla fetta di fresco con la vista alta sul mondo – è un bel tappeto che non parla, vibra solo e sai di cosa: felici bimbi a mollo per tre ore, colla palla e il leone, mentre tu fai l’aquilone.

Olfattivo

L’odore di pomodoro che hai ovunque sul viso dopo aver pranzato con le mani. Odore di matita nella camera dei tuoi primi tentativi coi colori. Odore di sudore condensato sulle punte dei riccioli rossi dopo una giostra di giochi in casa. Odore di terra e marciapiede che fai quando torniamo dall’infinito della villa. Odore di saliva che ti fanno le mani infilate sempre in bocca per il pizzico del quinto dente in arrivo. Odore di stoffa sintetica e bisogni stantii che esplode aprendo il cestino dei pannolini. Odore di sapone senza sapone e crema alla calendula dopo il bagnetto. Odore di caldo che ti investe da più lati quando ti accovacci su di me al momento temuto desiderato del fon. Odore di cuoio e gomma che fanno i sandaletti appena comprati per i prossimi mesi estivi. Sei luce così anche se io non avessi occhi per l’amore visivo. Ho messo due foto accanto, sullo scaffale dei libri: io con te in braccio davanti alla luce dell’oblò nel nostro primo viaggio in nave; mia nonna con un mazzo di fiori sulle gambe accavallate, regalo per il Natale 2000 della signorina Galbato. L’amore gioca con il tempo e tu sei l’odore di quei fiori.

L’ultimo giorno nuovo

Amore,

oggi è stato il tuo ultimo giorno nuovo in calendario. Domani fai un anno e riprendi il giro, ma sulla tangente delle infinite prime volte che ancora ti aspettano. Questo giorno l’abbiamo salutato passeggiando per la prima volta fianco a fianco in villa, alla lunghissima luce del tramonto. Con una manina ti tenevi stretto alla mia, con l’altra puntavi fisso l’indice in tutte le direzioni, affamato di mondo. Dove andare, appresso alle colombe che si allontanano sempre come l’orizzonte, o verso i ragazzi che fanno esplodere il pallone sul muro della casetta abbandonata? Oggi con te per mano alla villa, sarei potuto essere ovunque sentendomi a casa lo stesso. Tra una direzione e l’altra, un verso e l’altro, mi guardavi felice e io mi sentivo guardato dall’universo. Nel giardinetto condominiale stamattina è uscito il primo glicine e, mentre bevevo il caffè, ho visto un calabrone fare la corte ai grappoli di primavera che ieri non c’erano. Ieri non c’erano. Ieri non c’eri. Non ci sei stato per tantissimo tempo. Non ci sono stato per tantissimo tempo. Mai, non ci sono stato mai. Ti ho visto oggi, in piedi, nello spazio ben più grande della caldissima casa dove abitiamo, eri molto più piccolo di un calabrone che ronza attorno alla pergola, ma da solo riempivi ogni geometria della terra battuta e l’immenso verde e l’aria più alta dei rami che fanno casa ai pappagalli e ai corvi, tra i pini marittimi e le antiche mura di Aurelio. Avvolgimi per tanto altro tempo ancora con l’incandescenza delle tue connessioni che doppiano in velocità le mie. Corri ancora e più che puoi verso la tua misteriosa abbondanza, senza timore delle potature che verranno. Benvenuti sulla terra, dicono i tuoi occhi. Tuo padre e tua madre festeggiano questo buon primo giro, ancora commossi e increduli. Commossi e increduli che, un anno fa, questa era la tua ultima notte a testa in giù nella camera del sangue. E non lo sapevamo. Come l’infinito di quello che ci aspetta,

meraviglioso.

Saprai essere terra

Saprai essere terra, figlio mio? Saprai allargare, spaccare il caro e modesto vaso in cui abbiamo trasferito le radici dopo il saluto a Palermo? I nostri appoggi spingono ma non trovano luogo, trabocca a volte l’acqua, non viene assorbita e soffoca. Vivere stretti così non permette di crescere, la curva di coccio è dura ma, anche spaccandola, fuori deve esserci la terra. Come vorrei darti aria e racconto del grande campo da cui vengo, da cui vieni. Dobbiamo riavere terra. Se tu sarai terra, se crescerai qui insegnandoci la vastità, l’oltre fecondo di questa vita lontana dall’origine, noi torneremo a espanderci, di storia fusto braccia rami dita e foglie, per te che avrai il massimo nutrimento. E saremo viventi simili a nessun altro nel campo attorno, saremo noi l’origine conquistata a morsi di bufera, avremo un colore unico e nella corteccia i segni del buio prima che cielo e terra fossero divisi. Ma tu sei già la nostra terra, amore. Nessuno ci ha suggerito il nome degli elementi che la abitano e noi siamo chiamati a un battesimo incessante. Vorremmo solo conoscere la lingua da cui saremo parlati e qui non ci sono maestri a cui fare domande, da cui imparare – cioè ricordare – il mondo prima di questo mondo nuovo che è il tuo sorriso.

Meno sei lontana

Luce, più duri meno sei lontana. Oggi ho sorpreso il sole infuocare il pomeriggio ancora dopo le cinque, nel punto di fuga tra i palazzi in fondo alla via – alzo la testa e il cielo inaugura mille virate dal celeste al verde arancione. Domenica siamo stati al parco antico e per la prima volta ho visto mio figlio strappare a ruota i fili d’erba dal prato alto ai margini del telo – impeto di gioia. Dopo otto giorni che l’Etna divampa nella notte arrivandoci con foto e video strabilianti, oggi a Palermo si sono svegliati con la cenere sui terrazzi e nei balconi (spingi ancora, materia dalle viscere, copri la distanza, io ti aspetto, spingi nell’aria e arriva fin qui, dammi il bisogno di pulire a terra in preda allo stupore, spingi, sorvola Pompei, cadi al centro di casa mia, faccio un buco nel tetto dell’edificio e metto un cartello accanto all’antenna televisiva: isola madre nel cuore, prossima uscita). Stamattina, dalla mia camera tutta in penombra avevo comunque il sole in mano, era appeso a una lenza lunghissima e tirava guizzando nelle stanze degli altri collegati alla stessa riunione da città sparse in tutto il paese. Poco fa, mentre sparecchiavo ho sentito mio figlio giocare con sua madre facendo l’esatta risata di uno scoiattolo che vola tra i rami più fini degli alberi. Un elenco non basta, ma niente che riguardi la luce può bastare, questo disordine amoroso è il massimo traguardo. Luce, del tempo fai grovigli e lo rivolti, lo spazio trema quando passi, ti nascondi in stormi di cenere migrante, non so come fai come faccio, come farei, altrimenti. Tu mi hai insegnato tutto.

Pezzetti

Si chiude un anno importante come pochi altri. A parte il contagio mondiale di paura e l’ibernazione di ogni vicinanza umana, è nato mio figlio. Al centro della prima ondata, il 30 marzo, il mare si è aperto formando due alte pareti per darci all’asciutto invincibile di una vita in arrivo. Dopo nove mesi, cifra che mette in pari la sua durata intra ed extra uterina come altre due pareti sospese, mio figlio si diverte a stracciare la carta. Per questo gioco, oggi ho recuperato due dei tanti foglietti che, ormai da quasi un anno, stacco ogni mattina dal calendario e conservo per scriverci appunti sul retro. Via il primo, in mille frammenti poi gettati a terra; via il secondo, graziato da pochi strappi ma sempre fatto a pezzi finiti sotto il seggiolone. Ci siamo affacciati a guardarli. Non so cosa provasse lui ma, intuendo ancora la curva di un numero o la lettera di un giorno della settimana, io ho avuto un’illuminazione. Tienili tutti, ho pensato, falli a pezzi e resta solo tu qui, col tuo dentino e mezzo scoperto quando sorridi anche con gli occhi. A quel punto però era l’ora della pappa, e anche questo mi è parso illuminante, giusto: i bisogni primari e la corporeità spazzano via ogni palco favolistico della vita. In fondo, davanti a quegli unici due giorni eliminati dalle sue piccole mani curiose, l’intero calendario era già quasi del tutto sbiadito.

Per capire

Il mondo mi serve ormai solo per capire quanto mi manchi, se mi occupo di lui e non di te. Mi serve per ricordare la distanza in altezza che ormai c’è tra te e qualunque altra cosa definivo importante. Il mondo a cui non ti sottrarrò lo userò come linguaggio per rispondere alle tue domande senza paura di dire non lo so, vieni qui, abbracciami. Il mondo da cui inizierò a proteggerti non sarà il grande fuori, ma il mio incontrollabile e ancora non risolto al di qua della pelle. Ascolto un relatore e mi chiedo se intanto arricci il naso ridendo a tua madre. Studio da due ore e aspetto di sentirti sveglio per venire a prenderti. Sto mezza mattina fuori e spero di tornare in tempo per vederti mangiare la pappa con la bocca a forma di oh. Non ti insegnerò niente ma ti presenterò al creato: piante, questo è mio figlio; mare, nutrilo quando sarà un’isola; musica, sarai toccata dalle sue mani; curiosità, tienilo sempre con te; luce, sei sua madre. Aiutami a starci insieme per sempre.