Agguato

Senza andare nei boschi, senza abitare nei boschi e dormirci la notte, senza essere una bestia che insieme vigila e dorme nella tana – fuori è l’orchestra furtiva dei fruscii predatori – senza nemmeno abitare in una campagna isolata o ripararsi tra i ruderi di un paese fantasma sotto le stelle, si può sentire la paura, si può vivere la paura nella camera di una casa in centro città, lo stesso abbandono a sé stessi, la stessa incognita sul domani e la violenza in agguato dell’unica vera comune condizione dei viventi: la precarietà. Nascondi il filo meglio che puoi, un giorno lo troveranno comunque e non sarai più appeso, tenuto voluto sentito nutrito cullato. Dov’è il sorriso, dove l’abbraccio, dove la rassicurazione, dove il calore che ci faceva chiudere gli occhi sottraendoci alla notte? Siamo nella notte adesso, si deve scegliere come affrontarla. Il meglio è quando riesci ad accendere un fuoco. Più spesso sono solo occhi aperti al buio nell’antro o stretti sugli alberi in sospeso.

Pezzetti

Si chiude un anno importante come pochi altri. A parte il contagio mondiale di paura e l’ibernazione di ogni vicinanza umana, è nato mio figlio. Al centro della prima ondata, il 30 marzo, il mare si è aperto formando due alte pareti per darci all’asciutto invincibile di una vita in arrivo. Dopo nove mesi, cifra che mette in pari la sua durata intra ed extra uterina come altre due pareti sospese, mio figlio si diverte a stracciare la carta. Per questo gioco, oggi ho recuperato due dei tanti foglietti che, ormai da quasi un anno, stacco ogni mattina dal calendario e conservo per scriverci appunti sul retro. Via il primo, in mille frammenti poi gettati a terra; via il secondo, graziato da pochi strappi ma sempre fatto a pezzi finiti sotto il seggiolone. Ci siamo affacciati a guardarli. Non so cosa provasse lui ma, intuendo ancora la curva di un numero o la lettera di un giorno della settimana, io ho avuto un’illuminazione. Tienili tutti, ho pensato, falli a pezzi e resta solo tu qui, col tuo dentino e mezzo scoperto quando sorridi anche con gli occhi. A quel punto però era l’ora della pappa, e anche questo mi è parso illuminante, giusto: i bisogni primari e la corporeità spazzano via ogni palco favolistico della vita. In fondo, davanti a quegli unici due giorni eliminati dalle sue piccole mani curiose, l’intero calendario era già quasi del tutto sbiadito.

Paura del referendum

Se considero che non c’è mai un solo e unico modo per cambiare le cose, il sì/no non è più discrimine tra chi vuole cambiare e chi non vuole cambiare lo status quo, e io mi libero già da un pesante ricatto morale. Se considero poi che una cosa sono le norme, un’altra ben diversa sono le persone, mi accorgo che il voto di chiunque dipende – oltre che da un giudizio di merito sulle nuove norme – anche dalla fiducia nei politici che le propongono chiedendo fede ulteriore sul modo in cui sapranno modificare poi altre norme (elettorali al senato), dovesse passare la riforma. Se considero infine che tutti gli argomenti dei sostenitori del sì con cui ho parlato sembrano generati unicamente da un sentimento di terrore (gli investitori chiuderanno i rubinetti, i governi saranno instabili, l’occasione non si presenterà più, finiremo sconfitti dall’Ue come la Grecia), capisco la differenza tra paura costruttiva e paura addomesticante. Per esempio, nel 1948 la paura fu costruttiva perché generò la proposta per un nostro futuro diverso dal recente passato bellico, con pesi e contrappesi esatti fra i poteri; oggi invece la paura genera soltanto un guaito per le bastonate del presente, nulla con cui si possa costruire davvero qualcosa di nuovo. Da un lato invita ad arginare le malefatte di una classe politica bugiarda tuttora al potere (i cittadini perderanno quote di rappresentanza, i cattivi politici locali useranno le immunità da senatori, l’accentramento del potere interno agevolerà l’ingerenza dei diktat esteri); dall’altro spinge un testo che chiama futuro una migliore conformazione allo status quo internazionale, una sostanziale resa alla contingenza minacciosa e alle dinamiche che hanno condotto proprio ai fenomeni di cui oggi abbiamo paura. Paura di essere stupidi anche, e impreparati sempre; di non sapere – a differenza delle élite – quanto basta per decidere da noi in entrambi i casi. Paura del referendum, insomma. Se penso alla campagna di promozione del sì/no mi viene in mente l’espressione terrorismo civile, ma io sono l’esageratore. Forse però hanno capito anche loro di aver esagerato un po’ coi toni della propaganda: se voti no, l’apocalisse; se voti sì, la colonizzazione. La posta in gioco è molto seria, certo. Ma prima ci hanno divisi, bloccati nello stallo della paura e ora, negli ultimi giorni, iniziano a dire che il 5 dicembre il mondo continuerà lo stesso. Cercano già di tranquillizzarci! Dormi bambino, dormi sereno. Ma io bambino più non sono. Sbaglierò con la mia testa.