Fuorilegge

Nel cunto di oggi a messa Yeshua è presentato al tempio dai genitori per adempiere ogni cosa secondo la Legge. Lo riconosce un uomo nel cui nome è segnato l’ascolto tra Dio e la Storia. Mi piace credere che Simeone riconobbe nel bambino il vero liberatore, non quello che deluse le aspettative di Giovanni. Voglio credere che l’uomo giusto capì di non avere davanti un ribelle politico ma un fuorilegge spirituale: il volto di chi spezza ogni istituto creato per dividere i buoni dai cattivi, gli autorizzati dai non autorizzati, chi può fare la comunione e chi no, chi posso amare e chi no, chi può sposarsi e chi no per servire la comunità nel suo nome. Yeshua fu l’ultimo costretto a piegarsi alla legge – non per seguirla ma per compierla, esaurire cioè ogni tradizione portando il necessario da questa parte, nel divenire. Senza saperlo, i suoi genitori depongono così nel tempio una bomba a orologeria. Distruggerà ogni residua schiavitù dell’uomo rispetto al sabato, sostituendo a dei semplici mattoni il sangue e la carne di ciascuno, proprietà interdetta alla gestione di amministratori esterni. Contraddizione di una legge che impone la fine delle norme; spada nell’anima prevaricatrice che millanti ispirazione divina. La sua nascita aveva già convocato con i magi la sapienza orientale, notoriamente fondata sul principio della vitalità più che su quello della verità: deporre l’intelligenza che separa ogni cosa, scegliendo l’ascolto del modo in cui la respirazione passa nel tra del corpo mantenendolo vivo e animato. Su quella dedita alla verità e alla direzione in cui vado, cresca allora e si fortifichi in me più l’attenzione alla vitalità e al modo in cui mi evolvo, riverbero continuo della luce dai margini al centro, dal centro ai margini.

Padre scomposto

Padre, liberaci da tutti i rassetti domestici
proteggici dall’ordine piallatore
custodisci in noi il caos necessario
suscita negli insicuri la luce del disordine
e la gioia delle uscite improvvisate,
preservaci dall’ansia di ogni riga
dal fuoco oppressore delle simmetrie
e rimetti a noi i nostri schemi
come noi li rimettiamo a chi ci dà per scontati,
non ci abbandonare nell’imitazione
ma liberaci dai metri giudicanti e così sia.

Dammi

Dammi il corpo modulare delle piante, organismi indifferenti ai predatori fino al 95 per cento della superficie razziata. Dammi la fisiologia colonica delle piante, il loro non essere individui basati su parti del corpo insostituibili. Dammi la capacità generativa delle piante, di luce in luce verde vita per loro stesse e casa vivente a innumeri esseri di corsa tra le foglie o di stanza tra le radici. Dammi l’intelligenza evolutiva delle piante, che sentono buono ciò che è buono per la vita e cattivo ciò che vero è cattivo per la vita. Dammi la misura grata delle piante, identico presidio della vita in un vaso minimo di balcone come nei boschi di traverso alle montagne. Dammi la fratellanza concreta delle piante, che non si uccidono né si accusano o lottano per avere il potere una sull’altra. Comunicano, si muovono, nutrono e reagiscono all’ambiente donandosi tutto a vicenda per via di creature alate o terrestri o del vento e della pioggia se manca luce, nel tempo lentissimo che l’uomo non vede, nell’equilibrio che non sa mantenere, nell’armonia che mai sa farsi bastare. Fammi dire per 95 volte mi hanno spezzato, e quella successiva fammi ricoprire la terra di rami fiori e figli miei da oceano a oceano mare per sempre.

Non ce n’è uno

Non ce n’è uno che sfugga alle ferite. Per tutti e più volte nella vita, la notte si accende come un giglio di sangue impalandoci davanti a una cruna. Allargami ad accogliere il pianto e la mia debolezza.
Poteva andare tutto bene fin lì, oppure no: magari il fulmine cade annunciato da un lento cumulo di nubi. L’esigente libertà di cui siamo rivestiti ci chiede comunque se passare dritti per la strettoia o restare al di qua della tagliola a distoglierci creando nuovi fantasmi. Davvero non ce n’è uno che sfugge. Concedimi la grazia della resa, la fioritura della pelle che muta.
Ma io ho la bellezza! dicono molti. Ed ecco, la ferita di questi cercatori di protezione è sanguinolenta come un assedio, è anzi la più dolorosa, perché l’incanto estetico scava un vuoto al centro che rinnova solitudini di ferro, limiti a una relazione di carne con l’altro, il diverso da sé, unica e difficile speranza di vita. Di essere sconfinato, *sottile e forte, stremato e forte, debole e forte… forte*.
Solo questa apertura garantisce una primavera dopo il morso della cruna, non l’oblio della ferita ma il suo opposto: l’arto mutilato si integra nella nostra aura dilatando l’aria che ci accompagna, nutrita dalle nostre scelte. Se si sceglie di ritrovare la vita sfuggendo ai fantasmi, certo. Almeno a quelli. Perché alle ferite no, non ce n’è uno che sfugga. Siamo tutti creature fino alla fine.
Ma insieme si può stare davvero.

* da questa meraviglia di Eufemia.

All’amore che ti ha generato

La mia anima è una salda colonna per il tuo dolore: lasciati cadere inerme, appoggiati, osso di insonnia, lembo della prima carne che ti ha generato. La mia anima ti darà linfa e i gangli attecchiranno ai giorni di nuovo. La colonna allora si dissolverà nella luce e la tua anima tornerà alla corsa: la vita è innegabile, si posa di forma in forma. Alto nel diritto, calmo nella bufera, duro alla fatica e dignitoso, darai fiamma all’amore che, già prima di questa caduta, ti ha generato per la seconda volta: come padre, hai un destino di sapiente nei misteri del buio, impatto di meteora al suolo fecondo. Ti guiderà nel semplice la forma di un cratere sulla superficie di Venere.

Senza niente dire

C’erano formiche a casa loro grosse così, tra le panche di cemento davanti al mare e invase di persone che al vespro, una volta a settimana, cercano di mangiare parola che le liberi dalla mortificazione religiosa e da altri legacci. In mezzo ai loro gomiti ho pensato a te – oggi ti ho dato il mio suono per la nostra comunione a distanza, da qui all’imminente poi che ti prenderà molta energia – ma non è il mio pensiero che conta, perché ecco, la verità: qualcosa dentro ha trovato le parole per chiedere il giusto, quanto serve per accompagnarti di nuovo fino al sole in ogni caso, e al nostro prossimo sorriso. Parole che non ho sentito io nemmeno, ma si mescolano alla linfa che mi permette di camminare, di alzare la testa alla roccia brunita del Pellegrino, chiedere a un passante che guerra sta combattendo, entrare in casa e dare un bacio a mia moglie. Senza dire niente ad anima, di quello che mi si è chiesto dentro. Per te, fiore di campo.

La voglio ogni giorno

La voglio ogni giorno e per tutto l’anno. Pazienza se alcuni mesi di più e altri di meno: mi rimetto alle decisioni della rivoluzione terrestre. Basta che abbia la mia fiala quotidiana. Averla pure avuta finora non me l’ha mai fatta sembrare normale, tanto mi serve davvero: diretta, più o meno calda, traversa, sfumata, lontana, morente. Basta che sia naturale. Che sia anzi nel nome di chi mi sta accanto, tanto mi serve davvero. Nei suoi occhi. Per accendermi come i prati si accendono, come il mare, come il cielo si accende e l’anima ignorante che non sa morire, che non sa che vuol dire e non capisce come si possa fare.