L’ultima risorsa

Io prima non li capivo gli elogi all’oblio ricamati dai vari scrittori, li ritenevo capriole di vanità, aspirazioni doppie all’ambìto posto nel canone dei classici. Poi istituirono il diritto all’oblio, rispetto alle brutte storie famose che – finito l’interesse pubblico – non devono più essere citate, e allora iniziai a intendere l’immenso valore dell’oblio, il suo carattere di massima gentilezza e prova di rispetto assoluto per le pene sofferte da chiunque. Lo stesso principio di compassione guida il pensiero consolatorio ai miei cari quando la morte, nel loro caso, significa almeno essersi evitati l’ennesima prova del mondo, nelle sue brutture prevedibili o impreviste: sei morto, Lucio, ma almeno ti sei risparmiato un plotone di mortificazioni, per esempio, mi dico. Talvolta, poi, zittisco il desiderio che si perda la memoria collettiva dei tanti martiri trasformati in figurine eroiche a due dimensioni per le giornate ipocrite delle sfilate politiche, eppure morti lo stesso, irrimediabilmente e in modo atroce. In ultimo, inizio a desiderare l’oblio come ricompensa massima anche per i miei modelli più vicini, quelli con cui sono cresciuto, i nonni o i vari maestri dell’infanzia: straordinarie vite novecentesche da cui ormai pare impossibile tradurre indicazioni di stile per il presente, e il cui ricordo sembra appeso a un velleitarismo di maniera che ignora l’assoluta incomprensione che avrebbero per questi abissali tempi lontani anni luce dai loro e ci impedisce di vivere la vita – quel ricordo stiloso, dico – come fosse la nostra vita e i giorni sulla terra come fossero i nostri giorni, per l’inconoscibile che in ciascuno si fa raggiungere unicamente dal sole. Oblio, guardiano del “per sempre” dove raggiungeremo i nostri amati, proteggili da ogni manipolazione, ricompensali di ogni pena vissuta, risparmiami i confronti impossibili. Non sarai tu a levare i segni involontari e benedetti che mi porto addosso, nel concreto di gesti attitudini intuizioni e potenzialità, riconducibili alle mie radici migliori.

La domanda

Quando dici sarebbe stato bello vivere in quel passato piuttosto che oggi, forse ti vedi nella primavera del 1913, sotto la finestra di Debussy che suona agli amici la Golliwogg’s cake-walk, o al sole della stessa primavera che batte sul portone di casa Proust: hai la copia di Swann appena uscita e aspetti per un autografo. Ma la domanda è: avresti fatto altro, a parte consumare i giorni nell’adorazione? Se credi di no, puoi sorridere ai tuoi beniamini anche da qui. Se credi di sì, bene: fammi vedere che cosa, di tuo, avresti fatto leggere a Marcel o sentire a Claude. In fondo, qui, gli anni portano lo stesso piccolo numero finale che sentivi in bocca ai tuoi nonni. Nel prossimo ’18, chi sognerà di aver vissuto in questo ’18, anche se fra un anno scoppiasse il corrispettivo della prima grande guerra che, certo, si sarà sentita anche sotto quella finestra o davanti al quel portone? In futuro, chi di noi verrà sognato così tanto da far dimenticare per un attimo ai posteri le catastrofi in cui anche noi stiamo ballando?

Precipitare

Naturalmente avevo mille cose da fare e il tavolo sommerso di fogli, pronto a scegliere su quale lavorare fino a ora di cena. Ma sono precipitato nella tenerezza. Prima di mettermi a lavoro, ho aperto per caso un album di foto che a fine gennaio aspettai si caricassero tutte prima di vederle, senza più ricordarmene dopo. Così, questa era la prima volta che le guardavo: foto al computer in differita di mesi. Ritratti di famiglia, io col maglione delle renne, persone dell’isola nostra, sorrisi fermi nelle stanze colorate da origami di animali appesi ai lumi. È stato un agguato della commozione, scavato nel petto con tutto l’amore che la nostra vita in movimento riserva alla fissità dei giorni passati. Così un tardo pomeriggio di fine marzo ho sognato di indossare il maglione che avevo a dicembre. Volevo sentirlo sulla pelle, volevo persino sudare. In questo precipizio ho capito quanto siamo belli, sentendo appieno la mitologia intima dei cari a cui ho scelto di stare vicino, sentendola senza i gradi violenti che separano la vita informe dal racconto perfetto. È stato il calore di quando, fermandoti, capisci solo quanto tempo hai perso, benedicendo il cielo e la terra per aver fatto alla fine la cosa più importante. La cosa di stare insieme. Quella che porta il frutto migliore. Un frutto a cui darai un nome e una compagnia dopo la morte.

Non è pensiero

Era bello poter liquidare tutto denigrando l’ipocrisia nera del calendario istituzionale. Potevo farlo perché ero ancora piccolo. Ora che sono grande, capisco che invece serve fissare un giorno dell’anno per la memoria, anche solo per fare sapere ai piccoli quando recitare la loro nenia: I giorni della memoria sono inutili, io ci penso tutto l’anno. Magari se lo chiedono davvero: ma io ci penso tutto l’anno? Che poi, sarà utile? Pensarci tutto l’anno, intendo. E dopo che ci pensi? Memoria non è pensiero. È sentirli correre ancora nella neve, vederli scappare dalle macerie di Aleppo o in fila disumana per un pasto lungo il gelo di un muro alzato quest’anno – vestiti uguale: di pelle e ossa sottili – ungersi le mani di nafta per farli salire in barca, mentre altri colano a picco.