Il mio nome

Poco fa, salutando la notte in balcone, ho sentito chiamare il mio nome. L’avrò certo confuso con qualche altro suono, tra i cigolanti carri dei netturbini e le ultime voci di chi rientra a casa dopo una serata alta con gli amici. Subito dopo però, mentre ancora chiudevo la finestra, mi sono detto: eppure qualcuno ci sarà nel mondo in questo momento, proprio adesso, allo stesso buio o già nell’alba di levante e forse ancora nel tardo pomeriggio dell’ovest, che starà chiamando il mio nome. Così è giusto dire che mi sono sbagliato solo in parte. Sì, è anzi più verosimile dell’altro, questo ultimo pensiero che mi sfiora di notte. Qualcuno ora e sempre chiama il mio nome.

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Ti ho sognato

Sai, stanotte ti ho sognato. Cos’era, a scuola, dire o sentirsi dire una frase così? Sigillata da un sorriso poi, e due attimi di silenzio come gli occhi, due. Era un balsamo velenoso, paglia sul fuoco alle fantasticherie segrete del timido innamorato. Oppure era solo un fatto, nudo e crudo sì, ma pur sempre arrangiato su un basso continuo di colombi che tubano in primavera e tra i rami lasciano mille piste libere all’arrivo fulmineo di Eros. Poteva essere solo una frase ma illuminare un’intera giornata aprendo gli atri di un cuore pigro, o anche solo farti piacere se eri già felicemente impegnato. Da adulti, non capita spesso di dirlo o sentirlo dire, e questa mancata esternazione non riguarda solo un pensiero naturale per un’altra persona ma una patina più diffusa che annebbia il nostro rapporto con le cose e fa dubitare che crescere significhi disamorarsi del mondo, pestati da delusioni e mancati traguardi, o pretesi dai recinti a cui dobbiamo fare la ronda ogni giorno.  Continua a leggere “Ti ho sognato”

Resina

Nel tardo pomeriggio di ieri eravamo in giardino, la villa tremava di freddo e mentre parlavamo, ormai davanti al cancello per l’ultimo saluto, abbiamo sentito tutti e tre un odore. Sembra ceretta, hai detto. E io, occhi lucidi sotto gli alberi obliqui e mutilati dall’inverno: questa è resina. La voce mi è uscita di istinto, prima di quanto servisse a capire se avevo detto bene. Ma non potevamo certo sentire odore di ceretta all’aperto, distanti dalle case con le finestre chiuse al gelo. Doveva essere resina. E lo era. A lei quelle mie parole inconfutabili sono rimaste attaccate, nell’aria che ci nutre dal cancello fino alla parete della montagna. Stamattina che ho paura di volare galleggiano ancora, sotto le nubi sparse di Mondello, e lo faranno anche stasera al solletico della nebula piovasca tra i rami neri e l’aura sempreverde, profumata, della nonna: madre musica di nostra madre, terza compagnia. Quando sarò lontano.

Cantare

Io credo che un po’ si senta la mia mancanza in villa, specie la sera. Favoleggia pure che ora sia lì, a cantare nel sottoscala o in doccia e forte, da arrivare quasi al cancello. Mi senti? Come faccio quando ci sono davvero, quasi marcando nell’aria un solco che resta vuoto quando non ci sono, perché solo della mia voce ha forma. Come seminasse un’edera volatile, il canto, che cresce con te lontano.

Questo posto

A me piace qui. Ci pensavo a linea spenta e vale rimbalzarlo in connessione. Questo posto, prima di tutto, c’è. E poi, la sua tenuta non dipende da altri davvero: alcuni giorni la conta delle visite è rimasta ferma a zero e in serata ridevo alla scommessa di serbare intatto il grafico, pulito di bucato fresco a pianoterra, come quando rifiuti un’uscita e a casa godi per conto tuo il silenzio croccante del mondo. Ho aperto il 22 settembre e al massimo finora ho avuto 32 visualizzazioni. E mi piace, mi piace questo massimo e quel minimo, entrambi fanno risuonare il posto. Ed è bello sentire di averne uno; oltre il fatto che un blog ormai ha il sapore un po’ rétro della baita in montagna, lontana dalla social metropoli del tempo reale. E si leggono persone che non ti aspetti. Io non ho solo questo, certo. Ma questo anche. E lo auguro a tutti, di avere un posto.