Ragazzini

Sanguina il mondo intero e ogni giorno ovunque, sui lembi di pelle ancora buona dei corpi infettati che si riconoscono piano dopo i vent’anni e, crescendo, sempre di più. Ferite calde (sul corpo di una fede che si dica autentica), tagli profondi (sul corpo cianotico dell’ideale politico), squarci ripetuti (sul corpo interrotto del sogno lavorativo), dissezioni chirurgiche (sul corpo rimpicciolito degli affetti familiari e amicali), ferocia insuperabile (sul corpo in avvicinamento di un futuro genitoriale). Sarà che intanto, scalando altre età dalla loro verso il cancello, si perde contatto col mondo salvato dai ragazzini. Salvato nei vicoli di borgata che in estate brulicano di monelli sempre nuovi, nei sorrisi che gemmano sulle notti acerbe dei loro volti, nell’elettricità amorosa che li fa inespugnabili a ogni altra lama della vita, nella tensione a farsi domande serissime e trovare giocando tutte le risposte, nell’impertinenza delle storie che appartengono solo a loro mentre il mondo, che pure stanno salvando, cade a pezzi e frantumi. È questo contrappunto di salvezza che vale continuare a sentire ostinatamente sulla pelle; questo basso continuo, che voglio tenere con me fino all’ultimo udito e lembo ovunque sano del mio corpo ancora intero.

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Civiltà

In alcune civiltà io sono già morto. In alcune civiltà africane, dove la vita media piomba rispetto ai parametri di questa latitudine, io sono già morto: a cento metri dall’ombra più vicina, in cerca d’acqua o sbranato da una leonessa. In alcune civiltà del medio oriente, dove nasci e muori nel giro anche solo di tredici anni con lo stesso mitra in spalla, io sono morto di sicuro: è stata già una fortuna arrivare, zoppo o mutilato da una mina, a vedermi spuntare i primi peli sul viso. E nella civiltà pure a questa altezza dall’equatore, risalendo all’unità di Italia (sentivo oggi alla radio), io sono già morto: nel 1861 si viveva fino ai trentadue o trentaquattro, così sono morto già da due anni, per un virus contratto dagli animali nei campi. Io, rispetto a molte vite medie, sono già morto. Non morto alla vita media, per dire che mi sono elevato al grado di eroe o di rock-star, no: solo morto e sotterrato, coperto di rami, coperto di sassi, coperto di terra, coi vermi accasati nelle orbite. A volte, capita di sentirsi parte di altre civiltà più che di questa, e stupirsi di recitare l’eterno riposo a mente, ciascuno usando il proprio nome. Oggi, non vedo quale occasione migliore di questa: civiltà e vita ancora sinonimi.