Anemone

La città d’origine è un richiamo insistente alla continuità delle cose. La città di adozione è un perenne invito all’inizio delle cose. Necessarie entrambe le spinte, la prima può schiacciarti sulle proiezioni altrui se non segni bene i tuoi confini; la seconda può alienarti in frammenti senza storia se non espianti la tua radice per intero. Tra l’eccessiva pressione e il rischio di rarefazione ci sono le onde del mare. La rotta dal Pellegrino al Vesuvio mi regala sempre il necessario, in base alla direzione: navigo a Sud per la densità che mi fa toccare le radici dell’albero; navigo a Nord per la leggerezza che mi fa respirare le foglie dei rami più alti. Questo saliscendi mi garantisce il giusto movimento e la relativa certezza di essere ancora vitale e vivo, presente alle cose importanti: gli inizi e le continuazioni. È faticoso, ma così non ho ancora ceduto al sonno dell’isola e riesco a dare un sapore tutto mio all’anonimato della capitale. Per questo andirivieni, più che avere una direzione precisa o predominante, come si vorrebbe nella retorica adulta delle idee chiare, la mia vita somiglia allo scavo di un solco che ha gli effetti di un’educazione alla veglia. Forse, un giorno, il tentativo di trovare nello stesso luogo anche il dono della geografia mancante non sembrerà più un azzardo. Saprei disegnare i miei confini a Sud o, viceversa, inventarmi una storia profonda a Nord? Stanotte confido nella risposta di un altro, un fiore che nasca dalla mia veglia ostinata, anemone del mare scavato che brilla in attesa.

Come stai?

Meglio, sto meglio. Be’, al meglio non c’è mai fine, dirai. E infatti io sto così: sto senza fine. Come una melodia che, se la canto nudo, faccio acqua sotto l’acqua. Sto come le tue mani grandi e senza fine. Sto che non smetto meraviglia quando abbiamo uno scambio. Perciò fai pure finta che esagero, ma lasciati dire all’orecchio: ti voglio bene. Facciamo che il bene sta al volere e che il meglio si addice allo stare. Se dico voglio partire, chiediti sempre a quale bene è rivolta la partenza; se dico sto al mare, chiediti quale miglioria il mare esaudisce. Fra poco sarà la mia scomparsa nel triangolo dell’isola che c’è, inghiottito al mondo esterno come la parola ceduta alla bocca degli altri da una bambina, ammutolita, a una frazione di secondo dalla possibilità di tornare. Una che ora sta meglio. Una che pure lei sta senza fine. Tornerà ciascuno come un filo d’erba, per un seme nuovo, alla casa del sole.

Metà sopportazione

Il mare è salato, il sudore è salato. Il mare è il sudore della Terra e aumenta sempre di più: le acque già iniziano a coprire le spiagge nel maggese letale dei ghiacci che si riducono ai poli. La Terra fatica, da madre cerca ancora di contenere il nostro do re mi, ma canterà molto più a lungo di noi: cinque miliardi di anni le restano, finché dura il ciclo del sole che è arrivato a metà. Metà sopportazione. Poi la stella diventerà rossa – l’ho letto giorni fa – e questo granello celeste che ci dà respiro, e noi glielo togliamo, si aggiungerà alla polvere cosmica nelle anse del tempo. Avverrà una domenica perché, una volta iniziato, il conto è reperibile all’infinito. Non ci saranno più uomini a contare, ma sarà certo domenica. Una domenica come questa, il mare annegherà il cuore superstite del deserto africano. E noi saremo finalmente chiusi, completi in una storia fatta di luce solare, terra fin quando ce n’era, vita cosiddetta intelligente e altra ancora migliore: tra le rovine, vita di alberi in fiore.

Atti

La cosa bella è che alla buona notizia non seguono altre parole, altre notizie, ma solo atti. E chiamare un libro Atti è la cosa più incredibile che possa venire in mente, indica già un’uscita dal libro, la fine dello studio e l’inizio del gioco imprevedibile. Dalla parola all’azione. Fatta come? Con dolcezza e rispetto, dice Simone testadura nella sua prima lettera. Se la buona notizia è che siamo liberi, gli atti successivi saziano il bisogno di conoscersi, senza scandalo per la diversità altrui. Atti sublima una richiesta che ci viene da parte celeste: ribaltamento inedito della storia che in precedenza si era inventata l’empireo per chiedere al cielo favori e miracoli. Ormai è il cielo che ci chiede di amare con la grammatica degli atti. In amore vince chi fugge, dicono, e noi siamo tanto fuggiti da averlo fatto innamorare. Certo, un dio che fa la prima mossa e cerca l’uomo per primo perde fascino agli occhi di molti. Ma la vittoria dei fuggiaschi è gioia effimera, distratta. Meglio restare, meglio ricambiare. E dare un segno di presenza – nella notte disperata come i tuoi occhi di ieri mentre ti conoscevo, posso ancora stringerti contro il dolore che sbrana le viscere e il senso, lisa, irripetibile creatura.

La domanda

Quando dici sarebbe stato bello vivere in quel passato piuttosto che oggi, forse ti vedi nella primavera del 1913, sotto la finestra di Debussy che suona agli amici la Golliwogg’s cake-walk, o al sole della stessa primavera che batte sul portone di casa Proust: hai la copia di Swann appena uscita e aspetti per un autografo. Ma la domanda è: avresti fatto altro, a parte consumare i giorni nell’adorazione? Se credi di no, puoi sorridere ai tuoi beniamini anche da qui. Se credi di sì, bene: fammi vedere che cosa, di tuo, avresti fatto leggere a Marcel o sentire a Claude. In fondo, qui, gli anni portano lo stesso piccolo numero finale che sentivi in bocca ai tuoi nonni. Nel prossimo ’18, chi sognerà di aver vissuto in questo ’18, anche se fra un anno scoppiasse il corrispettivo della prima grande guerra che, certo, si sarà sentita anche sotto quella finestra o davanti al quel portone? In futuro, chi di noi verrà sognato così tanto da far dimenticare per un attimo ai posteri le catastrofi in cui anche noi stiamo ballando?

Ragazzini

Sanguina il mondo intero e ogni giorno ovunque, sui lembi di pelle ancora buona dei corpi infettati che si riconoscono piano dopo i vent’anni e, crescendo, sempre di più. Ferite calde (sul corpo di una fede che si dica autentica), tagli profondi (sul corpo cianotico dell’ideale politico), squarci ripetuti (sul corpo interrotto del sogno lavorativo), dissezioni chirurgiche (sul corpo rimpicciolito degli affetti familiari e amicali), ferocia insuperabile (sul corpo in avvicinamento di un futuro genitoriale). Sarà che intanto, scalando altre età dalla loro verso il cancello, si perde contatto col mondo salvato dai ragazzini. Salvato nei vicoli di borgata che in estate brulicano di monelli sempre nuovi, nei sorrisi che gemmano sulle notti acerbe dei loro volti, nell’elettricità amorosa che li fa inespugnabili a ogni altra lama della vita, nella tensione a farsi domande serissime e trovare giocando tutte le risposte, nell’impertinenza delle storie che appartengono solo a loro mentre il mondo, che pure stanno salvando, cade a pezzi e frantumi. È questo contrappunto di salvezza che vale continuare a sentire ostinatamente sulla pelle; questo basso continuo, che voglio tenere con me fino all’ultimo udito e lembo ovunque sano del mio corpo ancora intero.

Civiltà

In alcune civiltà io sono già morto. In alcune civiltà africane, dove la vita media piomba rispetto ai parametri di questa latitudine, io sono già morto: a cento metri dall’ombra più vicina, in cerca d’acqua o sbranato da una leonessa. In alcune civiltà del medio oriente, dove nasci e muori nel giro anche solo di tredici anni con lo stesso mitra in spalla, io sono morto di sicuro: è stata già una fortuna arrivare, zoppo o mutilato da una mina, a vedermi spuntare i primi peli sul viso. E nella civiltà pure a questa altezza dall’equatore, risalendo all’unità di Italia (sentivo oggi alla radio), io sono già morto: nel 1861 si viveva fino ai trentadue o trentaquattro, così sono morto già da due anni, per un virus contratto dagli animali nei campi. Io, rispetto a molte vite medie, sono già morto. Non morto alla vita media, per dire che mi sono elevato al grado di eroe o di rock-star, no: solo morto e sotterrato, coperto di rami, coperto di sassi, coperto di terra, coi vermi accasati nelle orbite. A volte, capita di sentirsi parte di altre civiltà più che di questa, e stupirsi di recitare l’eterno riposo a mente, ciascuno usando il proprio nome. Oggi, non vedo quale occasione migliore di questa: civiltà e vita ancora sinonimi.