Quello che sono

Se la luce avesse una velocità molto inferiore a quella reale, io ci metterei del tempo per ricomporre il tuo viso a pochi metri da me. Non ti vedrei mai nel presente, così non mi vedresti tu, e saremmo tutti e due lentissimi nel ricostruirci a ogni battito di ciglia, muovendo anche di poco la testa, l’uno verso l’altro o fuori dalla finestra. Ma cadono giorni in cui è facile bruciare benissimo il tempo senza fare niente, immobili. Sono i giorni più simili a un fallimento, difficili da gestire: pur tentando un resoconto dei minuti e delle ore incenerite in casa, non si verrebbe a capo di niente. In quei giorni bianchi riuscirei però a esserti fedele anche se la luce fosse più lenta di com’è. Ti starei davanti e potrei dire che quel giorno l’ho usato per restituirti agli occhi quello che sono, il mio ritratto fedele: il mio sorriso che risponde vero a un sorriso, la mia parola che risponde esatta al labiale. Favolare un prova così impossibile, e favolare di superarla come frutto migliore della nostra vicinanza nel tempo, mi fa credere che anche a questa velocità della luce – alla sua velocità reale – io e te siamo fatti per ricomporci.

Il silenzio positivo

Non è vero che chi tace acconsente: chi tace sta zitto, ricorda Francesco Nuti. Spiazzante, meraviglioso e vero. Oggi pensavo a un altro detto simile: nessuna nuova, buona nuova, e ho visto chiara l’enormità della cazzata che è. Dare il bene per scontato. Parafrasando Nuti invece nessuna nuova, chissà che succede. Mistero, incognita, silenzio, distacco, lontananza, cecità, assenza, mancanza. Eppure, la fortuna di questo detto sta nella atavica convinzione che scrivere (o comunicare in generale) abbia a che fare più col brutto che col bello: scrivo per sfogarmi, capirmi, lasciare memoria ai posteri, eccetera. Tutta roba allegra, insomma. Crescendo, poi, questa cazzata del silenzio positivo prende sempre più spazio nella convinzione degli adulti che, tra mille pensieri e impegni incalzanti, se vale la pena comunicare qualcosa ai loro cari e amici, danno precedenza alle cose spiacevoli. Come fossero quelle che hanno più effetti su di noi. E ci perdiamo il meglio. Non comunicare il bello, fosse anche minimo, come solo un pomeriggio di euforia in mezzo all’alto mare di una stagione buia, fa dimenticare sempre più innanzitutto a noi stessi che c’è anche del buono. Così lui sparisce dall’orizzonte. Lo sguardo invece va allenato, altrimenti ci costruiamo da soli un paio di occhiali atti a vedere solo una cosa o, peggio ancora, ci abituiamo a parlare del bene in forma esclusivamente concessiva, col perenne sottotesto ma sì, dai, in fondo. Ecco, io voglio cavarmelo dal fondo, tutto il minimo bene che incrocio, raccontandolo ai miei cari. Scrivere a uno di loro che è stato bello vederci, volevo dirtelo, perché spesso – non so perché, ma è così – crescendo ci si tiene sempre più tutto per sé, non solo le cose brutte, ma anche quelle belle. Come fossero scontate. Quando invece si paga sempre a prezzo pieno, eccome, la felicità.

Come stai?

Meglio, sto meglio. Be’, al meglio non c’è mai fine, dirai. E infatti io sto così: sto senza fine. Come una melodia che, se la canto nudo, faccio acqua sotto l’acqua. Sto come le tue mani grandi e senza fine. Sto che non smetto meraviglia quando abbiamo uno scambio. Perciò fai pure finta che esagero, ma lasciati dire all’orecchio: ti voglio bene. Facciamo che il bene sta al volere e che il meglio si addice allo stare. Se dico voglio partire, chiediti sempre a quale bene è rivolta la partenza; se dico sto al mare, chiediti quale miglioria il mare esaudisce. Fra poco sarà la mia scomparsa nel triangolo dell’isola che c’è, inghiottito al mondo esterno come la parola ceduta alla bocca degli altri da una bambina, ammutolita, a una frazione di secondo dalla possibilità di tornare. Una che ora sta meglio. Una che pure lei sta senza fine. Tornerà ciascuno come un filo d’erba, per un seme nuovo, alla casa del sole.

Mancare

Mi mancheranno, dice dei ragazzi l’insegnante alla fine dell’anno; mi manchi, dice lui a lei che è già partita per tre mesi di lavoro; mi manca, dice il nipote pensando alle mani di sua nonna; mi mancano, si dice all’amico dei pomeriggi consumati a giocare nel cortile; mi mancava, dice chi torna dopo un anno intero al rifugio estivo di una villa al mare; mi manco, dice il poeta pensando a tutto ciò che non sarà mai; ci mancava, dice chi nota solo ora un vuoto colmato da una gioia collettiva. Dal latino «màncus», debole, monco, imperfetto; non essere a sufficienza, far difetto e anche venir meno, spiega il dizionario, e aggiunge: restar di fare. Generoso l’esempio finale, mancar poco: non esser lungi, esser vicino. Quasi arrivare, quasi cantare, ecco.

Non ce n’è uno

Non ce n’è uno che sfugga alle ferite. Per tutti e più volte nella vita, la notte si accende come un giglio di sangue impalandoci davanti a una cruna. Allargami ad accogliere il pianto e la mia debolezza.
Poteva andare tutto bene fin lì, oppure no: magari il fulmine cade annunciato da un lento cumulo di nubi. L’esigente libertà di cui siamo rivestiti ci chiede comunque se passare dritti per la strettoia o restare al di qua della tagliola a distoglierci creando nuovi fantasmi. Davvero non ce n’è uno che sfugge. Concedimi la grazia della resa, la fioritura della pelle che muta.
Ma io ho la bellezza! dicono molti. Ed ecco, la ferita di questi cercatori di protezione è sanguinolenta come un assedio, è anzi la più dolorosa, perché l’incanto estetico scava un vuoto al centro che rinnova solitudini di ferro, limiti a una relazione di carne con l’altro, il diverso da sé, unica e difficile speranza di vita. Di essere sconfinato, *sottile e forte, stremato e forte, debole e forte… forte*.
Solo questa apertura garantisce una primavera dopo il morso della cruna, non l’oblio della ferita ma il suo opposto: l’arto mutilato si integra nella nostra aura dilatando l’aria che ci accompagna, nutrita dalle nostre scelte. Se si sceglie di ritrovare la vita sfuggendo ai fantasmi, certo. Almeno a quelli. Perché alle ferite no, non ce n’è uno che sfugga. Siamo tutti creature fino alla fine.
Ma insieme si può stare davvero.

* da questa meraviglia di Eufemia.

Atti

La cosa bella è che alla buona notizia non seguono altre parole, altre notizie, ma solo atti. E chiamare un libro Atti è la cosa più incredibile che possa venire in mente, indica già un’uscita dal libro, la fine dello studio e l’inizio del gioco imprevedibile. Dalla parola all’azione. Fatta come? Con dolcezza e rispetto, dice Simone testadura nella sua prima lettera. Se la buona notizia è che siamo liberi, gli atti successivi saziano il bisogno di conoscersi, senza scandalo per la diversità altrui. Atti sublima una richiesta che ci viene da parte celeste: ribaltamento inedito della storia che in precedenza si era inventata l’empireo per chiedere al cielo favori e miracoli. Ormai è il cielo che ci chiede di amare con la grammatica degli atti. In amore vince chi fugge, dicono, e noi siamo tanto fuggiti da averlo fatto innamorare. Certo, un dio che fa la prima mossa e cerca l’uomo per primo perde fascino agli occhi di molti. Ma la vittoria dei fuggiaschi è gioia effimera, distratta. Meglio restare, meglio ricambiare. E dare un segno di presenza – nella notte disperata come i tuoi occhi di ieri mentre ti conoscevo, posso ancora stringerti contro il dolore che sbrana le viscere e il senso, lisa, irripetibile creatura.

Alla fine dei sette

Forse è la domenica sera il punto più lontano
che si possa raggiungere,
la fine di tutte le varianti possibili
stando al paroliere dei giorni
che domani riprendono col nome di lunedì.
Ed è stare insieme, ognuno
con le sue paure, stare insieme
senza risolvere niente
ma insieme fino al punto più lontano
– uniti da risultare pazzeschi
è questo che conta di più alla fine dei sette.

Era normale

Era normale non sapere di voi. Niente, di voi. Era normale dare acqua al mio giardino di affetti e amicizie soltanto. Incontravo poi uno sconosciuto con cui volevo entrare in contatto? Gli facevo sentire il buon odore dei miei fiori, a scelta dalle aiuole luminose. Nessuno di voi mancava all’appello del controllo quotidiano, non esistevate: non mi interessava sapere come la pensavate sulle cose, se avevate mangiato la sera prima in un locale, o il concerto che aspettavate il mese prossimo, la presentazione in libreria che secondo voi mi interessava, l’articolo assurdo che volevate denunciare. C’erano già la mail e il cellulare – non parlo di carta e penna, per carità – ma era normale usarli per dire a Federico del primo romanzo che avrei tradotto o raccontare a Monica quando sarei tornato per le vacanze. Era normale non sapere di voi. Ora invece mi costerebbe un senso di esclusione dal gioco di tutti e un grande oscuramento della mappa mentale del mondo che da allora mi si è allargata in testa; certo, un mondo pesto di superfluo e atomizzato in algoritmi inodori. Non sarebbe più normale, è chiaro. Ma più vivo e curato, dedicato.

Vangelo

L’etimo dice che significa buona novella, lieto annuncio, e il libro mette subito in chiaro chi siano i destinatari: tutti, nessuno escluso. Oggi il vangelo raccontava della adultera e della sua mancata condanna da parte di Gesù rispetto ai parametri della Legge, che invece aveva già consegnato la pietra a scribi e farisei. La buona notizia è: niente pietre! L’uomo non è più sotto la legge mosaica, non è più sotto nessuna legge, nessun sabato, nessuna pietra. L’uomo di Gesù è libero dalle catene che i fratelli impongono ad altri fratelli nel nome di Dio. Siamo tutti simili, compreso lui, che nella pericope giovannea scrive chissà cosa col dito per terra (fu la tentazione di scrivere una legge tutta sua? Vinta anche quella: non lasciò scritta una sillaba). Il nostro problema è che, invece di dire “simile”, si è detto “peccatore”. Se infatti il peccato legittimasse il dubbio di un benestare divino sullo schiacciare la vita di un tuo simile, l’annuncio sarebbe lieto solo per alcuni, pronti di nuovo con le pietre in mano a vestire l’uniforme, dei riti militari come di quelli religiosi. E nessuna letizia vera, cioè universale, sopravvive al passaggio da una legge a un’altra legge che generi l’ennesima asimmetria di ferro, l’ennesima mortificazione. L’annunciata mancanza di legge però, questa buona novella, è un guaio. L’uomo ha da sempre bisogno di una guida, e lo sanno i discepoli quanto dovettero insistere per farsi dettare da Gesù almeno una preghiera, accidenti, una formula corretta: gli altri ne avevano a palate, di formule e risposte pronte! A loro toccò solo la forma di un appello filiale e il comando di amarsi. La mancanza di una ricetta completa, di un riferimento che dica dove andare di notte e ci faccia distinguere nord e sud, lascia atterriti. Ma una bussola c’è ed è tutta in quelle due piccole indicazioni. Il cardine sempre nuovo da duemila anni, e mai utile come oggi, vaccino contro ogni dubbio se sottostare al giogo di una legge che millanti ispirazione divina, è la reciproca conoscenza, termine che in questo caso è sinonimo di relazione. Tutto qui. Anzi: qui, tutto. In altre parole, l’uomo è capace di mortificare dal pulpito, di uccidere in mille varianti un altro uomo solo perché non lo conosce abbastanza. Per reggere il peso della buona notizia, si potrebbe dire allora, dobbiamo iniziare a conoscerci davvero.

Sempre

Non possiamo essere sempre superiori a noi stessi, sempre sopportarci senza esserci ancora accettati, sempre minimizzare senza prima prenderci sul serio, sempre trattenere il fiato senza mai mollare lo spirito, sempre scavarci la fossa senza essere vissuti, sempre costruire futuri mirabolanti su ancore troppo corte, sempre mancare il pianto per non sentirsi dire l’avevo detto, sempre credere che il pensiero sia azione e stare fermi. Forse sì, forse so cosa devo fare. Vorrei poter parlare di tutto con te, anima mia; se vuoi essere l’anima mia. Anche in mia assenza: l’importante è che ci sia, tu.