Fuorilegge

Nel cunto di oggi a messa Yeshua è presentato al tempio dai genitori per adempiere ogni cosa secondo la Legge. Lo riconosce un uomo nel cui nome è segnato l’ascolto tra Dio e la Storia. Mi piace credere che Simeone riconobbe nel bambino il vero liberatore, non quello che deluse le aspettative di Giovanni. Voglio credere che l’uomo giusto capì di non avere davanti un ribelle politico ma un fuorilegge spirituale: il volto di chi spezza ogni istituto creato per dividere i buoni dai cattivi, gli autorizzati dai non autorizzati, chi può fare la comunione e chi no, chi posso amare e chi no, chi può sposarsi e chi no per servire la comunità nel suo nome. Yeshua fu l’ultimo costretto a piegarsi alla legge – non per seguirla ma per compierla, esaurire cioè ogni tradizione portando il necessario da questa parte, nel divenire. Senza saperlo, i suoi genitori depongono così nel tempio una bomba a orologeria. Distruggerà ogni residua schiavitù dell’uomo rispetto al sabato, sostituendo a dei semplici mattoni il sangue e la carne di ciascuno, proprietà interdetta alla gestione di amministratori esterni. Contraddizione di una legge che impone la fine delle norme; spada nell’anima prevaricatrice che millanti ispirazione divina. La sua nascita aveva già convocato con i magi la sapienza orientale, notoriamente fondata sul principio della vitalità più che su quello della verità: deporre l’intelligenza che separa ogni cosa, scegliendo l’ascolto del modo in cui la respirazione passa nel tra del corpo mantenendolo vivo e animato. Su quella dedita alla verità e alla direzione in cui vado, cresca allora e si fortifichi in me più l’attenzione alla vitalità e al modo in cui mi evolvo, riverbero continuo della luce dai margini al centro, dal centro ai margini.

Il prossimo

Oggi a messa c’era il cunto sull’amore per il prossimo e io ho finalmente capito di cosa parla. I più l’hanno sempre definita parabola del buon samaritano, monito sull’ipocrisia religiosa corredato dal precetto sulle buone azioni verso gli altri. Altro che samaritano, invece. Il protagonista di questo meraviglioso racconto è la persona soccorsa, la parabola è dedicata a lui ed è una storia emblematica sul ringraziamento: muove dalla definizione del prossimo come uno che ha compassione di lui e invita ad amarlo, ringraziarlo anche se appartiene a una categoria “immeritevole”. Ciò significa, per converso, che in genere facciamo discriminazioni persino nel ringraziare, che abbiamo difficoltà a esercitare cioè una delle massime forme dell’amore: non dare per scontata la vicinanza dell’altro. L’invito finale di Yeshua a fare anche noi lo stesso non è dunque riferito alla buona azione verso chi è in difficoltà, ma al ringraziamento verso chi ha patito con noi e ci ha aiutato. Non è un cunto sull’essere buoni con chiunque, ma sul non essere razzisti (almeno) nella gratitudine. Aprire gli occhi sulla cura disinteressata e per niente dovuta, ovvero sulla grazia, che pure ci viene mossa continuamente.

Entrare nella vita

Entrare nella vita è l’espressione usata da Yeshùa nel cunto di oggi per indicare lo scopo del nostro abitare il mondo. L’esatto contrario della rinuncia che da secoli alimenta la retorica del sacrificio cara al veleno cattolico, rassicurante giogo al collo dei timorosi. Altro che rinuncia! Quell’esageratore dice addirittura che nella vita è meglio entrarci mutilati piuttosto che restarne fuori intatti. Vivere è passare strettoie, la possibilità di non vedersi ricrescere i brani di carne incagliati nei denti della cruna. Non per barattare i pezzi del tuo corpo con una salvezza ultraterrena, ma perché dall’altra parte della strettoia c’è qualcosa che per te vale più di tutto, c’è la vita su questo pianeta ecco, e allora devi passare. A volte, la porta per entrare nella vita però non si trova: è il momento in cui la porta siamo noi. Dobbiamo aprirci e dare transito a un’altra anima. Che è un’altra ma sarà pure la nostra, nuova. Dopo essere state aperte, infatti, le porte della vita non si chiudono mai sugli stessi cardini.

Il dolorismo

Per mutare la fede in religione, la vita in dottrina e la comunità dei fratelli in istituto gerarchico millenario, hanno solo dovuto cambiare una preposizione. Da malgrado (la sofferenza) a tramite (la sofferenza). Madonne che piangono, cilicio stretto alle carni, digiuni inutili allo spirito, penitenze elargite come caramelle. Ma dov’è scritto nel libro su Gesù che se non si soffre non è bello? Il veleno cattolico, le ragioni della struttura sacra, le promo del sacrificio, come nel “per sempre” ideologico e non esperienziale in fatto di sposalizio, si innescano piallando le complessità relazionali, semplificando i nodi e ignorando le metamorfosi personali, le vicende particolari che mutano il cuore. Sono carri armati che entrano nelle stanze del dolore e dicono: è così che deve andare, è così che acquisti punti e medaglie al valore edenico. Il dolorismo – superstizione sorella dell’idea magica di preghiera e merceologica di compravendita indulgenze – aiuta molto chi non sa cosa fare della propria libertà invitando a restare fuori da sé per restare dentro l’istituzione, vivendo e perfino patendo secondo dottrina. Maggiore è il sacrificio, maggiore è l’amore, no? E se non si è felici, perché il senso di scelte che dovrebbero essere solo nostre è stato appaltato a ragioni non nostre, lasciamo tutto com’è ma preghiamo Gesù, che di certo aiuterà, soprattutto se restiamo immobili, mansueti. Gesù, lo ritraggono sempre coi capelli lunghi. Quante volte ci avrà messo dentro le mani!

Ardere

Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture? Yeshùa non se n’è andato: stava per farlo ma i viaggiatori l’hanno trattenuto per la sera. Rimanendo, poi, alla lettera è solo diventato impossibile da vedere e i due, che all’inizio litigavano sulle cose accadute, alla fine si trovano col cuore caldo e convertono la rotta. Non arriveranno mai a Emmaus, il luogo mancato più famoso del mondo, ma faranno ritorno alla città del tempio. Oggi anche io sono tornato al tempio, che qui a Roma mi pare in mano a presbiteri scelti in base a una scala carismatica rovesciata: più innocua è la loro retorica, disincarnata con gran mestiere in automatismi rodati che non danno fastidio alla comunità residua di anziani, più in alto arrivano nella capitale di tutte le parrocchie. Oggi però ho sentito pure io ardere il cuore. Saranno state le letture, vive, tutte scelte dal libro nuovo e non dal vecchio. Ogni tanto (dico, non sempre) mi capita di rompere il gesso dell’omelia alienante e così, nell’intimità di oggi, un calore mi ha fatto accostare le mani al petto nel discernimento fra ritualità e memoria. Un ardore che mi teneva sveglio, presente a me stesso, senza più cura o pena per il gesso che di certo aiuta a evitare le fratture imposte dalla libertà, tanto raccomandata ma dolorosa da abbracciare. È stato allora che ho sentito veramente di concelebrare la messa, come è pure definita dall’istituzione l’opera di ascolto e risposta dell’assemblea, immaginando poi – tornato a casa – di rispondere così alla domanda, com’è stata la messa: celebrazione scarsa, concelebrazione potente. Emmaus può aspettare.

Impressione di Lazzaro

Lazzaro è morto […] il morto uscì. Ieri non era la prima volta che sentivo il racconto di Giovanni sulla risurrezione dell’amico di Yeshùa. Per la prima volta però ho sentito di aver reagito nel modo forse più autentico: mi sono impressionato. Mentre l’impiegato violaceo nascondeva con frasi jolly il fatto di non sapere cosa dire, andando oltre la pericope in un’omelia sciolta e buona per ogni domenica di ogni anno su ogni passo diverso del Vangelo, io vivevo un attrito scandaloso, quasi un rifiuto. Rifiuto di un gesto che avevo sempre e con serenità catalogato nella distaccata sfera del sovrannaturale e invece ora per la prima volta sentivo a pelle innaturale, nel senso di “contro natura”, non più a me sovraordinato ma, per diretta contrapposizione, sullo stesso mio livello attuale di esistenza. Yeshùa ha fatto un gesto contro la natura che ci fa nascere e vivere con un senso della fine onnicomprensivo, che detta la morte fisica a tutte le specie animali e vegetali. E l’ha fatto proprio un attimo dopo la massima espressione invece della sua umanità, nella rabbia e nel pianto e nella commozione e nell’amore per le due sorelle e l’amico morto. Per questo mi sono turbato e sentito quasi tradito: dalla perfetta immedesimazione al massimo della estraneità, per la risurrezione di un morto, evento non più sovrannaturale, ma innaturale, contro natura. Pensando allora a tutte le categorie di persone e di esperienze che la Chiesa continua a definire “contro natura”, mal giudicandole e pretendendo di escluderle dalla sua comunità, inizio a chiedermi se non siano proprio queste persone e i loro scandalosi percorsi di vita, i più vicini di tutti all’evento che ieri mi ha dato tanto timore e tremore.

Il vostro giorno

L’etimo dice che la domenica è il giorno del Signore, ma se avete una casa io dico che invece questo è il vostro giorno – una casa che, se non di mattoni, può essere fatta dalla vicinanza di una persona che dia lo stesso calore – perché prima del signore viene la casa, prima del dominus, la domus, altrimenti non si è signori di nulla. Ci sono case che aspettano signori, ma nessun signore finché egli non raggiunga quel calore, di persona o storia dentro certe pareti.