Un fatto eclatante

Com’è assodata la nuda altezza delle Dolomiti così, a un certo punto della loro vita, alcune persone diventano semplicemente fatti e, ogni volta che li abbiamo davanti, ci basta guardarli per essere certi (almeno) di qualcosa. Una di queste è padre Pitarresi che ancora, ben oltre gli ottant’anni, dice messa nella chiesa in via delle Croci, a Palermo. Sobrio, asciutto, sorridente, quando lo guardo sono certo di essere stato bambino, riconosco la strada lunghissima che può fare un’anima semplice e mi stupisco di quanto la salute dello spirito riesca a mantenere quella del corpo. Sulle prime, alla mancata compiacenza del suo ministero è facile preferire tanti che spiccano per eloquio roboante, attivismo febbrile, finezza intellettuale o carisma comunitario: esplorazioni decisive, il cui massimo valore resta però quello di illuminare il ritorno all’essenziale. Nei vari lustri, così, rivedi ogni tanto don Giuseppe – il giusto per ripeterti c’è ancora, come le montagne – e alla fine il suo antidivismo brilla come brilla il vincitore di una maratona che per tutta la corsa era sembrato il più lento. La costanza rocciosa di alcune sue caratteristiche è svettata in tarda età su ogni altro fuoco d’artificio pastorale, assegnandogli per me il raro status di “fatto eclatante”; esempio di come si possono scoprire gusti sempre nuovi nello stesso piatto di minestra e tesori sempre più preziosi solo scavando nello stesso punto della miniera che pare esaurita; specchio di una lunga vita ormai più eloquente di qualsiasi parola possa dire egli stesso. Non che abbia smesso di ascoltarlo, anzi! L’apparente immutabilità della sua predicazione è il contrario della stasi spirituale: è scalpello che toglie ancora il superfluo, esercizio continuo di ascolto filiale, scalata verso la semplicità della proposta ai fratelli. Da lui arrivano meditazioni e spunti che hanno la bellezza della nudità, come di una fede ormai faticosamente senza vestiti e tanto ridotta all’osso, ma sentitissima, da risultare quasi fuori dal tempo, quindi calzante in ogni tempo. La mascherina che oggi per la prima volta gli vedevo sul naso era l’unico segno contemporaneo che portava addosso, fondamentale conferma del suo esserci ancora, nel presente, ma con tutta l’affidabilità e la serenità di un’esperienza che non è più in gara con niente, né con un glorioso passato né col desiderio insoddisfatto di avere di più – lui ormai (o forse da sempre) è solo ringraziamento. La familiarità della sua voce e dei suoi intercalari all’udito di molti basta per sciogliere tra i banchi un po’ di gelo nel petto. Padre Pitarresi ricorda che la vita è fatta di cinque o sei eventi fondamentali al massimo e, per la maggior parte invece, quasi sempre cioè, di mille e mille piccoli gesti tra noi e i nostri cari: sono questi ad aver bisogno di una cura costante. Come dire, don Giuseppe, non la capriola più alta ma il pane quotidiano è il segreto di una vita felice.

Fuorilegge

Nel cunto di oggi a messa Yeshua è presentato al tempio dai genitori per adempiere ogni cosa secondo la Legge. Lo riconosce un uomo nel cui nome è segnato l’ascolto tra Dio e la Storia. Mi piace credere che Simeone riconobbe nel bambino il vero liberatore, non quello che deluse le aspettative di Giovanni. Voglio credere che l’uomo giusto capì di non avere davanti un ribelle politico ma un fuorilegge spirituale: il volto di chi spezza ogni istituto creato per dividere i buoni dai cattivi, gli autorizzati dai non autorizzati, chi può fare la comunione e chi no, chi posso amare e chi no, chi può sposarsi e chi no per servire la comunità nel suo nome. Yeshua fu l’ultimo costretto a piegarsi alla legge – non per seguirla ma per compierla, esaurire cioè ogni tradizione portando il necessario da questa parte, nel divenire. Senza saperlo, i suoi genitori depongono così nel tempio una bomba a orologeria. Distruggerà ogni residua schiavitù dell’uomo rispetto al sabato, sostituendo a dei semplici mattoni il sangue e la carne di ciascuno, proprietà interdetta alla gestione di amministratori esterni. Contraddizione di una legge che impone la fine delle norme; spada nell’anima prevaricatrice che millanti ispirazione divina. La sua nascita aveva già convocato con i magi la sapienza orientale, notoriamente fondata sul principio della vitalità più che su quello della verità: deporre l’intelligenza che separa ogni cosa, scegliendo l’ascolto del modo in cui la respirazione passa nel tra del corpo mantenendolo vivo e animato. Su quella dedita alla verità e alla direzione in cui vado, cresca allora e si fortifichi in me più l’attenzione alla vitalità e al modo in cui mi evolvo, riverbero continuo della luce dai margini al centro, dal centro ai margini.

Il prossimo

Oggi a messa c’era il cunto sull’amore per il prossimo e io ho finalmente capito di cosa parla. I più l’hanno sempre definita parabola del buon samaritano, monito sull’ipocrisia religiosa corredato dal precetto sulle buone azioni verso gli altri. Altro che samaritano, invece. Il protagonista di questo meraviglioso racconto è la persona soccorsa, la parabola è dedicata a lui ed è una storia emblematica sul ringraziamento: muove dalla definizione del prossimo come uno che ha compassione di lui e invita ad amarlo, ringraziarlo anche se appartiene a una categoria “immeritevole”. Ciò significa, per converso, che in genere facciamo discriminazioni persino nel ringraziare, che abbiamo difficoltà a esercitare cioè una delle massime forme dell’amore: non dare per scontata la vicinanza dell’altro. L’invito finale di Yeshua a fare anche noi lo stesso non è dunque riferito alla buona azione verso chi è in difficoltà, ma al ringraziamento verso chi ha patito con noi e ci ha aiutato. Non è un cunto sull’essere buoni con chiunque, ma sul non essere razzisti (almeno) nella gratitudine. Aprire gli occhi sulla cura disinteressata e per niente dovuta, ovvero sulla grazia, che pure ci viene mossa continuamente.

Entrare nella vita

Entrare nella vita è l’espressione usata da Yeshùa nel cunto di oggi per indicare lo scopo del nostro abitare il mondo. L’esatto contrario della rinuncia che da secoli alimenta la retorica del sacrificio cara al veleno cattolico, rassicurante giogo al collo dei timorosi. Altro che rinuncia! Quell’esageratore dice addirittura che nella vita è meglio entrarci mutilati piuttosto che restarne fuori intatti. Vivere è passare strettoie, la possibilità di non vedersi ricrescere i brani di carne incagliati nei denti della cruna. Non per barattare i pezzi del tuo corpo con una salvezza ultraterrena, ma perché dall’altra parte della strettoia c’è qualcosa che per te vale più di tutto, c’è la vita su questo pianeta ecco, e allora devi passare. A volte, la porta per entrare nella vita però non si trova: è il momento in cui la porta siamo noi. Dobbiamo aprirci e dare transito a un’altra anima. Che è un’altra ma sarà pure la nostra, nuova. Dopo essere state aperte, infatti, le porte della vita non si chiudono mai sugli stessi cardini.

Il dolorismo

Per mutare la fede in religione, la vita in dottrina e la comunità dei fratelli in istituto gerarchico millenario, hanno solo dovuto cambiare una preposizione. Da malgrado (la sofferenza) a tramite (la sofferenza). Madonne che piangono, cilicio stretto alle carni, digiuni inutili allo spirito, penitenze elargite come caramelle. Ma dov’è scritto nel libro su Gesù che se non si soffre non è bello? Il veleno cattolico, le ragioni della struttura sacra, le promo del sacrificio, come nel “per sempre” ideologico e non esperienziale in fatto di sposalizio, si innescano piallando le complessità relazionali, semplificando i nodi e ignorando le metamorfosi personali, le vicende particolari che mutano il cuore. Sono carri armati che entrano nelle stanze del dolore e dicono: è così che deve andare, è così che acquisti punti e medaglie al valore edenico. Il dolorismo – superstizione sorella dell’idea magica di preghiera e merceologica di compravendita indulgenze – aiuta molto chi non sa cosa fare della propria libertà invitando a restare fuori da sé per restare dentro l’istituzione, vivendo e perfino patendo secondo dottrina. Maggiore è il sacrificio, maggiore è l’amore, no? E se non si è felici, perché il senso di scelte che dovrebbero essere solo nostre è stato appaltato a ragioni non nostre, lasciamo tutto com’è ma preghiamo Gesù, che di certo aiuterà, soprattutto se restiamo immobili, mansueti. Gesù, lo ritraggono sempre coi capelli lunghi. Quante volte ci avrà messo dentro le mani!

Ardere

Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture? Yeshùa non se n’è andato: stava per farlo ma i viaggiatori l’hanno trattenuto per la sera. Rimanendo, poi, alla lettera è solo diventato impossibile da vedere e i due, che all’inizio litigavano sulle cose accadute, alla fine si trovano col cuore caldo e convertono la rotta. Non arriveranno mai a Emmaus, il luogo mancato più famoso del mondo, ma faranno ritorno alla città del tempio. Oggi anche io sono tornato al tempio, che qui a Roma mi pare in mano a presbiteri scelti in base a una scala carismatica rovesciata: più innocua è la loro retorica, disincarnata con gran mestiere in automatismi rodati che non danno fastidio alla comunità residua di anziani, più in alto arrivano nella capitale di tutte le parrocchie. Oggi però ho sentito pure io ardere il cuore. Saranno state le letture, vive, tutte scelte dal libro nuovo e non dal vecchio. Ogni tanto (dico, non sempre) mi capita di rompere il gesso dell’omelia alienante e così, nell’intimità di oggi, un calore mi ha fatto accostare le mani al petto nel discernimento fra ritualità e memoria. Un ardore che mi teneva sveglio, presente a me stesso, senza più cura o pena per il gesso che di certo aiuta a evitare le fratture imposte dalla libertà, tanto raccomandata ma dolorosa da abbracciare. È stato allora che ho sentito veramente di concelebrare la messa, come è pure definita dall’istituzione l’opera di ascolto e risposta dell’assemblea, immaginando poi – tornato a casa – di rispondere così alla domanda, com’è stata la messa: celebrazione scarsa, concelebrazione potente. Emmaus può aspettare.

Impressione di Lazzaro

Lazzaro è morto […] il morto uscì. Ieri non era la prima volta che sentivo il racconto di Giovanni sulla risurrezione dell’amico di Yeshùa. Per la prima volta però ho sentito di aver reagito nel modo forse più autentico: mi sono impressionato. Mentre l’impiegato violaceo nascondeva con frasi jolly il fatto di non sapere cosa dire, andando oltre la pericope in un’omelia sciolta e buona per ogni domenica di ogni anno su ogni passo diverso del Vangelo, io vivevo un attrito scandaloso, quasi un rifiuto. Rifiuto di un gesto che avevo sempre e con serenità catalogato nella distaccata sfera del sovrannaturale e invece ora per la prima volta sentivo a pelle innaturale, nel senso di “contro natura”, non più a me sovraordinato ma, per diretta contrapposizione, sullo stesso mio livello attuale di esistenza. Yeshùa ha fatto un gesto contro la natura che ci fa nascere e vivere con un senso della fine onnicomprensivo, che detta la morte fisica a tutte le specie animali e vegetali. E l’ha fatto proprio un attimo dopo la massima espressione invece della sua umanità, nella rabbia e nel pianto e nella commozione e nell’amore per le due sorelle e l’amico morto. Per questo mi sono turbato e sentito quasi tradito: dalla perfetta immedesimazione al massimo della estraneità, per la risurrezione di un morto, evento non più sovrannaturale, ma innaturale, contro natura. Pensando allora a tutte le categorie di persone e di esperienze che la Chiesa continua a definire “contro natura”, mal giudicandole e pretendendo di escluderle dalla sua comunità, inizio a chiedermi se non siano proprio queste persone e i loro scandalosi percorsi di vita, i più vicini di tutti all’evento che ieri mi ha dato tanto timore e tremore.

Il vostro giorno

L’etimo dice che la domenica è il giorno del Signore, ma se avete una casa io dico che invece questo è il vostro giorno – una casa che, se non di mattoni, può essere fatta dalla vicinanza di una persona che dia lo stesso calore – perché prima del signore viene la casa, prima del dominus, la domus, altrimenti non si è signori di nulla. Ci sono case che aspettano signori, ma nessun signore finché egli non raggiunga quel calore, di persona o storia dentro certe pareti.

Eterno riposo

Forse hanno sbagliato la traduzione, o magari sono io che mi attacco troppo alle parole, ma c’è qualcosa che non torna in questa preghiera dell’eterno riposo. La religione stillata da uno a cui si torse l’utero per gli occhi chiusi dell’amico, tanto da entrare in grotta e svegliarlo, non può augurare alle anime proprio di tenerli chiusi in eterno. Se poi diciamo “riposo” perché è un concetto che implica un risveglio successivo, è solo scorretto definirlo eterno. Yeshùa non ha mai pronunciato o insegnato questa richiesta, non gli sarebbe venuto in mente. La luce perpetua serve forse a me, tenerla sulla memoria evanescente degli amori per cui dico la preghiera finché resto ancora qui a impiantarmi e cambiare forma per attecchire nella vita. È nel mio seme terrestre che spero riposino per sempre gli emigrati all’altra riva degli affetti. Anche perché è vero che la vita stanca, ma non serve certo l’eternità per riprendersi dalle sue fatiche: un periodo di riposo lungo anche il doppio degli anni passati sulla terra immagino basti a ricaricare le energie. Penso alla promessa fatta dall’inchiodato al ribelle accanto e dico: in paradiso non si dorme.

Dio bussa alla chiesa

L’altro giorno ho visto Dio in fila davanti al capannone di don Minutella: voleva sapere come andare vestito alle sue messe. Non so com’è finita poi, se c’è andato oppure no – so che ci teneva molto alla sua minigonna. Per non parlare dell’altro giorno ancora, ero a messa e ho visto Dio rimanere seduto perché non poteva farsi la comunione. Non ha neanche voluto accogliere l’invito del prete a mettersi in fila per farsi benedire all’altare. Era depresso, dice che non se lo meritava. Don Alessandro ti benedica invece! Magari gli dico una parola io e la cosa si aggiusta. Se non attacca il discorso del perdono, della salvezza per tutti e delle pietre da evitare, gli dico che sei padre all’ebreo inchiodato, cioè, provo a farti raccomandato, gli dico che fai parte di una certa famiglia. Magari quella campana gli suona. Comunque diglielo a Maria (a quella giusta) che quando gli parla può difenderti anche lei. Insieme possiamo convincerlo. Almeno, io ci spero.