Esserci

Tutto è respirazione. Non solo l’amore nel suo moto avvolgente, o la sapienza orientale che ascolta la vitalità tra gli elementi più che cercare una verità in un solo punto, né solo la casa che appanna con la sua storia i vetri delle finestre se fuori si gela. Il respiro è infatti coordinata, sintomo e centro regolatore di ogni condizione di vita. La pandemia ancora in atto morde i polmoni come risposta della natura al soffocamento che l’uomo le impone da decenni. Molti mali spirituali che affliggono le persone si traducono in ansia che spezza il fiato. E manca subito l’aria – come allarme di pericolo – a chi inizia a fumare, mentre chi già fuma racconta soddisfatto le poche volte che, per mancanza di filtro o in alta quota o dopo una fatica, sente di nuovo “la botta”, come la prima volta. Sentire, ecco, tutto il sentire ruota attorno alla respirazione che – per conferme e negazioni – ci indica il nostro livello e la nostra capacità di esercitare la presenza. Fai un bel respiro, si dice a chi è in difficoltà generica o specifica, cioè torna a esserci; mi manca l’aria, si dice quando il corpo non sopporta più una condizione, cioè non riesco a esserci. Agire sul respiro stimola l’assottigliamento del diaframma che c’è tra la percezione e la conoscenza. Per cantare anche, si studia il respiro, che esso accompagni una buona performance o una preghiera viscerale. Tutto è respiro, dall’importanza che arrivi ossigeno al cervello, alla capacità di sentire il mondo intorno a noi. Il respiro sorveglia la nostra cura dell’esserci.

Respiro

L’amore è il mio lungo respiro. Il suo ossigeno mi tiene in vita per cicli lunghissimi, da consumare anche mesi interi, tra una sola immissione e emissione di fiato. Sono due organi gemelli in moto continuo per recuperare l’aria, ridarla al cielo e ripetere lo stesso movimento. Difeso dal costato, l’amore presiede al senso della mia vita senza negare il vuoto tra la fine di un’emissione e l’inizio del respiro successivo. Se il corpo funziona così, ricordandoci che pure il bene maggiore – l’aria – deve rispettare il limite di cui siamo fatti, fermandosi ogni volta sulla soglia della nostra capienza alveolare, vuol dire che è necessaria anche la negazione di fiato, negazione di ossigeno, negazione d’amore, perché si dia un ciclo nuovo, ancora vita, ennesimo respiro, altra pienezza. Non riesco a immaginare uno che, fatto il primo respiro, corra a sostituire i polmoni dicendo l’ossigeno è finito, questi due non funzionano. Sa infatti che l’amore comprende anche il non-amore per alcuni istanti decisivi, in base al limite di ciascuno, al vigore dei polmoni, alla capacità del torace. Se il mondo è ancora in piedi, l’inatteso ci riempie l’amore d’aria nuova ma sono sempre i nostri polmoni, gli stessi fin dalla nascita. Come oggi, dopo molto tempo, abbassata per un attimo la mascherina, l’inverno mi ha messo nelle narici l’epifania di cos’era sempre stato camminare col volto aperto agli elementi. Ridandomi la voglia di un altro lungo respiro.

Transito

La vita di tutti, io credo
è in mille varianti
un tentativo commovente.
Fai del mondo e dei fatti che vivo
la lingua con cui mi parli,
Signore. Salva il transito
dei vivi che muovono alla luce
in ambo le direzioni,
verso fuori ma addentro pure
la tua gabbia millenaria
– ad alcuni serve un pettine
ad altri vento nei capelli
per esserci ancora.
Tu li aspetterai ogni giorno
lì, col nome che ti hanno
dato o rifiutato.

Così in mare come in terra

Se è domani che si fa memoria del loro arrivo, vuol dire che in questo momento si contemplano gli ultimi tratti di strada fatti dai ricchi studiosi pagani, in pellegrinaggio verso il non-accolto per eccellenza. Avevano i mezzi per restare tranquilli a casa loro e invece si mossero all’ignoto, adorando infine il raro momento stazionario di una famiglia di fuggiaschi. Ma il natale può dirsi vero solo dopo questo incontro e il loro prodigioso riconoscimento. Perciò l’epifania è festa ancora più antica, istituita ben prima rispetto al natale, indice di un’adesione che avviene in età adulta, consapevole, non eredità culturale bevuta come dato naturale insieme al latte materno, ovvio fin dalla culla. Fa freddo stanotte. E penso ai naufraghi, così in mare come in terra, ancora tra le orride onde o già approdati alla nostra cecità continentale. Avrebbero un attimo di calore in più contro il gelo della vita loro, se sapessero che in questo momento la sapienza gli muove incontro dei fratelli così importanti.

Che il trovare non ponga termine

Quando si dica ad uno che sia presente: non ho chiesto di te, vuol dire che non lo si ama. Perché quando si ama qualcuno lo si vuole avere sempre vicino, poiché lo stesso amore teme che egli sia assente. Quando si ama qualcuno, si vuol sapere che egli è presente, anche se non lo si vede, e ciò senza stancarsi. Questo significa il “cercate sempre il suo volto”, così che il trovare non ponga termine alla ricerca interiore che caratterizza l’amore, così che con il crescere dell’amore cresca anche la ricerca nell’intimo della persona amata.

Agostino d’Ippona, Epistola 104 a Nettario (marzo/aprile 409 d. C.)

Magi

La festa dei Magi è più antica del Natale, nei primi secoli si festeggiavano solo l’Epifania e la Pasqua. Ancora oggi a Oriente, la nascita del bambino si festeggia all’arrivo di questi importanti sconosciuti, come se il natale terrestre del profugo Yeshùa potesse dirsi vero solo dopo il loro incontro. È la festa della chiamata alla fede, inscenata in un tempo in cui la fede si sceglieva da adulti, dopo aver avuto la buona notizia. In Italia invece da secoli nasciamo già dentro questo brodo, senza aver avuto alcuna chiamata, e molti ci restano a mollo per tutta la vita senza nemmeno aver sentito suonare il citofono in casa del vicino. Il racconto degli inseguitori stellari dice molte cose: l’apertura della luce ai non eletti e la necessità di avviare una ricerca personale per poter leggere un segno in qualcosa che pure sta davanti agli occhi di tutti; dice che esiste una conoscenza perfetta ma sterile dei testi ed è quella che non fa alzare gli scribi dai triclini, dopo aver risposto correttamente a Erode, per andare con i Magi a dare quantomeno una controllata a Betlemme; dice la caratura di questi pagani che non restano affatto delusi scoprendo di aver viaggiato dei mesi solo per trovare la baracca di un carpentiere con una ragazzina e un bimbo uguale a milioni di altri. Non erano solo in tre, non avevano nomi italiani, non erano re ma non erano manco poveri (il che basta a disinnescare la retorica della povertà materiale come requisito per il regno). Erano uomini ricchi, studiosi e, secondo Agostino, trovarono perché cercarono davvero. E trovare significa non restare delusi.