Farfalle

Le foto nel cassetto, quelle con la data scritta dietro, magari un commento – i magnifici! – vecchie di dieci venti trent’anni restano lì chiuse, nessuno le prende mai ma una volta, la domenica, solo una volta in tutta la giornata – e chissà quando: ogni domenica a un’ora diversa – vibrano come farfalle nelle scatole e nei raccoglitori o libere tra fili arricciati e ritagli di carta regalo, farfalle, chiedono di uscire e posarsi sulla mano ma lo fanno in silenzio, nessuno può sentirle, la richiesta si può solo decifrare da piccoli segnali: l’arcobaleno teso dai vetri del lampadario fino al divano; l’ombra della tenda che sventola sulla porta bianca come un sipario; l’odore di un mandarino sbucciato fra il dolce e il caffè; le note di pianoforte che dal palazzo antistante volano fin dentro casa; l’acciottolio delle stoviglie che qualcuno sta pulendo in cucina e altre epifanie disponibili come variazioni sul tema. Sono mille i linguaggi usati dalle foto nel cassetto che chiedono di essere riprese in mano ogni tanto, la domenica, nel corridoio spalancato da una vita intera e per quella sua interezza – già solo per quella, nel bene e nel male – vita meravigliosa.

Il meglio

C’è stato molto caldo ieri e oggi nel grande fuori. Ho dato acqua al nostro verde finché l’imbrunire non ha fuso le piante col bordo delle aiuole in un tutto di immobile incanto. Nessun vivo ricorda chi fu a comprare i tubi sparsi ai margini della scalinata o nei vari giardini: potrebbero stare qui dall’invenzione del cielo. Intanto il sole li ha scoloriti prostrati e spaccati, e nel rito lento mi sono schizzato fin sotto i piedi. Prima di rientrare in casa sono tornato bambino, ho sentito mie le urla di nonna che rimprovera nonno di portare il fango dentro. Rivedo le unghie all’insù dei suoi piedi e il laccio che gli tiene le braghe arrese alle tarme degli armadi. In questi giorni ho fatto anche altro in linea col nono mese: ho sistemato i libri del bisnonno, mi sono fatto tagliare i capelli da mia madre e ho riparato la cara vecchia sedia di lacci. Settembre è il meglio per decifrare le grafie sottili dei biglietti lasciati in mezzo alle pagine; per dire addio a legami che poi ritornano; il meglio per sentirti parte di una storia iniziata prima che nascessi. E seguire tante domande nel sospeso dei giorni a cui nessuno osa dare più il nome di estate.

Muro

I letti singoli delle mie stanze di ragazzo, dove dormo ancora se passo la notte senza compagna, qui in villa come a Palermo, hanno tutti un versante addossato a parete. Una delle mie più care memorie fisiche è legata a questa disposizione: incastrare la fronte tra lo spigolo del materasso e la fresca pelle del muro, sia quando cerco un appoggio negli attimi in cui vacillo ancora tra la veglia e il sonno, sia dopo essermi addormentato, quando ormai nuoto nell’alto mare aperto dei sogni. La mattina mi alzo e davanti allo specchio mi accorgo di avere dei frammenti di intonaco appiccicati all’angolo della fronte. In effetti, guardando il letto, la parete all’altezza del cuscino è quasi del tutto scrostata e, anzi, nell’evidente cava allargata da questo lavorio notturno si notano anche degli strati intermedi tra il primo colore liscio e gli ultimi grani del cemento, come se in quel punto si mostrasse l’anatomia cutanea della casa nei livelli di epidermide, derma e ipoderma della stanza. Fino a stamattina ho trovato una nuova parte di muro sulla via del sopracciglio destro, come se ogni notte il nido concepito fra materasso e parete subisse una minuscola variazione di altezza. A forza di sognare, mi sono detto, finirà che lo abbatterai questo muro.

Precipitare

Naturalmente avevo mille cose da fare e il tavolo sommerso di fogli, pronto a scegliere su quale lavorare fino a ora di cena. Ma sono precipitato nella tenerezza. Prima di mettermi a lavoro, ho aperto per caso un album di foto che a fine gennaio aspettai si caricassero tutte prima di vederle, senza più ricordarmene dopo. Così, questa era la prima volta che le guardavo: foto al computer in differita di mesi. Ritratti di famiglia, io col maglione delle renne, persone dell’isola nostra, sorrisi fermi nelle stanze colorate da origami di animali appesi ai lumi. È stato un agguato della commozione, scavato nel petto con tutto l’amore che la nostra vita in movimento riserva alla fissità dei giorni passati. Così un tardo pomeriggio di fine marzo ho sognato di indossare il maglione che avevo a dicembre. Volevo sentirlo sulla pelle, volevo persino sudare. In questo precipizio ho capito quanto siamo belli, sentendo appieno la mitologia intima dei cari a cui ho scelto di stare vicino, sentendola senza i gradi violenti che separano la vita informe dal racconto perfetto. È stato il calore di quando, fermandoti, capisci solo quanto tempo hai perso, benedicendo il cielo e la terra per aver fatto alla fine la cosa più importante. La cosa di stare insieme. Quella che porta il frutto migliore. Un frutto a cui darai un nome e una compagnia dopo la morte.

La diga

Ognuno ha avuto la sua infanzia e la mia si è fatta in modo che certe volte, come ora, rivedo punte d’agave e salici piangenti al sole di un vialetto nel giardino estivo davanti al mare che ci rimbalza colombine dalle Eolie, sono accanto al pozzo a mettere in fila i ciottoli e i vetrini raccolti prima di tornare a pranzo dalla nonna che basta suoni la fisarmonica per farci dimenticare le gioie dei castelli e degli scavi sulla battigia, ma a volte, poi, come s’è incrinata in un attimo la diga si ricuce.

La nonna

La nonna che canta vive nove anni in più rispetto alla nonna che prega. E sei anni in più vive la nonna che canta rispetto alla propria ragione.  Non riconosce più nessuno in casa. Conosce soltanto le sue canzoni.
Una sera va dall’angolo della stanza al tavolo e dice al chiarore della luce: Sono così contenta, che tutti voi siate con me in cielo. Non sa più d’essere in vita e deve cantare se stessa fino alla morte. Non contrae nessuna malattia che la possa aiutare a morire.

Herta Muller, Il paese delle prugne verdi (Keller, 2008) – traduzione di Alessandra Henke

Tempo

Oggi c’è brutto tempo in quasi tutta Italia e ho pensato che però ai bastioni secolari che abbiamo in tante città poco importa se diluvia o c’è il sole e, anzi, ricordo che quando mia madre mi portava a scuola costeggiavamo in auto le mura normanne vicino al palazzo Reale di Palermo e io nei giorni nuvoli appuntavo gli occhi ai musi invalicabili e neri favolando sul tempo in cui ci stavano, anche sotto la pioggia, le sentinelle della città vecchia e pensando altro che scuola, altro che lezioni, altro che interrogazione di matematica che mi tocca a terza ora, queste mura colavano pioggia mista a scoli di latrina e dentro e fuori i ragazzi della mia età andavano a piedi nudi luridi fra i banchi del mercato o formavano bande per razziare pecore e alleggerire i frutteti nei poderi dei nobili, tornando a casa pieni di ferite la sera anche se pioveva a dirotto tutto il giorno, come oggi che c’è brutto tempo in quasi tutta Italia e mi sembra che le cose non siano tanto cambiate dal tempo dei normanni, ma più da quella terza ora.