Leda e il cigno

A Pompei giorni fa gli archeologi hanno ridato Leda e il cigno al celeste raggio, all’aperto, come dissepolto scheletro dall’antico oblio. Questi doni del tempo remoto che affiora dalle case rotte, meritarli sarebbe vivere meglio di così, meglio: sarebbe avere una prospettiva fertile di magnifica operosità, che intuendosi già antica muova il presente a occasione di cura sul futuro – veggenza di figli e di tutta la specie, oggi sorda alla guerra comune e sempre più mendìca di morte contro se stessa. La natura farà dei nostri angoli, come ha fatto in passato, vacui teatri e templi deformi. Leda, oggi hanno trovato te insieme al cigno, e come sei bella nel tuo amore scabroso. Domani, qualcuno riavrà dalla terra scavata l’attuale miseria e allora sì – incredibile a dirsi – per moto d’avarizia o pietà, il nostro giorno sarà inestimabile oro ai suoi occhi di pòstero.
Vedessimo oggi noi stessi l’oro che siamo
e ci frana continuamente
di mano.

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Dal cielo

Siamo scesi dal cielo ieri notte bucando le nuvole insieme alla pioggia. L’aereo in ritardo di cinque ore ci ha bloccati davanti al mare nero dell’isola fino all’una. In perfetto orario sul distacco di ogni speranza tu, invece, mi sei tornata come anello per la seconda volta, il terzo giorno dopo averti persa. È stato il giorno più luminoso e ieri, in buon anticipo sul mattino, prima di andare a letto di nuovo al centro dell’Italia, ti ho sentita su di me. Ti sento ormai sempre su di me: non come la luna che spiccava dal profilo giallo di Punta Raisi, ma come un sorriso e un fiato a pochi centimetri dalla testa, gli occhi fissi su di me soltanto. Quando succede questo, io mi sento scendere dal cielo insieme a te.