Gravità

Ieri a punta Raisi abbiamo ottenuto una piccola licenza dalla gravità, sorvolando per cinquanta minuti il Tirreno dentro un verme di ferro e titanio a forma di croce. Dopo vari mesi di asciutto invece, oggi Roma è stata bersaglio di una feroce richiesta d’acqua: la gravità ha preteso dalle nubi che mutassero la città in laguna, facendo Nilo attorno alla Piramide Cestia e acquario nei tunnel delle metro A. Così il grave distacco dall’isola, concessomi dalla palla di fuoco ardente al centro della Terra, mi è costato il pizzo di nostalgia acquosa che ha spostato la nostra capitale ad Atlantide. I turisti non sanno nulla di questo cambio, loro non distinguono tra le rovine: hanno pagato per camminare tra le vestigia di un impero e mirano invece il crollo di una diga. Per l’intera mattina, casa nostra è stata una barca in alto mare, lampara nel buio della notte distante da qualsiasi faro. La gravità, nel gioco tra luna e marea, è stata clemente e la navigazione non ha subito ritardi eccessivi, facendoci approdare alla costa pomeridiana e scendere di nuovo solidi e all’asciutto. Chissà se e quanto ci costerà, esserci salvati dalla bufera; se e quanto ci sta già costando adesso. Se c’è in tutto un equilibrio.

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Evaporare

Dopodomani tornerò distante mille chilometri e inizio già a perdere peso. La bilancia non lo dice ma sto evaporando. Con buona pace del Bardo, siamo fatti della stessa sostanza dell’acqua. In due giorni, il sessanta per cento del mio corpo migrerà in un altro stato, lasciando a questa terra isolana poco più delle mie ossa. I cari e gli amici ormai hanno riempito i loro discorsi di appuntamenti con l’idraulico e visite da fare ai cugini e serate da passare insieme che non mi riguardano più. Finché sono ancora qui, io cerco pure di guardarli negli occhi mentre parlano, seguo i fili che si passano tra le mani e cerco di inserirmi, ma in cambio ricevo solo sguardi come richieste di perdono: scusaci, nessuno ci ha ancora insegnato a vedere i fantasmi. Forse, ormai trasparente, riuscirò a fare un tuffo anche sabato mattina. L’aereo mi decollerà a ora di pranzo, lasciando rotolare la mia testa sull’ultima spiaggia, espressione che allude al mare come massimo emblema dell’occasione. Mare mesto del nono mese, sei dell’anno il più bel parto, che la doglia più scavata è dal cordone tuo il mio stacco. Ogni anno metto tanti legami d’amore a ineterno riposo. Ogni anno rompo le acque come partendo per la stazione spaziale internazionale. Ogni anno ne certifico lo sgomento. Quante volte si può scrivere la parola adesso per cercare inutilmente di fermare il tempo?

Ladri

Andarsene via come ladri, ratti e silenziosi, improvvisi, lapidari di congedo, né guardare negli occhi i rimanenti, né voltarsi per vedere la stanza o il pianoforte un’altra volta, la luce che ora entra nella veranda. Ecco l’unico modo per lasciare i posti a cui siamo più legati e non ci abituiamo mai a salutare. Il luogo che attende i ladri, tuttavia, non può essere una casa: prima o poi dovrebbero lasciarla allo stesso modo. Perché i ladri sono ladri, loro dalle case fuggono e il luogo che li attende è sempre un covo, un rifugio, un nascondiglio. Casa, i ladri non ne hanno. Chi allora partendo lascia una casa per andare in un’altra casa, non può andarsene via come un ladro. E questa impossibilità crea lo strappo che riapre la pelle sempre nello stesso punto a tutti gli onesti che abitano in una città diversa da quella in cui sono nati. Io sono una persona onesta. A volte, faccio di tutto per mascherarmi da ladro. Un giorno mi arresteranno per reato di vita altrove.

Fiumi

Oggi è la prima giornata del paesaggio indetta dal ministero dei Beni culturali e noi non ci stupiamo più delle città coi fiumi. Roma, qui, dà la misura della nostra millenaria capacità di plasmare il territorio a nostra immagine iniettandoci un’infondata idea di onnipotenza sul pianeta che angustia qualsiasi meraviglia residuale sulla presenza dei fiumi in città facendoli dare ormai per scontati, di valore pari a qualsiasi elemento urbanistico eretto a bella posta dai nostri macchinari. Eppure, ricordo che quel fiume è lì da molto prima che Romolo e Remo litigassero; che tutti i fiumi – esclusi i dotti creati dalla sapienza contadina per addomesticare gli indirizzi dell’acqua nei campi – stanno dove stanno da molto prima che tagliassero a metà i centri abitati; e che il tempo scorre da molto prima che l’uomo lo arginasse nelle sue favolose tassonomie. Ma il tempo attende il nostro arrivo, mentre il paesaggio ci ha come comparse.

Sabato pomeriggio

Riflettere sull’esistenza del sabato pomeriggio: c’è o non c’è? Può la scatola che ha questo nome contenere situazioni spiacevoli quando fuori raccogli i primi frutti della luce che ha iniziato a stiracchiarsi ben prima della nuova conta in calendario? Se la risposta è sì, cioè che il sabato pomeriggio può contenere situazioni spiacevoli, allora questa luce non esiste, oppure questo non è un sabato pomeriggio che tradisce il segreto alla primavera. Invece, ecco, lei arriverà tra più di un mese e da oggi per noi non avrà altre sorprese. Perché nell’ora di questo giorno senza nome è possibile vedere il colore già del glicine sulla pergola che ha provato a conservare dal freddo i pedali e, guardandoli, fermi accanto a ben altri raggi, ti chiedi come mai non sto volando in riva al fiume che taglia questa città di marmi e pini di mare eterni.

Terremoto

Il terremoto sembra Dio che si rimangia la parola: nel giardino aveva detto alla creatura che le cose avrebbero avuto il nome scelto per ciascuna da lui e dalla sua compagna. Terraferma è il nome del suo ripensamento. Il tremore ci ha svegliati stamattina, il letto tremava da da spezzarci i sogni profondi, vetri di finestre scricchiavano, i lampadari ondeggiare. È durato molto: abbiamo avuto il tempo di svegliarci, capire, alzarci, andare sotto lo stipite più grosso e, ancora, aspettare che finisse. Dopo qualche ora si è avuta la misura del ripensamento divino: 6.5 gradi, ma anche senza numeri la marea terrestre diceva alla schiena sul materasso che la scossa era più forte di quella aquilana. La basilica di San Paolo ha chiuso per verifiche su una crepa nel frontone del colonnato. Il terremoto spiega sul ripensamento divino solchi nervosi come fulmini, abili a stanare persino i corpi sotto il marmo. Dove stavolta, incredibilmente, non è finito nessuno.

L’alba di Roma

L’ora più bella di Roma sono le 5:20. Esci, l’alba è capace di fare appena nata anche lei, cancella i suoi millenni e trasforma ogni angolo di strada in una stanza intima; le luci ancora accese negli archi di Santa Maria Maggiore sono quelle dei comodini che non ha più spento mentre si addormentava. Una bimba smarrita, bisognosa di attenzioni è la città a quest’ora. Alla stazione i vestiti croccanti degli uomini d’affari superano le felpe orizzontali dei senza dimora che ancora dormono a pancia sotto, mentre una vecchia bofonchia qualcosa ai passanti e la parrucca fucsia di una signorina succinta dice che lei il suo turno l’ha appena finito: l’aurora le pulisce il viso prima di darla a un sonno senza sogni. Se potessi decidere chi votare, basterebbe scegliere fra quelli che aspettano un treno prima delle sei per raggiungere il lavoro. Girare la città in moto a quest’ora significa invece schivare i gabbiani insonnoliti che sfiorano il paravento e poi scivolare giù dall’Esquilino sulla lingua ancora glabra di strada fino all’obelisco egizio di guardia sul fianco della basilica di San Giovanni. Prima di infilare un’occhiello della emme che fa l’antica porta alla cinta aureliana, lontano sulla sinistra, dietro le spalle bronzee di san Francesco, vedi il cielo verde arancione sui palazzi di san Lorenzo. Tornando a casa, un’ultima boccata al fresco del mattino ti fa indugiare al portone e, con le chiavi già in mano, alzi la testa: luna diafana sui cornicioni punti dalle rondini. Il bar accanto ha spento le luci e un ragazzo mette fuori i tavolini. Strano, l’edicola è ancora chiusa. La notizia principale del giorno però si è già diffusa: il mondo è di chi si alza a quest’ora.