Anemone

La città d’origine è un richiamo insistente alla continuità delle cose. La città di adozione è un perenne invito all’inizio delle cose. Necessarie entrambe le spinte, la prima può schiacciarti sulle proiezioni altrui se non segni bene i tuoi confini; la seconda può alienarti in frammenti senza storia se non espianti la tua radice per intero. Tra l’eccessiva pressione e il rischio di rarefazione ci sono le onde del mare. La rotta dal Pellegrino al Vesuvio mi regala sempre il necessario, in base alla direzione: navigo a Sud per la densità che mi fa toccare le radici dell’albero; navigo a Nord per la leggerezza che mi fa respirare le foglie dei rami più alti. Questo saliscendi mi garantisce il giusto movimento e la relativa certezza di essere ancora vitale e vivo, presente alle cose importanti: gli inizi e le continuazioni. È faticoso, ma così non ho ancora ceduto al sonno dell’isola e riesco a dare un sapore tutto mio all’anonimato della capitale. Per questo andirivieni, più che avere una direzione precisa o predominante, come si vorrebbe nella retorica adulta delle idee chiare, la mia vita somiglia allo scavo di un solco che ha gli effetti di un’educazione alla veglia. Forse, un giorno, il tentativo di trovare nello stesso luogo anche il dono della geografia mancante non sembrerà più un azzardo. Saprei disegnare i miei confini a Sud o, viceversa, inventarmi una storia profonda a Nord? Stanotte confido nella risposta di un altro, un fiore che nasca dalla mia veglia ostinata, anemone del mare scavato che brilla in attesa.

Una luce accesa

Oggi inizia il mese in cui andrò per mare dagli altri miei tutti e mi sento già scivolare sulla notte, saldo al parapetto in cerca delle lucciole nella spuma dello scafo. Ma resto ancora per settimane importanti qui al centro, e al centro del centro, che è la mia casa di Roma. Da qualche mese abbiamo un orologio a cucù molto discreto che canta solo se avverte la luce, tramite un sensore montato sul prospetto svedese della sua casetta. Il giorno e la piantana accesa lo invitano a uscire, annunciato da un lieve sottofondo di suoni del bosco. La sorpresa è stata sentirlo cantare anche sui soli lumini capricciosi e evanescenti dell’albero di Natale, fatto anzitempo con la nipotina passata a trovarci. Gli basta davvero poco, ho pensato in meraviglia, anche se ieri l’abbiamo colto indeciso. Verso le nove di sera, dalla cucina gli abbiamo sentito fare i primi due acuti e poi smettere. Ho detto a Lucia dobbiamo lasciare una luce accesa per lui. L’ho detto proprio io che a casa vivrei in penombra e sorveglio sempre il lievito della bolletta. Quanto si cambia per i motivi giusti nel tempo! Forse stanotte navigherò in sogno con lui tra le mani, curioso di sentire se anche le lucciole nervose del mare basteranno come invito degno del suo canto.

Un vento esagerato

Il vento di oggi non accenna a smettere e detta nell’aria vortici di rabbia contro ogni materia. Non ricordo furia simile da quando sto nella città del fiume: l’asfalto potrebbe alzarsi da un battito all’altro imitando le colombine che nascono a mare sulle creste eccitate. Nessuno si è ancora fatto legare ai pali per ascoltare il canto meccanico delle sirene in corsa ovunque. Violento il vento ha vinto sul vetro della finestra contro ogni fermo uncinato che avevo teso alla persiana, costringendomi a chiudere fuori il cielo ocra di deserto. Poco fa uno schianto di cocci ha concluso la ribalta di un cassonetto lasciato ancora colmo dalla notte, per l’immonda stasi dei servizi di raccolta. Gli alberi cadono come bottiglie vuote sui muri di cinta e sulle auto, in una sincope frenetica di antenne curve sui palazzi. Il reticolo dei cavi tranviari ha fatto pesca di rami ora sospesi a mezz’aria sui binari, e in giro si vedono immagini da ultimo giorno sulla terra. Ma si finisce e si comincia allo stesso modo. E il presente è una possibilità: ricalcare il tempo lontano in cui tutto nasceva, in cui venivano dati i nomi alle cose e l’umanità cercava di trovare se stessa, i suoi princìpi, e già di consolare il futuro. Correrà allora questo vento ai rifugi antiaerei sotto le grandi ville e per i cunicoli, alla risalita nelle vie sollevando la terra giusta a coprire buche e voragini; darà corpo al sogno che volino via per sempre gli affaristi dell’odio impiegati nella guerra tra le mafie spezzapollici dello spaccio; e farà tutto da solo, senz’altra mano a deviare la sua corsa, la sua direzione, la pura fatalità, il caso: ultima ragione di una speranza che batte alle murate.

Gravità

Ieri a punta Raisi abbiamo ottenuto una piccola licenza dalla gravità, sorvolando per cinquanta minuti il Tirreno dentro un verme di ferro e titanio a forma di croce. Dopo vari mesi di asciutto invece, oggi Roma è stata bersaglio di una feroce richiesta d’acqua: la gravità ha preteso dalle nubi che mutassero la città in laguna, facendo Nilo attorno alla Piramide Cestia e acquario nei tunnel delle metro A. Così il grave distacco dall’isola, concessomi dalla palla di fuoco ardente al centro della Terra, mi è costato il pizzo di nostalgia acquosa che ha spostato la nostra capitale ad Atlantide. I turisti non sanno nulla di questo cambio, loro non distinguono tra le rovine: hanno pagato per camminare tra le vestigia di un impero e mirano invece il crollo di una diga. Per l’intera mattina, casa nostra è stata una barca in alto mare, lampara nel buio della notte distante da qualsiasi faro. La gravità, nel gioco tra luna e marea, è stata clemente e la navigazione non ha subito ritardi eccessivi, facendoci approdare alla costa pomeridiana e scendere di nuovo solidi e all’asciutto. Chissà se e quanto ci costerà, esserci salvati dalla bufera; se e quanto ci sta già costando adesso. Se c’è in tutto un equilibrio.

Evaporare

Dopodomani tornerò distante mille chilometri e inizio già a perdere peso. La bilancia non lo dice ma sto evaporando. Con buona pace del Bardo, siamo fatti della stessa sostanza dell’acqua. In due giorni, il sessanta per cento del mio corpo migrerà in un altro stato, lasciando a questa terra isolana poco più delle mie ossa. I cari e gli amici ormai hanno riempito i loro discorsi di appuntamenti con l’idraulico e visite da fare ai cugini e serate da passare insieme che non mi riguardano più. Finché sono ancora qui, io cerco pure di guardarli negli occhi mentre parlano, seguo i fili che si passano tra le mani e cerco di inserirmi, ma in cambio ricevo solo sguardi come richieste di perdono: scusaci, nessuno ci ha ancora insegnato a vedere i fantasmi. Forse, ormai trasparente, riuscirò a fare un tuffo anche sabato mattina. L’aereo mi decollerà a ora di pranzo, lasciando rotolare la mia testa sull’ultima spiaggia, espressione che allude al mare come massimo emblema dell’occasione. Mare mesto del nono mese, sei dell’anno il più bel parto, che la doglia più scavata è dal cordone tuo il mio stacco. Ogni anno metto tanti legami d’amore a ineterno riposo. Ogni anno rompo le acque come partendo per la stazione spaziale internazionale. Ogni anno ne certifico lo sgomento. Quante volte si può scrivere la parola adesso per cercare inutilmente di fermare il tempo?

Ladri

Andarsene via come ladri, ratti e silenziosi, improvvisi, lapidari di congedo, né guardare negli occhi i rimanenti, né voltarsi per vedere la stanza o il pianoforte un’altra volta, la luce che ora entra nella veranda. Ecco l’unico modo per lasciare i posti a cui siamo più legati e non ci abituiamo mai a salutare. Il luogo che attende i ladri, tuttavia, non può essere una casa: prima o poi dovrebbero lasciarla allo stesso modo. Perché i ladri sono ladri, loro dalle case fuggono e il luogo che li attende è sempre un covo, un rifugio, un nascondiglio. Casa, i ladri non ne hanno. Chi allora partendo lascia una casa per andare in un’altra casa, non può andarsene via come un ladro. E questa impossibilità crea lo strappo che riapre la pelle sempre nello stesso punto a tutti gli onesti che abitano in una città diversa da quella in cui sono nati. Io sono una persona onesta. A volte, faccio di tutto per mascherarmi da ladro. Un giorno mi arresteranno per reato di vita altrove.

Fiumi

Oggi è la prima giornata del paesaggio indetta dal ministero dei Beni culturali e noi non ci stupiamo più delle città coi fiumi. Roma, qui, dà la misura della nostra millenaria capacità di plasmare il territorio a nostra immagine iniettandoci un’infondata idea di onnipotenza sul pianeta che angustia qualsiasi meraviglia residuale sulla presenza dei fiumi in città facendoli dare ormai per scontati, di valore pari a qualsiasi elemento urbanistico eretto a bella posta dai nostri macchinari. Eppure, ricordo che quel fiume è lì da molto prima che Romolo e Remo litigassero; che tutti i fiumi – esclusi i dotti creati dalla sapienza contadina per addomesticare gli indirizzi dell’acqua nei campi – stanno dove stanno da molto prima che tagliassero a metà i centri abitati; e che il tempo scorre da molto prima che l’uomo lo arginasse nelle sue favolose tassonomie. Ma il tempo attende il nostro arrivo, mentre il paesaggio ci ha come comparse.