Ragazzini

Sanguina il mondo intero e ogni giorno ovunque, sui lembi di pelle ancora buona dei corpi infettati che si riconoscono piano dopo i vent’anni e, crescendo, sempre di più. Ferite calde (sul corpo di una fede che si dica autentica), tagli profondi (sul corpo cianotico dell’ideale politico), squarci ripetuti (sul corpo interrotto del sogno lavorativo), dissezioni chirurgiche (sul corpo rimpicciolito degli affetti familiari e amicali), ferocia insuperabile (sul corpo in avvicinamento di un futuro genitoriale). Sarà che intanto, scalando altre età dalla loro verso il cancello, si perde contatto col mondo salvato dai ragazzini. Salvato nei vicoli di borgata che in estate brulicano di monelli sempre nuovi, nei sorrisi che gemmano sulle notti acerbe dei loro volti, nell’elettricità amorosa che li fa inespugnabili a ogni altra lama della vita, nella tensione a farsi domande serissime e trovare giocando tutte le risposte, nell’impertinenza delle storie che appartengono solo a loro mentre il mondo, che pure stanno salvando, cade a pezzi e frantumi. È questo contrappunto di salvezza che vale continuare a sentire ostinatamente sulla pelle; questo basso continuo, che voglio tenere con me fino all’ultimo udito e lembo ovunque sano del mio corpo ancora intero.

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I salvati

Aspettano qualcuno che venga a salvarli. Contro ogni retorica del volontarismo, contro ogni invito a metterci del proprio, zero faber fortunae suae. Immobili aspettano. Senza tendere la mano a chi offre il braccio, né soffiare appelli a chi passa accanto. Aspettano fermi e di peso che li prendano. Come statue di sale, diverse da quelle finte che salutano al primo obolo per ridere ai turisti. Aspettano e basta, niente, fatti sale che non respira. A volte non aspettano più neanche d’essere presi senza invito, fatti oggetto di rimproveri e commozioni, di carezze; a volte si perdono e basta, mirando la culla fatta dal vento alle verdi cime degli alberi. I salvati, da loro stessi sono salvati: come pretendere che facciano loro il primo passo, magari il secondo, per convincersi a sciogliere il sale che li tiene sotto? Servono dieci cento mille passi, fatti prima tutti e solo da chi decide di pescarli, mentre loro stanno morti, posati, fedeli alla radice di loro stessi. E la pesca è una danza di cervici dure e sparizioni, preludio a cento ritorni che scavino luce utile a farli fidare, farli sognare senza tema di cadere. Tutti sono invidiosi dei salvati perché niente, dicono, gli è dovuto: questa feccia è rimasta ferma senza chiedere, collaborare, né volere. I salvati hanno voluto solo aspettare, persino più di quanto hanno voluto essere salvati. Ma è questo il loro merito più grande, inarrivabile, l’attesa ferma contro ogni canto di sirena. E il merito vale ai salvati lo stacco dalla pelle mondana tormentata di grigi, natura tradita, psiche aggirata, cuore ignorato, budella ritorte, fronte abbuiata, fiato gravato, schiena incurvata. Qualcuno, di carne fiato e presenza, li ha salvati.