Fatti vivo

Figlia dell’inverno / la lettura / offre la storia / e il silenzio, / il nero del legno / e il bianco della neve. / Il silenzio tra le parole / permette alle parole / di procedere / e come il silenzio / degli animali / e dei ricordi, / attivo e fertile, / non cospira / con l’infelicità / di dire sempre / solo quello che sai già. / Ho bisogno delle parole / degli altri per scandagliare / le mie. Ascoltando / scrivendo / scopro cosa so. / Le parole / sono la casa del mondo / lo straccio che lava / le cose. / Leggendo / più che comprendere / faccio / scioccamente parte / della dolcezza d’essere. / Leggo per abitare / scrivo per traslocare.

Chandra Livia Candiani, La lettura da Fatti vivo (2017)

L’occasione

La scrittura è l’occasione che non ho parlando. E non perché sia timido o non disponga di uditori, ma per una questione di composizione. La scrittura si compone, la parola si suona. E dare alta voce a quello che scrivo mi imbarazza: perché non scrivo come parlo, mi sembrerebbe uno spreco, parlerei. Ma toccando appena l’aria, quella parola sarebbe già diversa dal pensiero che l’ha spinta e subito vorrei ritrattare, aggiustare, integrare – indugiare anche, se parlare è stare in presenza di qualcuno. Si scrive invece sempre da una distanza e per l’utopia di non dover ritrattare. In questo, ho sbagliato epoca. Oggi si rincorre molto un effetto di oralità sulla pagina, in linea con la mutazione della scrittura in fatto volatile: scripta volant, nei cieli della fibra ottica o per l’etere finché c’è campo di ricezione. Se dovessi cesellare qualcosa da dare a un pubblico in forma vocale, io invece canterei. Perché il suono che tocca l’aria in guisa canora non tradisce la forma concepita prima di darlo al sole, non impoverisce né modifica o fa scadere il pensiero (il mistero) in essa contenuto; tanto che ogni tipo di deviazione ha il nome di stonatura, e si nota. I miei trentadue lettori avranno ormai ben capito che amo la musica. L’occasione che raccolgo qui, invece, è del mio pensiero che venga eseguito da occhi altrui, nel silenzio del lettore. Accenda lui le connessioni del mio dettato, nella stessa assenza di suono fisico in cui io ho scelto e salvato ogni parola. Questa è la gioia dei compositori che, più di ogni esecuzione personale del suono, danno la loro vita alla scrittura di quel suono.

La poesia è un fatto

La scrittura è quasi sempre e solo un dito che indica la luna, il fatto, l’evento perché gelosa dello stesso e, più che il mare, la luna o il sole, racconta la smania di sostituirsi al mare, prendere il posto della luna o del sole e i globi intorno intorno. Quando invece diventa un fatto, è poesia. La scrittura che diventa fatto è poesia, voce e musica, fa nascere alla luna un dito per indicarla, dalle acque un’isola asciutta per ascoltarla, qualcuno crederà di poter anche mangiarla perché sarà pane che risana le viscere, ti sfiora i capelli, riscalda in un fiato. La poesia realizza il vero sogno della scrittura. Ma questo lo sai. Vero che lo sai? Se l’hai visto accadere, lo sai. Non per ciò che è scritto qua, dunque, ma per quello che è successo altrove. In te, che sto cantando.

Omero

Oggi, in libreria, mi è tornata voglia di leggere l’Odissea. Sono andato allo scaffale con le mille versioni dei vari editori che la propongono e di tutte mi piaceva qualcosa, nel raffronto delle sole prime righe diverse, benché a lato dello stesso testo greco. Come decidere quale portare a casa? Davanti a differenze anche grosse mi sono chiesto dove fosse maggiormente Omero, se qui o lì, e mi pareva sempre di vederlo e non vederlo, e mi pareva che questo vedere e non vedere fosse alla fine il massimo a cui potremo mai arrivare. Come fossimo ciechi per metà e ciascuno di noi allora per metà Omero; per metà una storia che tutti conoscono, e per l’altra un puro vuoto inaccessibile alla scrittura ma essenziale per l’assestamento di tutte le varianti atte a descrivere la metà illuminabile. Per questo siamo tutti delle lune e il sole anche oggi, insostenibile allo sguardo, è rimasto sullo scaffale.

Profezia

Oggi ho capito che l’unica possibilità rimasta davvero alla scrittura è la profezia. Se il passato remoto ormai interessa a pochi e il presente – come anche il passato prossimo – è solo un colabrodo di fuochi incrociati, alla letteratura non resta che il futuro. Un futuro inedito, non inteso alla Jules Verne, privo di scheletro fantascientifico. Un verbo che eserciti le sue desinenze accentate al modo profetico. In questo tempo di guerra all’ultima smentita infatti – smentita mediatica, politica, religiosa, relazionale – la sola torre inespugnabile rimasta è la vita futura, col suo gradiente rovesciato di inattualità che recuperi la distanza dal presente tipica delle vere opere d’arte. Nessuno può ancora dimostrare il contrario sulle sicure visioni che parlano di come saremo, per moto di allarme o di speranza, ma ancora vivi.

Filo

Prima di tutti gli alfabeti scritti o dipinti, c’era già il mondo sonoro intorno e la materia e mille tipi malleabili di filamenti vegetali, a partire dalla semplice erba smeralda, che l’uomo piegava per allacciare le cose realizzando nodi che, se insoddisfatto, poteva sempre riportare alla linea dritta originaria in cui riconoscere ancora la natura e, in quel filo verde, un pezzo dell’universo contenitore, memento della sua condizione filiale. Così immagino i paragrafi che accumulo piano nel tempo, se dubito del loro valore: che sia sempre possibile spiegare gli angoli delle lettere che li compongono e ricavarne chilometri di filo da risalire per trovare l’uscita dal mio labirinto e riveder le stelle nella pianura dei miei giorni senza parola scritta, fatti di verità fisica e ben altro linguaggio che quello alfabetico; solo fiato, sguardi, mani, silenzi e ogni altra materia sonora che poi proverò di nuovo ad allacciare – frammenti a miriadi – del mio piccolo universo.

Una magia

Non scrivevo più in maniera semplice. Per me la lingua era diventata solo una magia dalla formula cangiante e, ogni volta che mi accingevo a mettere un pensiero in parola scritta, la sfida era ritrovare l’ultimo suono in cui la formula si era travestita. Dunque le parole erano sia contenuto che suono nel loro insieme, tutto contava: il significato era anche un significato sonoro. Il prezzo consapevole da pagare era che più di moltissimi avrebbero considerato “difficili” le cose che scrivevo, troppo difficili e astruse, esagerate, ecco, incomprensibili a volte. Perché non vuoi farti capire? dicevano. Ma io confidavo ciecamente nel potere della formula per restituire altri mondi. E poi mi dicevo, nessun correttore grammaticale ha mai fatto il capello all’abracadabra: se la formula è in una lingua un po’ strana ma la magia funziona, a chi importa? Aprite le orecchie e non fate i secchioni. Sarà anche un volo imperfetto, ma lo state già facendo.