L’ombra di una nuvola

Posso dirti che ieri notte, in balcone, prima di andare a letto ho visto a terra l’ombra camminante di una nuvola, disegnata dalla pioggia che anneriva lenta un’area ancora limitata del cortiletto condominiale. Ma lo definiresti soltanto l’esercizio letterario di guardarmi l’ombelico. Posso aggiungere che il giornalismo è un’accozzaglia sciatta di formulari che stuprano la lingua italiana. Ma resta pure la scrittura che gode maggior ascolto all’esterno, diresti, e più di altre arriva a chi di scrittura non si interessa, certa della fortuna più grande: comunicare all’altro da sé. Sogniamo pure di essere pubblicati su Nuovi Argomenti, rilanciati da Le parole e le cose, recensiti sul domenicale del Sole 24 Ore, intervistati da Fahrenheit sul libro che presenteremo al prossimo Salone torinese. Ma il chirurgo che stamattina ha salvato una vita, uscito dall’ospedale darà un’occhiata alle ultime veline sul Corriere, non al blog del consulente editoriale adorato dagli addetti ai lavori. E non è ignoranza la sua, ma vita vera. Questo dico, aggiungendo solo: prima di coricarsi, il chirurgo, si stupirebbe anche lui nel vedere quell’ombra di nuvola e allora sì che avrebbe il mio dire in cui ritrovarsi. Ecco, la dignità del mio lavoro poggia su un’ipotesi, la fiducia ostinata che un altro da me si continui a stupire.

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Medaglie

Io li appendo al medagliere più fecondo i miei rifiuti da scrittore. Così oggi ne metto uno nuovo al primo posto. Ho appena ricevuto notizie dal pianeta più agognato: c’è vita su Adelphi e da lì qualcuno addirittura mi prega, prega la mia persona certificando un contatto stabilito come da un’altra galassia. Gentile Signore, abbiamo ricevuto la Sua cortese proposta e La ringraziamo. Non ci pare, tuttavia, che essa abbia i requisiti per rientrare fra le nostre scelte. La preghiamo di gradire ugualmente i nostri più cordiali saluti, Adelphi Edizioni. E penso ai Tentativi di scoraggiamento di Erri De Luca, penso a Siamo spiacenti di Gian Carlo Ferretti, penso al caro Lucio Dalla. Come per interi lustri lui fu bersagliato sul palco di ortaggi che rilanciavano ogni volta la sua voglia di ripicca musicale, così in questi casi – preso da una fiducia paradossale – io mi affeziono ancor più ai miei onesti tentativi e alla via che mi figuro di aver preso, al di là di tutto. Se essere ricambiato da qualcuno che ami comporta l’investitura di nuove responsabilità e, per gravità di queste, il passaggio all’età adulta, i miei fallimenti mi regalano invece il continuo di un’adolescenza che può vivere di spensierato languore e dei meravigliosi azzardi di chi non ha ancora niente da perdere e tutto da sentire, nessuna carriera da difendere in pose professionali, niente di già conquistato. Se non il pieno controllo del possibile nella pagina ancora bianca.

Fatti vivo

Figlia dell’inverno / la lettura / offre la storia / e il silenzio, / il nero del legno / e il bianco della neve. / Il silenzio tra le parole / permette alle parole / di procedere / e come il silenzio / degli animali / e dei ricordi, / attivo e fertile, / non cospira / con l’infelicità / di dire sempre / solo quello che sai già. / Ho bisogno delle parole / degli altri per scandagliare / le mie. Ascoltando / scrivendo / scopro cosa so. / Le parole / sono la casa del mondo / lo straccio che lava / le cose. / Leggendo / più che comprendere / faccio / scioccamente parte / della dolcezza d’essere. / Leggo per abitare / scrivo per traslocare.

Chandra Livia Candiani, La lettura da Fatti vivo (2017)

L’occasione

La scrittura è l’occasione che non ho parlando. E non perché sia timido o non disponga di uditori, ma per una questione di composizione. La scrittura si compone, la parola si suona. E dare alta voce a quello che scrivo mi imbarazza: perché non scrivo come parlo, mi sembrerebbe uno spreco, parlerei. Ma toccando appena l’aria, quella parola sarebbe già diversa dal pensiero che l’ha spinta e subito vorrei ritrattare, aggiustare, integrare – indugiare anche, se parlare è stare in presenza di qualcuno. Si scrive invece sempre da una distanza e per l’utopia di non dover ritrattare. In questo, ho sbagliato epoca. Oggi si rincorre molto un effetto di oralità sulla pagina, in linea con la mutazione della scrittura in fatto volatile: scripta volant, nei cieli della fibra ottica o per l’etere finché c’è campo di ricezione. Se dovessi cesellare qualcosa da dare a un pubblico in forma vocale, io invece canterei. Perché il suono che tocca l’aria in guisa canora non tradisce la forma concepita prima di darlo al sole, non impoverisce né modifica o fa scadere il pensiero (il mistero) in essa contenuto; tanto che ogni tipo di deviazione ha il nome di stonatura, e si nota. I miei trentadue lettori avranno ormai ben capito che amo la musica. L’occasione che raccolgo qui, invece, è del mio pensiero che venga eseguito da occhi altrui, nel silenzio del lettore. Accenda lui le connessioni del mio dettato, nella stessa assenza di suono fisico in cui io ho scelto e salvato ogni parola. Questa è la gioia dei compositori che, più di ogni esecuzione personale del suono, danno la loro vita alla scrittura di quel suono.

La poesia è un fatto

La scrittura è quasi sempre e solo un dito che indica la luna, il fatto, l’evento perché gelosa dello stesso e, più che il mare, la luna o il sole, racconta la smania di sostituirsi al mare, prendere il posto della luna o del sole e i globi intorno intorno. Quando invece diventa un fatto, è poesia. La scrittura che diventa fatto è poesia, voce e musica, fa nascere alla luna un dito per indicarla, dalle acque un’isola asciutta per ascoltarla, qualcuno crederà di poter anche mangiarla perché sarà pane che risana le viscere, ti sfiora i capelli, riscalda in un fiato. La poesia realizza il vero sogno della scrittura. Ma questo lo sai. Vero che lo sai? Se l’hai visto accadere, lo sai. Non per ciò che è scritto qua, dunque, ma per quello che è successo altrove. In te, che sto cantando.

Omero

Oggi, in libreria, mi è tornata voglia di leggere l’Odissea. Sono andato allo scaffale con le mille versioni dei vari editori che la propongono e di tutte mi piaceva qualcosa, nel raffronto delle sole prime righe diverse, benché a lato dello stesso testo greco. Come decidere quale portare a casa? Davanti a differenze anche grosse mi sono chiesto dove fosse maggiormente Omero, se qui o lì, e mi pareva sempre di vederlo e non vederlo, e mi pareva che questo vedere e non vedere fosse alla fine il massimo a cui potremo mai arrivare. Come fossimo ciechi per metà e ciascuno di noi allora per metà Omero; per metà una storia che tutti conoscono, e per l’altra un puro vuoto inaccessibile alla scrittura ma essenziale per l’assestamento di tutte le varianti atte a descrivere la metà illuminabile. Per questo siamo tutti delle lune e il sole anche oggi, insostenibile allo sguardo, è rimasto sullo scaffale.

Profezia

Oggi ho capito che l’unica possibilità rimasta davvero alla scrittura è la profezia. Se il passato remoto ormai interessa a pochi e il presente – come anche il passato prossimo – è solo un colabrodo di fuochi incrociati, alla letteratura non resta che il futuro. Un futuro inedito, non inteso alla Jules Verne, privo di scheletro fantascientifico. Un verbo che eserciti le sue desinenze accentate al modo profetico. In questo tempo di guerra all’ultima smentita infatti – smentita mediatica, politica, religiosa, relazionale – la sola torre inespugnabile rimasta è la vita futura, col suo gradiente rovesciato di inattualità che recuperi la distanza dal presente tipica delle vere opere d’arte. Nessuno può ancora dimostrare il contrario sulle sicure visioni che parlano di come saremo, per moto di allarme o di speranza, ma ancora vivi.