Una magia

Non scrivevo più in maniera semplice. Per me la lingua era diventata solo una magia dalla formula cangiante e, ogni volta che mi accingevo a mettere un pensiero in parola scritta, la sfida era ritrovare l’ultimo suono in cui la formula si era travestita. Dunque le parole erano sia contenuto che suono nel loro insieme, tutto contava: il significato era anche un significato sonoro. Il prezzo consapevole da pagare era che più di moltissimi avrebbero considerato “difficili” le cose che scrivevo, troppo difficili e astruse, esagerate, ecco, incomprensibili a volte. Perché non vuoi farti capire? dicevano. Ma io confidavo ciecamente nel potere della formula per restituire altri mondi. E poi mi dicevo, nessun correttore grammaticale ha mai fatto il capello all’abracadabra: se la formula è in una lingua un po’ strana ma la magia funziona, a chi importa? Aprite le orecchie e non fate i secchioni. Sarà anche un volo imperfetto, ma lo state già facendo.

La mia lingua

Un poco espressivo, dolcissimo, perdendo, crescendo, rinforzato, sempre legato, subito, tremolo, diminuendo, morendo. Sono solo alcune tra le indicazioni che i più grandi geni della storia musicale hanno usato nelle scritture dei loro capolavori. Fossero tedeschi, francesi, russi o di altre latitudini, la sola lingua degna di comparire sul pentagramma senza stonare in mezzo alle note, tollerata nel regno alieno della musica, era l’italiano. La mia lingua.

Elsa Morante

In questa conversazione, s’era fatta sera scrive Elsa lasciandomi incredulo davanti a tanta bellezza, e decido per me che fu una poetessa. Perché con queste parole, nelle ultime pagine di Arturo, la sera, la chiusa, il momento finale si innesta nelle cose, non viene dopo di esse; la sera non arriva dopo un dialogo, un fatto, un evento; ma si fa nella durata, impregna di sé quello che accade, compresa la lettura del libro, che per me si è conclusa ieri nel vespro di villa Celimontana.  Continua a leggere “Elsa Morante”

Scrittori

Se ti piace scrivere, scrivi, dicevo. Il giornalismo è un mestiere per chi ama stare al centro, ha la cervice adatta a insistere rompendo i coglioni o, in alternativa, chiunque sa farsi assumere con l’art. 1 del contratto nazionale. Attività completamente diverse, ribadivo ai colleghi praticanti appena conosciuti. Premesso ciò, ricordo che scherzando (neanche poi tanto) si diceva dei giornalisti: sono quelli che spiegano a tutti cose che per primi non capiscono neanche loro e – interessante, forse da qui nasce l’equivoco tra le due professioni – ora credo che per gli scrittori si possa ricalcare lo schema: sono quelle aquile che descrivono con un controllo perfetto della lingua aspetti della loro realtà che non riescono a controllare bene e a spiegarsi, anzi che gli sfuggono proprio, anche dopo averli descritti in maniera tale da sembrare che li abbiano domati, gli stessi che molti presumono di aver già schedato da anni e invece, guarda, ecco come si chiamava quella cosa lì, sentivo che stava stretta nelle cartelline in cui avevo cercato di infilarla ogni volta da un lato diverso, procurandole i calli nell’ultima in cui l’ho archiviata e finalmente, dopo aver letto lo scrittore, invece della mia etichetta angusta posso darle un torace e un nome nuovo, un nome lungo una frase, un capitolo, un libro intero che, mentre leggevo, pareva lo stessi inventando.

Doc

Oggi guardavo una delle puntate che manda Rai 5 sui grandi della letteratura italiana, stavolta toccava alla selvatica Elsa Morante, e all’improvviso mi ha morso un pensiero. Soppesandone con Camurri la grandezza e beandomi delle osservazioni di Trevi e Berardinelli – fra vari estratti, letti da Licia Maglietta – mi sembrava di afferrare davvero l’importanza e la grazia di una scrittura autentica e dire, mi sono detto, che all’epoca non c’era solo lei, ma tanti altri che oggi ammiro come classici, da Gadda a Calvino a Pasolini (citando tre esempi diversi, ma di scritture ugualmente organiche). È stato allora che, investito dal fulmine Ida, mi sono detto, in parallelo, e dire che mia nonna è stata perfetta contemporanea di tutti questi artisti e, potendo quantomeno accorgersene, si è occupata invece per tutta la vita di un altro libro: quello che le usciva di bocca ogni volta che stavamo insieme. Il suo romanzo orale non ha nulla in comune per accenni o ispirazione con l’arte o la biografia di quei grandi – vite sfioratesi neanche da lontano, un giorno, che so, nella Venezia degli anni Trenta – eppure fonda la mia letteratura in maniera più vera di qualsiasi altra. A quel punto ho sentito il morso. Più saggiavo l’estraneità pacifica, la reciproca indifferenza tra quelle due realtà coesistite (Letteratura dei grandi, Vita di nonna), più entrambe acquisivano merito e bellezza, ogni volta che riuscivo ad accrescere la distanza fra loro elencandone gli attributi. È possibile scrivere o, ahi!, vivere davvero; altrettanto miracoloso è l’uno o l’altro destino.

Caro scrittore

Bene, hai mandato un testo e aspetti una risposta ma, invece di star lì a pensare sempre quando avrò notizie, convertiti e pensa ormai l’ho mandato per sempre, come nel flusso autonomo che ti passa davanti alla finestra e conta solo questo, che sei uscito dalla stanza: la risposta è un incidente e può dipendere da molte cose, come dall’inclinazione della pioggia in un tornante.

L’azzurro cielo

La scrittura è certo sopravvalutata. Potrà anche esserci l’azzurro cielo nelle tue pagine e, lì, anime sconosciute sentire il tuo spirito quando sarai lontano dalla terra. Ma tu, sotto quel cielo, non avrai camminato vero; l’aria pungente dell’inverno non ti avrà pizzicato il naso, né il sole d’agosto bruciato la pelle e impedito il sonno col suo fuoco la notte. Perché sarai rimasto al chiuso, a scrivere con la flebo dell’immaginazione attaccata al braccio, senza distribuire baci concreti e solo tuoi al mondo dei presenti, incontrarti con un amico, sbagliare amante persino, perderti in una città sconosciuta o suonare tutto il pomeriggio per prepararti alla prima serata della tua vita. L’opera varia di annotare le impressioni per riverberarsi negli atri di spazio e tempo: capite quant’è sopravvalutata e, anzi, spia di semi-infermità, nido per allodole capaci di intendere ma non di volere! La cosa grave, certo, è ritrovarsi proprio qui ad annotarlo, e persino con una certa cura, favolando un azzurro cielo vibrante di flauti da farvi sentire. Confido nel sabato però e nel mio orecchio teso, non alla favola, ma a un bene corporeo, presente, che mi dica negli occhi sei incorreggibile, mentre sorride.

A scuola di lettura

A volte quello che vorresti nel segreto non è scrivere qualcosa di raro e meraviglioso, ma intervenire ancor prima della comunicazione e far sì che qualsiasi cosa tu metterai in parole sarà impossibile da ignorare, non per la sua bellezza ma proprio così, per una sorta di stregoneria. Perché sai che qualunque testo, per quanto bello, è tranquillamente passibile di non lettura, non comunicazione, anche solo per volere del caso: basta non aprire mai quella pagina o passare lo sguardo oltre con occhio distratto. L’esperienza di lettore diventa allora per chi scrive un controluce istruttivo sull’invadenza propria del suo sentimento, sogno di esserci per qualcuno, desiderio di relazione prima che si manifesti l’interesse dell’altro; e la lettura si fa promemoria contro la vanità, per lo scrittore che tende al meglio pur senza alcuna garanzia di arrivare, e dunque di esistere. La sua esistenza infatti è cifra d’occasione, dubbio da fugare ogni volta sulla riprova del suo testo, sorta di incidente che può capitare in vita o dopo, quando si avverano le due condizioni: aver scritto qualcosa di buono, essere letti da qualcuno. Solo del lettore conosciamo per certo l’esistenza. Ma l’uomo che scrive, ombra in cerca di materia a cui appartenere, non può non desiderare a volte di essere Faust, l’irresistibile musica.

Favolando

Scrivere una buona nota favolando di poter cambiare il mondo intero è lecito, fondato, dignitoso. È come uscire di casa con un pensiero nitido su una questione, un fatto o una persona, che puoi anche non riferire a nessuno ma già ti basta a presentire una vita migliore, chiarificata su quel fronte o quella relazione, foss’anche per la messa a fuoco di un dubbio o una domanda. A guadagnare limpidezza è già per primo chi favolando ha avuto quel pensiero ed è questa promozione di stato, facendo egli parte del mondo intero, che misura l’infinitesima quota ma reale di cambiamento planetario, il moto impercettibile che possiamo chiamare respiro del mondo.

Continuamente

Io ci ho delle parole che le cerco continuamente e ogni tanto le trovo. Altri cercano continuamente delle note, delle forme, dei colori e altri ancora delle cose che nemmeno (ancora) io ci ho delle parole ma le troverò. Perché io come quegli altri una cosa: continuamente – senza dividerla da me pure quando mi sembra inutile o dannosa – e chi non continuamente dispiace per lui: c’è, non c’è.