Voglio di più

Limerò elegie oniriche negli apolidi recinti di Orfeo. Dirò il tuo nome in versi senza fartene accorgere e, giocando, inventerò orizzonti nuovi, adamantini. Ordinerò le idee volando in altalena e ridesterò i cuori come aulente rosa delle origini. Perché voglio di più. Voglio chiedere di più alle parole, le voglio fatte di lettere magiche di una magia che mi attraversi e poi sfugga al mio controllo. Non lo voglio il controllo, il controllo è il male, è l’illusione peggiore. Allora, alleverò delicati agapanti in attesa del miracoloso angelo e del tuono tropicale – entrambi operosissimi. E mai sazio, rifarò tutto da capo: addestrerò liriche in celesti evoluzioni e, fulmine rapido a nord, cavalcherò elegante sulle cicale ottobrine. Mescolerò albe rubando tanti acquerelli per luminare una cava apollinea dove metterò alle rose in amore spine ovattate lasciando che esistano. Che esistano, tutte. Giuro, a balzi romperò insidie ereditate libando elisir per guidare incontri dove rideranno gli innamorati acerbi. Gestendo tali oneri raccoglierò gigli incantati ovunque e, ancora di più, muoverò alzaie recitando canti oceanìni. Se non dovessi riuscire in niente di tutto questo, so per certo che farò almeno una cosa: aprirò nidi nelle aurore musicando alle nude fate ricami eufonici di infinito.

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Senza niente dire

C’erano formiche a casa loro grosse così, tra le panche di cemento davanti al mare e invase di persone che al vespro, una volta a settimana, cercano di mangiare parola che le liberi dalla mortificazione religiosa e da altri legacci. In mezzo ai loro gomiti ho pensato a te – oggi ti ho dato il mio suono per la nostra comunione a distanza, da qui all’imminente poi che ti prenderà molta energia – ma non è il mio pensiero che conta, perché ecco, la verità: qualcosa dentro ha trovato le parole per chiedere il giusto, quanto serve per accompagnarti di nuovo fino al sole in ogni caso, e al nostro prossimo sorriso. Parole che non ho sentito io nemmeno, ma si mescolano alla linfa che mi permette di camminare, di alzare la testa alla roccia brunita del Pellegrino, chiedere a un passante che guerra sta combattendo, entrare in casa e dare un bacio a mia moglie. Senza dire niente ad anima, di quello che mi si è chiesto dentro. Per te, fiore di campo.

Immersione

In due giorni sono passati trent’anni. L’altro ieri è stata l’Epifania, oggi il battesimo con cui Yeshùa inaugura la sua vita pubblica. In mezzo, i suoi trent’anni di vita nascosta. L’impertinenza del tempo liturgico rispetto a quello laico è stupenda perché regola un immaginario autonomo e un tale sproposito di attività umane ovunque da assegnare alla cronologia devota dignità pari a quella del calendario secolare. Allo stesso modo io vivo, tra le sponde di un tempo romano e uno palermitano, e i pochi giorni concreti che precedono di ancor meno ore spirituali il passaggio da una riva all’altra sono come l’emersione di una vita nascosta che affiora sotto il cielo un istante per immergersi nella cronologia dell’altro tempo. È un istante raro ma preciso, come quando avvisti il dorso di un cetaceo che sfiora il pelo dell’acqua per passare da una colonna di mare all’altra. Un istante che in me può durare anche un paio di giorni, quello che precede una partenza e quello che segue l’arrivo nell’altra sabbia. È un sussulto. Come quello che nell’esaltato rifiuto di Giovanni a immergere suo cugino nel Giordano trasforma il mondo intero nel grembo magnifico di Elisabetta. L’immersione di Yeshùa nel nostro fiume chiude il tempo di Natale e apre al tempo ordinario. Ogni passaggio di tempo dura un istante lungo giorni, mesi o anni: spero che tutta questa vita non mi sia nascosta per sempre.