Domenico

Domenico era un incisore. Uno dei primi incavi che mi ha lasciato dentro ha un nome tedesco: sitz im leben. Io il tedesco non lo conosco, ma da lui so cosa indica questa espressione. Non ricordo se me ne parlò solo una volta, e tanto bastò a fulminarmi, o se fu un concetto ripetuto in più occasioni, col fervore e la sapienza degli incisori nel passare più volte sulla stessa linea.

Sitz im leben significa “posto nella vita”, in metafora è il luogo che scegli come apertura prospettica sul resto. Ognuno trova il suo sitz im leben dopo una ricerca. Dal momento in cui ti siedi lì, guardi le cose orientando il senso che hanno per te, che vuoi che abbiano, o che lotterai perché lo abbiano. Non era un discorso da adulto a ragazzino: avevo iniziato a frequentare casa sua per un interesse verso la figlia, ma in quel momento non c’entrava niente. Era una confidenza da anima pari, data senza alcun ritorno di interesse, per la sovrabbondanza di una grazia che gli illuminava il sorriso. Un sorriso da trovatore.

Il sitz im leben è il posto in cui scegli di sederti per osservare la vita, diceva, la sedia del tuo essere che non deve più correre dietro mille correnti ma può iniziare finalmente a costruire qualcosa. Quando me ne parlò eravamo davanti alla sua grandissima libreria, piena di volumi di scrittori russi, autori mistici e molti testi di teologia. Una delle cose che trovai subito affascinanti di quest’uomo era che – dopo due specializzazioni in medicina, cinque figli e una carriera avviata – si era iscritto in Teologia e gli mancava una materia. Ancora studia! pensavo.

Avendo appena iniziato l’università, nel pieno smarrimento dei diciannove anni, ero irretito dalla sua figura di ricercatore continuo, dall’idea di coltivare sé stessi per la fioritura di un senso unitario che all’epoca era ciò da cui mi sentivo più lontano. Da noi, in dialetto, si usa l’espressione: quel tizio si è collocato, per indicare – nel bene e nel male – una condizione (materiale oggettiva o di predisposizione intima) di assestamento inamovibile attorno a cui è quasi obbligato a girare il resto delle cose. Quanto desideravo io avere almeno un po’ di quella stabilità! Avere una direzione chiara era un sogno per me che brillavo sì, ma come polvere interstellare alla deriva.

Ora che ho cercato la giusta trascrizione di questa locuzione tedesca, mi accorgo che per una sola vocale la parola “vita” (leben) si differenzia dal verbo “amare” (lieben). Da oltre vent’anni ospito questa figura del Sitz im leben che mi ha inciso Domenico, da entusiasta a entusiasta. Da oltre vent’anni mi chiedo a quale posto potrei dire di aver riservato la seduta del mio essere, per quanto sia possibile a un’indole inquieta come la mia. Credo di poter dire che le ho riservato il posto migliore possibile, quello dell’amare (come processo, azione, verbo; nulla di statico, niente sostantivo, nessun punto di arrivo). Il mio sitz im leben è il lieben.

Lo stesso amare teneva legati, in una condizione che spesso aveva del telepatico, Domenico e Lucia, la figlia che intanto mi è rimasta compagna, sposa, diventando madre a sua volta di un nipotino che è stato l’ultimo pensiero felice di mio suocero. Nel pomeriggio del primo marzo, data in cui dieci anni prima moriva per arresto cardiaco pure Lucio Dalla (un’altra versione di me), poco dopo la mia registrazione al cellulare della canzone Se io fossi un angelo, Domenico ha parlato al telefono con Lucia della febbre che aveva da quattro giorni nostro figlio Arturo.

Aveva già il fiatone, mio suocero, lo sentivo dalla cornetta persino io che stavo davanti a Lucia. Papà, ma che hai? Niente, sto facendo le scale. Ora entro e mi prendo una bottiglietta d’acqua. Lucia parlava di Arturo. Lucetta, non ti preoccupare: a tutto c’è una soluzione. A tutto c’è una soluzione. A tutto c’è una soluzione. Tre volte l’ha ripetuto. Un’esagerazione. La mia sposa non poteva che ironizzare: va bene, papà, ora me lo segno! Tu però, fermati e riprenditi un attimo. Ecco ho preso l’acqua, ora mi siedo. Oh, bravo, dai. Ecco, ah… mi sono seduto. Va bene. Ciao, ciao.

Domenico era un incisore. L’ultima icona che ci ha lasciato è la chiusura di un cerchio; le sue ultime parole in assoluto consegnate alla figlia più lontana; la sovrabbondanza di una rassicurazione per la più recente vita arrivata in famiglia; il gesto a ricalco della prima incisione che mi fece dentro, dando al suo essere il posto che aveva scelto fin dall’inizio, la seduta che ha sempre avuto – e continua ad avere – per tutta la vita: l’amore.

Irraggiungibile

Abbiamo luoghi irraggiungibili per gli altri, dove non andiamo spesso ma che ci aspettano. Sempre. Sono agli antipodi dell’esperienza, fuori dal tempo verso dentro e fuori dal tempo all’infuori, in lontananza. Ogni persona ha la sua via per entrarci. Il genio francese delle lettere, Marcel, raccontò la sua via tirata fin lì dal senso dell’odore. Per me che ora scrivo da quel chiuso, molle e infinito, è una via tracciata dal suono. Ogni volta che vengo qui a nutrirmi del mio sempre, mi chiedo come ho fatto a starne lontano per così tanto. Facevo la vita, eppure qui è il suo oro. Nessuno lo può rubare. Né io posso o voglio portarlo via da qui. Qui sono io che devo tornare e mi faccio tenerezza quando abito il tempo senza nemmeno ricordare l’esistenza di questo grembo, il suo indirizzo in musica. Marcel disse che è proprio questo oblio quasi costante a renderlo sempre inespugnabile per gli altri e, il più delle volte, anche per la versione di noi obbligata al tentativo di una vita. L’altro luogo, quello dal tempo all’infuori, in lontananza, è ancora più difficile da raggiungere perché ha vie sempre diverse. Da lì i poeti afferrano note di lingua mai sentita prima e a volte riescono a farle sentire anche a noi. Ed ecco, vedi, anche lì è sempre questione di. Suono.

Talismano

Nel cosmo esplode senza tregua un’infinità di stelle e pianeti, uno per ogni cuore furioso che qui di notte brucia senza luce sapendo che oltre quel dolore non lo aspetta alcuna guarigione. I corpi celesti si polverizzano generando onde concentriche nella sordità del vuoto spaziale, perché ogni corpo disperato sulla terra resti intero a ospitare l’esultanza della gioia per tutt’altro, quando sarà passato l’ennesimo attacco: la trafittura tende le radici di un bene preteso unicamente per sé, non per altri e nemmeno per i figli. La rabbia per il negato diritto alla felicità ramifica detonazioni nell’universo per ogni anima infilzata sulla terra. Non sarebbe così immenso il cosmo se non dovesse ospitare – e c’entrano appena! – tutti i fuochi accesi negli umani abissi di solitudine. Dov’è corto il respiro, come una sintassi di lingua in codice, una miccia innescata nella materia oscura, un sogno da dimenticare prima dell’alba.