Lamento su Idlib

Chi uccide bambini non è mai stato figlio, pur essendo nato. Non ha mai avuto un figlio, pur essendo padre. Non ha mai amato, pur avendo abbracciato. Non è mai stato ricambiato, pur essendo sposato. Non è mai stato umano, pur essendo uomo o donna. Non ha mai fatto altro che un suicidio, pur avendo massacrato il mondo intero dall’alto. Sparisce malgrado continui a sorridere, a parlare; è cancellato nell’irrecuperabile abisso che fischia ai piedi della Geenna, malgrado uccida ancora e ancora e ancora spietato. E ancora. E la vita di tutti dovrebbe essere quella delle api che, usato il pungiglione, smettono di volare, di respirare, di fare male. Invece siamo delle vespe, il mondo è il nostro nido. Muoiono bambini.

Aleppo

Tanti sono morti e spariti che non si potrà mai più vivere in questa città spezzata, le bombe cadute dal cielo hanno fatto da semi per l’odio e Aleppo ora è tutta vegetazione. Il sole non trova più carne da scaldare ai lati del muro tra governativi e ribelli, nessuno potrà vivere di nuovo insieme a nessuno in questo poligono di droni. Passata la calamità innaturale, resterà solo un cretto di polvere e i vivi saranno costretti a rifare da zero interi paesi accanto a ruderi presi da erbe che non volevano crescere. Le poesie dovrebbero scriverle i morti e noi dire solo grazie, morte che annulli il tempo tra adulto e bambino, lo scarto che qui ci fa piangere di più.

Siria

Dicevano gli antichi che la poesia
è scala a Dio. Forse non è così
se mi leggi. Ma il giorno io lo seppi
che ritrovai per te la voce, sciolto
in un gregge di nuvoli e di capre
dirompenti da un greppo a brucar bave
di pruno e di falasco, e i volti scarni
della luna e del sole si fondevano,
il motore era guasto ed una freccia
di sangue su un macigno segnalava

la via di Aleppo.

Eugenio Montale, La bufera e altro (1956)

Palestina

Fra poco la morte cambierà nome: si chiamerà palestina, i morti palestini. Allora un uomo, raggiunto l’ultimo buco non ancora esplorato del pianeta, lo battezzerà “morte” e la tribù locale – insieme all’arrembante civiltà che si trasferirà lì – si chiameranno morti. E se ne parlerà in toni perfettamente normali, perché la paura e l’angoscia si saranno spostate su quell’altra parola. Quando palestinerà il vecchio capo tribù, l’intera comunità innalzerà un obelisco in suo onore indicendo il lutto nazionale. Per spiegare la cosa ai loro figli, le madri diranno che il vecchio capo ha raggiunto i nonni, nella terra bagnata dal Giordano di cui parlano i testi sacri e che un giorno, prima o poi, raggiungeremo tutti. Qualche bambino, ancora troppo piccolo per capire il concetto di palestina, farà spallucce e tornerà a giocare spensierato in giardino, sotto il cielo sereno di morte.

30/07/2014