Un mistero positivo

A quest’ora della sera, ormai si può ben dire sul far della notte, gli insegnanti non hanno smesso la loro veste mortificante di burocrati e seguitano a compilare una delle tante caselle telematiche che compongono il singolo giudizio del primo quadrimestre per ogni alunno, molti essendo titolari di più materie – dopo aver fatto, ovviamente, le ore diurne negli istituti e iniziato le valutazioni in riunioni online il pomeriggio a casa. Molti dicono che il loro lavoro è una pacchia, e loro lavorano per lo stesso stipendio ridicolo di sempre rispetto all’importanza del compito e alla fatica spesa; per la stessa scuola che già oltre dieci anni fa chiedeva alle famiglie di portare la carta igienica mancante nei bagni; nella stessa nazione che prima delle ultime utili emergenze era comunque abituata a notizie di tetti crollati in edifici scolastici; lo stesso paese che paga una ultra trentennale dichiarata crisi della politica, ora giunta al pettine nelle ipotesi credibili di scalata al vertice costituzionale da parte di un oligarca. Cosa spinge questi insegnanti a lavorare ancora sul far della notte, così? Di certo, nulla che possa trovare riscontro nello stato presente delle cose (deteriorato ormai anche per il terrore aziendale di cosa potranno dire i genitori degli alunni, davanti a una valutazione non gradita). Per questo, ancora di più, grazie, insegnanti: siete il mistero positivo che giustifica la non estinzione di un settore pubblico gestito senza la minima cura né più ombra di senso. E domani, come ogni giorno, altre lezioni.

Prima di dormire

Qui un mese dura un anno, le ore sono gualcite dai mille nervi del cambiamento, ma appena mi fermo non so spiegarmi la più bianca maschera col soffio che tutto sembra durare. Cresci in bellezza e presenza alla velocità dei fiori notturni che trovo la mattina in balcone, sui vasi delle piantine grasse. Ma dai ancora senso a frasi come ora addormentiamo la luna, prima di cantarti la ninna davanti al lumetto a parete; quegli alberi hanno raccontato una favola alle macchine, mentre guardiamo le auto dormire accosto alla villa davanti casa. Non c’è caos maggiore da cui sorgono stelle in tutto il mondo – né bianche notti di fegato spaccato per locali o precipizi di canoa sulle rapide in montagna, né concerto urlato accanto alla cassa o alba d’amore sulla lama dei sospiri – di quello che si avvita nelle stanze che vanno a letto presto, evaporando sul cuscino l’ultimo briciolo di stanchezza cosmica. Da nessun’altra parte le stelle danzano così. Eppure hanno senso frasi allarmanti, di apparente segno opposto, come finalmente ho addormentato l’amore o come si fa a spegnerti, amore? Il vortice questo fa: fa toccare la punta delle dita al tempo e all’eterno, mentre fuori un pettine gigante è quasi arrivato ai nodi del bene e del male.

Esseri antichi

Ci hanno buttato fuori da molte vite, abbiamo acquisito un’antichità e ora siamo già alla terza, quarta mano di restauro. L’età arcaica si è interrotta con la guerra di mafia e le stragi. L’età classica è iniziata con internet. L’età moderna è esplosa con le torri gemelle. Il contemporaneo ci ha polverizzati con la crisi e la pandemia. Abbiamo quaranta anni, siamo nel mezzo. Pochissimi riescono a fare la vita che più o meno facevano i loro genitori. Molti hanno avuto un figlio in calcio d’angolo, con buona consapevolezza ma poco tempo per il secondo o per vedere il primo oltre i suoi trent’anni. Moltissimi portano il bagaglio tra solitudine e lampi di creatività.

Salvano le relazioni, quelle che sopravvivono alle scelte personali, allo stigma sociale imperante; salva fuggire dall’Italia, per dove ancora non sei capro espiatorio o combustibile politico per il fuoco fatuo degli “adesso basta” o “servono riforme”; salva il caso, che agli ostinati può anche far trovare un lavoro o l’amore, come pepite di fiume. Non credevo possibile che in un paese dove “si conoscono tutti”, come diceva Longanesi, si alzasse con tale efficacia nel discorso pubblico e in quello più dolorosamente privato uno spartiacque di paura, odio e sufficienza verso una minoranza di persone, lavoratori contribuenti incensurati trattati come ultima variante di un male che da due anni tutto giustifica, tutto muove, tutto cancella, tutto confonde.

Dal contemporaneo non si esce. Ma ho voglia di partecipare alla ricerca di nuovi modi, microsociali o anche solo privati, per frantumare ogni mattone edificato a isolamento di categorie intere dietro un muro di giudizi precotti e un’etica ministeriale basati sulla pornografia del buon esempio, che alimentano la disperata difesa del capitale dando lustro vacante ai cinque minuti di popolarità dei sudditi. Saranno modi e linguaggi compositi, nati dalla stratificazione di stili e buone pratiche appartenuti a ogni età vissuta finora – da quella arcaica all’attuale – ma dosati nella trasparenza lieve di un sorriso, un gesto, una parola, un silenzio, una compagnia più forte di qualsiasi muro.

Saranno modi e linguaggi che mi faranno toccare la pelle distante o mi daranno una ragione nei casi di obbligata rinuncia per abbandono altrui della vita. Sarà qualcosa, un esercizio nuovo della presenza che mi farà essere ancora reperibile. Non impaurito, né sparito, né depresso, né sordo, né invincibile, né avaro o senza mani ancora per molto tempo. Ancora per mezza vita, si presume. Ancora fino a domani, si riassume. Ancora e in ogni momento, si desidera.