Agguato

Senza andare nei boschi, senza abitare nei boschi e dormirci la notte, senza essere una bestia che insieme vigila e dorme nella tana – fuori è l’orchestra furtiva dei fruscii predatori – senza nemmeno abitare in una campagna isolata o ripararsi tra i ruderi di un paese fantasma sotto le stelle, si può sentire la paura, si può vivere la paura nella camera di una casa in centro città, lo stesso abbandono a sé stessi, la stessa incognita sul domani e la violenza in agguato dell’unica vera comune condizione dei viventi: la precarietà. Nascondi il filo meglio che puoi, un giorno lo troveranno comunque e non sarai più appeso, tenuto voluto sentito nutrito cullato. Dov’è il sorriso, dove l’abbraccio, dove la rassicurazione, dove il calore che ci faceva chiudere gli occhi sottraendoci alla notte? Siamo nella notte adesso, si deve scegliere come affrontarla. Il meglio è quando riesci ad accendere un fuoco. Più spesso sono solo occhi aperti al buio nell’antro o stretti sugli alberi in sospeso.

Avvento

Nel buio cadono i confini, non sai dove ti finiscono le mani, non vedi cosa rischia di romperti il naso a un passo né sai dov’è il ginocchio se non rovini su una mezza altezza ignota. Nella notte, l’unica è chiedere una relazione, allungarsi alla cieca per trovare i confini di qualcos’altro e capire i tuoi. Se rinunci ad avere confini però e non tocchi niente, se resti tanto calmo da sopportare il nero, sgranando gli occhi nel nulla puoi anche immaginare che le valli si alzino e i monti e i colli si abbassino, che il terreno accidentato diventi piano e quello scosceso arrotondi in una vallata. Se non tocchi nemmeno il tuo corpo e resti tanto calmo da sopportare il vuoto, chiudendo gli occhi puoi anche favolare di indossare peli di cammello chiusi da una cintura di pelle attorno ai fianchi, e di trovarti in quel deserto da così tanto che non ricordi più quando hai iniziato a nutrirti di cavallette e miele selvatico. Allora saprai che qualcuno viene dopo di te a scioglierti il calore necessario sulla testa, per illuminarla. È tuo figlio. Una voce griderà ai quattro angoli della terra di consolarti, ma il chiaro sarà già tornato e tu non avrai davvero più bisogno di essere consolato né di raccontare cosa sei stato nella notte che – solo ora lo sai – consumava un lungo, lunghissimo avvento.

Abisso

L’abisso interrompe la via piana del giorno: la serie di impegni, l’ordine prestabilito si bloccano davanti all’abisso. Ci cadi per un incontro inatteso, una telefonata difficile, un agguato della memoria, un chiodo esumato. A volte è un vuoto gioioso pieno di capriole nella pancia, altre è una visita agli inferi senza anima di fianco. Può essere l’intuizione delle nostre fortune viste dall’alto o il conto millimetrico dei fastidi che cela un intero malessere. Abisso orrido, immenso, ov’ei precipitando, il tutto oblia compose il conte insuperato. Tutti gli abissi infatti, lieti o dolorosi, sono accomunati dalla dimenticanza. Dispàre il mondo nell’estasi del momento, dispàre la terra nella cuna del tormento. Se non ne esci per un bisogno primario, lo fai perché un altro è nella stanza: ti allunga la mano a spezzare l’incanto e prova un’estrazione indicandoti la via per risalire. Risalire dal bene o dal male, ma a una presenza che comunque li supera entrambi. Il ritorno allora è sempre una richiesta di conferma sulla pronuncia di un nome: oggi era il mio, e il tuo di rimando sulla via.

Sabbia

All’inizio siamo compatti, ci conosciamo e facciamo insieme cose belle, facendo bella ogni cosa: in compagnia di amici o parenti più affini di altri, cadiamo nel presente al calore di un affetto in primo piano su tutto. Passano gli anni e, dopo tante altre felici cadute insieme, per mille motivi decenti e riassumibili in una sola parola – vita – ci disgreghiamo. Smettiamo di essere compatti e, uno a uno, ci stacchiamo come briciole dalla crosta: un giorno gli uni vedono cadere nel presente gli altri, restando però nella parte alta dell’ampolla di vetro e scoprendo di essere sempre stati sabbia, mentre i compagni di tanti anni passati insieme rimpiccioliscono nel vano oltre la strettoia. Il tempo così fa scendere, soli, uno alla volta nella clessidra, i grani dell’universo umano. Molti sognano di trovarsi accanto anche dall’altra parte. Qualcosa in loro alimenta una fiducia nel rimescolo del caso.

Beato abbandono

L’abbandono beato delle ville di famiglia che quest’anno non faranno da scenario alle feste gaie dell’ultima notte di dicembre. L’abbandono languido oltre il cancello dove è profumo di zagara e macchie di arance nell’umida aiuola sul vialetto che porta in montagna. L’abbandono dello spiazzo in cima alla scalinata dove posa la luce di questo primo inverno al crepuscolo. L’abbandono muto che fa cassa toracica ai canti degli alati sugli oleandri e ai passi falsi dei gatti sulle foglie secche. L’abbandono gremito di memorie e giorni condivisi nella disattenzione alla vita che fa miracolose le ore dei bimbi presi a giocare. L’abbandono delle vasche piene e di quelle vuote nel giardino che conosce i segreti della pioggia caduta a piombo e mulini l’ultimo autunno. L’abbandono commovente che invita a risalire la linea continua di mare spiaggia strada tonnara salita cancello, sotto i balconi di ferro, bompressi ai teli di lenzuola giganti contro le luci intermittenti delle feste. L’abbandono e le feste. Soave connubio, incantesimo.

C’è una solitudine

C’è una solitudine che mi prende spesso prima di imbarcarmi in aereo per un viaggio, legata al mio terrore di essere in volo, che parta da solo o in compagnia. È uno stato buono a nulla, puramente vuoto e non proficuo alla nascita di alcun sentimento di unione col mondo, perciò anche questa nota è zero. O forse, paura. Domani per due ore e mezza sarò un volo verso il mare del Nord e stanotte sentirò crescere più forti ai piedi le radici che mi verranno strappate dal suolo. Dormirò male pensando all’impossibilità di respirare sopra le nubi, oltre le Alpi e sui fiumi, fino ai canali di una città medievale che oggi va in bicicletta, ricorda una bimba che scrisse un diario e un infelice morto senza un orecchio. Faccio parte delle persone che conoscono la solitudine formosa, ma non è quella di stasera. E lo scrivo ora, programmando l’uscita del post a quando sarò ancora lontano e analogico, in viaggio senza potermi connettere, né volerlo fare. Sarà la mia scia, visibile in dolce differita come una lettera d’altri tempi. Una volta, sentendo l’annuncio dopo l’atterraggio – fate attenzione quando aprite le cappelliere sopra di voi – ho immaginato che tutti i trolley e gli zaini dei passeggeri attoniti si fossero trasformati in cappelli, dando finalmente ragione al nome di quegli scomparti. Io, quando viaggio, lo porto sempre il cappello. Ce l’avrò anche in questo momento, che sarò disperso in qualche stradina coi piedi per terra e il naso all’insù, dove si può respirare. Tutto.