Aspetta

Ho aspettato molto, compreso tanto e ringraziato, ancora aspetto, capisco il mondo ma logora questo, vorrei andare oltre, non so andare né ancora aspettare e, se un giorno arriverà, mi sentirò la settima scelta, di esserci in via fortunosa, non per diritto o per merito, ma darsi importanza da soli è ridicolo, sta a voi, mi avete detto lo sei ma aspetta, così un lavoro e un’attesa, poi una conferma, la conferma e un altro infinito silenzio, nulla ai miei chiesti aggiornamenti, vedo molti passare davanti, non voglio passare, voglio solo sapere, non mi arpionate all’attesa altrimenti aspetto, sappiatelo e sappiate che basta, ormai non sono più, è andata oltre, l’attesa abita ora una pietra, qualcosa risorgerà, ma non sarò più io, né più questo io, avrò il mio nome sul titolo, ma l’ira eclisserà la lusinga: aspettare oltre – e io sono oltre – muta in furie contro le sbarre, in bestie che non vogliono uscire, solo piegare i ferri e poi restare, al riparo dalla pioggia che l’anima ha già traversato da anni, e da lontano le guarda, le bestie sue, nella calma più arresa e totale, scrivendo questi fiumi e sperando che non si leggano, ma siano carezza alle furie in attesa, che è attesa di non uscire.

All’incanto

La sera è questo vaso pieno di tutte le cose fatte e pensate durante il giorno. Ogni mattina il vaso è vuoto e lentamente comincia a riempirsi di nuovo con la prima azione. Ancora, fino a sera. Chissà quando, la notte, una fata passa a ritirare la merce e vende il carico all’incanto della stanchezza. Chi offre dieci, chi cento, chi mille, per farsi bello dicendo ho fatto, ho pensato. Così, dall’altra parte del tempo che di fiato e carne rimpiange ogni attimo tangibile, e dove è impossibile fare, impossibile pensare, i più ricchi fingono di essere ancora vivi e veri.

Oblio

L’oblio si ringrazia col silenzio, perché è l’unico modo di prolungarne il languore. Stando zitti si allunga il piacere del nero che scortica la pelle e ci toglie dalla mente di tutti. Dalla mente nostra persino, che vorrebbe farci alzare la testa, comporre un numero di telefono o cercare spiccioli per il bar. Il piacere della sparizione non ammette contorni. L’assenza di suono che vige nel dimenticatoio rende assurda la stessa vista degli oggetti: le forme e i colori non emettono suono, gli occhi non hanno conferme e alla lunga si tollerano come malformazioni aggettanti dall’orbita che invece deve essere libera, cava di globi superflui, pulita. La pelle addirittura sparisce, il nero finisce di scorticarla da tutte le menti del mondo. Non cadere mai nell’oblio, prima che venga il sole è il testo raffermo di una delle mie prime canzoni. Ne vivo il ricordo, la sua nascita in una mansarda davanti al mare, e vengo pescato da me stesso per l’ennesima volta. Così la tenerezza batte il silenzio e lùce nel nero. Mille volte da ragazzo giocando ho avuto la certezza che in futuro avrei avuto bisogno di me e in giornate come questa avrei ringraziato tutto quel fuoco.

Monumento alla stanchezza

A volte sei così stanco da pensare che gli stessi monumenti secolari della tua città e delle altre tutte vogliano cadere e frantumarsi a terra. Avere gli occhi addosso, guardare il passaggio delle cose e annerire ai gas di scarico: basta! Voglio crollare, dice il Colosseo; ora mi butto, pensa una statua sulla cattedrale; conto fino a dieci e mi stacco, decide lo stemma di un edificio del Cinquecento. Per fare spazio allo spazio, al vento sulla nuova spianata, alle capriole del possibile e smettere di apprendere nozioni su un determinato campo – che le cose “funzionano” in quel modo – iniziando invece a pensare, a creare, a essere noi quel campo, noi i monumenti. E dopo, ma solo dopo, aprire alle visite.