Meno sei lontana

Luce, più duri meno sei lontana. Oggi ho sorpreso il sole infuocare il pomeriggio ancora dopo le cinque, nel punto di fuga tra i palazzi in fondo alla via – alzo la testa e il cielo inaugura mille virate dal celeste al verde arancione. Domenica siamo stati al parco antico e per la prima volta ho visto mio figlio strappare a ruota i fili d’erba dal prato alto ai margini del telo – impeto di gioia. Dopo otto giorni che l’Etna divampa nella notte arrivandoci con foto e video strabilianti, oggi a Palermo si sono svegliati con la cenere sui terrazzi e nei balconi (spingi ancora, materia dalle viscere, copri la distanza, io ti aspetto, spingi nell’aria e arriva fin qui, dammi il bisogno di pulire a terra in preda allo stupore, spingi, sorvola Pompei, cadi al centro di casa mia, faccio un buco nel tetto dell’edificio e metto un cartello accanto all’antenna televisiva: isola madre nel cuore, prossima uscita). Stamattina, dalla mia camera tutta in penombra avevo comunque il sole in mano, era appeso a una lenza lunghissima e tirava guizzando nelle stanze degli altri collegati alla stessa riunione da città sparse in tutto il paese. Poco fa, mentre sparecchiavo ho sentito mio figlio giocare con sua madre facendo l’esatta risata di uno scoiattolo che vola tra i rami più fini degli alberi. Un elenco non basta, ma niente che riguardi la luce può bastare, questo disordine amoroso è il massimo traguardo. Luce, del tempo fai grovigli e lo rivolti, lo spazio trema quando passi, ti nascondi in stormi di cenere migrante, non so come fai come faccio, come farei, altrimenti. Tu mi hai insegnato tutto.

Respiro

L’amore è il mio lungo respiro. Il suo ossigeno mi tiene in vita per cicli lunghissimi, da consumare anche mesi interi, tra una sola immissione e emissione di fiato. Sono due organi gemelli in moto continuo per recuperare l’aria, ridarla al cielo e ripetere lo stesso movimento. Difeso dal costato, l’amore presiede al senso della mia vita senza negare il vuoto tra la fine di un’emissione e l’inizio del respiro successivo. Se il corpo funziona così, ricordandoci che pure il bene maggiore – l’aria – deve rispettare il limite di cui siamo fatti, fermandosi ogni volta sulla soglia della nostra capienza alveolare, vuol dire che è necessaria anche la negazione di fiato, negazione di ossigeno, negazione d’amore, perché si dia un ciclo nuovo, ancora vita, ennesimo respiro, altra pienezza. Non riesco a immaginare uno che, fatto il primo respiro, corra a sostituire i polmoni dicendo l’ossigeno è finito, questi due non funzionano. Sa infatti che l’amore comprende anche il non-amore per alcuni istanti decisivi, in base al limite di ciascuno, al vigore dei polmoni, alla capacità del torace. Se il mondo è ancora in piedi, l’inatteso ci riempie l’amore d’aria nuova ma sono sempre i nostri polmoni, gli stessi fin dalla nascita. Come oggi, dopo molto tempo, abbassata per un attimo la mascherina, l’inverno mi ha messo nelle narici l’epifania di cos’era sempre stato camminare col volto aperto agli elementi. Ridandomi la voglia di un altro lungo respiro.

Pezzetti

Si chiude un anno importante come pochi altri. A parte il contagio mondiale di paura e l’ibernazione di ogni vicinanza umana, è nato mio figlio. Al centro della prima ondata, il 30 marzo, il mare si è aperto formando due alte pareti per darci all’asciutto invincibile di una vita in arrivo. Dopo nove mesi, cifra che mette in pari la sua durata intra ed extra uterina come altre due pareti sospese, mio figlio si diverte a stracciare la carta. Per questo gioco, oggi ho recuperato due dei tanti foglietti che, ormai da quasi un anno, stacco ogni mattina dal calendario e conservo per scriverci appunti sul retro. Via il primo, in mille frammenti poi gettati a terra; via il secondo, graziato da pochi strappi ma sempre fatto a pezzi finiti sotto il seggiolone. Ci siamo affacciati a guardarli. Non so cosa provasse lui ma, intuendo ancora la curva di un numero o la lettera di un giorno della settimana, io ho avuto un’illuminazione. Tienili tutti, ho pensato, falli a pezzi e resta solo tu qui, col tuo dentino e mezzo scoperto quando sorridi anche con gli occhi. A quel punto però era l’ora della pappa, e anche questo mi è parso illuminante, giusto: i bisogni primari e la corporeità spazzano via ogni palco favolistico della vita. In fondo, davanti a quegli unici due giorni eliminati dalle sue piccole mani curiose, l’intero calendario era già quasi del tutto sbiadito.

Viatico (a un’amica)

Per il viaggio che stai per fare, sai, non ti auguro niente: carta bianca devi essere; libera, pulita; farti scrivere dal paesaggio, dalle parole che scambierai con tua figlia – siano di circostanza o di importanza; imbarcare negli occhi l’oceano, guardare le stelle e ringraziare anche le nuvole, se dovrai stare per un giorno al di qua dei vetri, ma sempre in navigazione, altrove ogni istante; annotare tutti i pensieri o lasciare invece che albe e tramonti rimangano di nessuno, indietro, sulla scia che di continuo si alza in coda alla nave. Io starò qui, sul molo a darti il cambio, preso dal concreto dei giorni che esigono frutto. Viaggia, e viaggia impreparata come solo in viaggio puoi permetterti di essere: pronta alla calma e allo stupore. L’improvviso ti sia unica guida.