Il dolorismo

Per mutare la fede in religione, la vita in dottrina e la comunità dei fratelli in istituto gerarchico millenario, hanno solo dovuto cambiare una preposizione. Da malgrado (la sofferenza) a tramite (la sofferenza). Madonne che piangono, cilicio stretto alle carni, digiuni inutili allo spirito, penitenze elargite come caramelle. Ma dov’è scritto nel libro su Gesù che se non si soffre non è bello? Il veleno cattolico, le ragioni della struttura sacra, le promo del sacrificio, come nel “per sempre” ideologico e non esperienziale in fatto di sposalizio, si innescano piallando le complessità relazionali, semplificando i nodi e ignorando le metamorfosi personali, le vicende particolari che mutano il cuore. Sono carri armati che entrano nelle stanze del dolore e dicono: è così che deve andare, è così che acquisti punti e medaglie al valore edenico. Il dolorismo – superstizione sorella dell’idea magica di preghiera e merceologica di compravendita indulgenze – aiuta molto chi non sa cosa fare della propria libertà invitando a restare fuori da sé per restare dentro l’istituzione, vivendo e perfino patendo secondo dottrina. Maggiore è il sacrificio, maggiore è l’amore, no? E se non si è felici, perché il senso di scelte che dovrebbero essere solo nostre è stato appaltato a ragioni non nostre, lasciamo tutto com’è ma preghiamo Gesù, che di certo aiuterà, soprattutto se restiamo immobili, mansueti. Gesù, lo ritraggono sempre coi capelli lunghi. Quante volte ci avrà messo dentro le mani!

Dio bussa alla chiesa

L’altro giorno ho visto Dio in fila davanti al capannone di don Minutella: voleva sapere come andare vestito alle sue messe. Non so com’è finita poi, se c’è andato oppure no – so che ci teneva molto alla sua minigonna. Per non parlare dell’altro giorno ancora, ero a messa e ho visto Dio rimanere seduto perché non poteva farsi la comunione. Non ha neanche voluto accogliere l’invito del prete a mettersi in fila per farsi benedire all’altare. Era depresso, dice che non se lo meritava. Don Alessandro ti benedica invece! Magari gli dico una parola io e la cosa si aggiusta. Se non attacca il discorso del perdono, della salvezza per tutti e delle pietre da evitare, gli dico che sei padre all’ebreo inchiodato, cioè, provo a farti raccomandato, gli dico che fai parte di una certa famiglia. Magari quella campana gli suona. Comunque diglielo a Maria (a quella giusta) che quando gli parla può difenderti anche lei. Insieme possiamo convincerlo. Almeno, io ci spero.

Indulgenza

Ieri, nel foglietto la Domenica che c’è sempre a messa, ho letto un riquadro intitolato “Indulgenza plenaria per i defunti”, che parla di acquisti e condizioni. Così: «Possiamo acquistare a favore delle anime del Purgatorio l’indulgenza plenaria (una sola volta) dal mezzogiorno del 1° novembre fino a tutto il giorno successivo visitando una chiesa e recitando il Credo e il Padre Nostro. Sono inoltre da adempiere queste tre condizioni: Confessione sacramentale. Questa condizione può essere adempiuta parecchi giorni prima o dopo. Comunione eucaristica; Preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice recitando Padre Nostro e Ave Maria. La stessa facoltà alle medesime condizioni è concessa nei giorni dal 1° all’8 novembre e al fedele che visita devotamente il cimitero e anche soltanto mentalmente prega per i fedeli defunti». Esercitando con difficoltà tutta la compassione di cui sono capace, alla fine ho pensato alla funzione consolatoria di tanta superstizione per molte persone, specie anziane, che trovano conforto in questi ricettari, merendine per una fede rimasta infantile: anche questa è umanità, mi sono detto. Rispetto invece all’esercizio millenario del potere che la Chiesa basa tutt’oggi sulla vicenda di un uomo ucciso per quello in cui credeva e che non ha mai voluto imporre niente a nessuno, sono uscito dalla messa pensando: chi dev’essere indulgente con chi?