I piedi nell’eterno

Io ho già messo i piedi nell’eterno. Ho aperto piccole faglie nel tempo già vissuto che dal mio corpo versano luce di storia per sempre. Ieri pensando a questi anni bui ho rivisto i sorrisi dei nonni: perché ci confortavano? Perché erano perfetti di conclusioni ormai note su vicende anche durissime della loro vita. La soluzione è arrivata sempre: lo scioglimento delle sostanze dolorose nell’acqua del loro fiume non è mancato mai, finché scorreva quel fiume almeno, finché cioè erano vivi. E sapere come va a finire, esserci quando finisce, con tutti i brandelli che ogni passaggio comporta, è meno penoso che stare al centro della paura. L’infanzia che ho vissuto, le curve che ho preso, le ferite che ho avuto, la poesia che ho portato, la vita che ho generato: sono cose indiscutibili. Al centro della paura ho il conforto di questi frammenti di storia già completi, le cui particelle iniziano a staccarsi dal corpo e starmi davanti come carezze, pronte alla deriva nel cielo quando non ne avrò più bisogno. Avere i piedi in parte già nell’eterno, grazie a queste particelle storiche completate, è possibile però solo a chi ha avuto la fortuna (diciamolo) di restare vivo per tutto questo tempo, di tornare vivo ogni volta e capirne la bellezza. Solo se sei ancora presente e il tuo fiume scorre puoi sentirne le carezze trovando motivi, non dico speranze, che controbilancino la paura. E i vivi, i presenti, i fiumi attivi sono sempre una minoranza, pure tra quelli che respirano ancora: molti hanno i piedi sulla terra, ma non più sull’eterno.

Tenerezza

Nel 2007 attivai il google alert per la stringa jorge luis borges. Da allora ricevo mail quasi ogni giorno coi link alle citazioni web dell’autore su cui feci la tesi di laurea. Volevo restare sempre aggiornato, per trarre spunti utili a convertire quel mio lavoro in un testo meno accademico da proporre a un editore. Sono passati quindici anni. Ancora oggi, quando arriva l’alert nel flusso di nuovi messaggi, penso alla fiducia che mi spinse ad attivarlo; penso con tenerezza al ventiseienne che non voleva fare il giornalista – quale già ero – ma lo studioso e lo scrittore; penso al sorriso metafisico con cui Borges avrebbe commentato l’infinità di sue citazioni, perfetto ricalco e simbolo della babele che lo aveva mosso a scrivere tanti racconti e saggi. Il mio fiume è passato senza sosta da allora, ha cambiato più volte la stessa conformazione del paesaggio, tra lunghe secche e piene improvvise, levigato molti sassi e alimentato faune diverse, nelle curve della mia vita personale e professionale. La stringa jorge luis borges rimane ancora attiva però. Passerà qualche altro anno così, altra acqua sotto i ponti e forse un giorno, seduto su una panchina davanti al fiume, incontrerò il me stesso ventiseienne: cosa potrò dirgli, a parte che si tratterà di un sogno, per tranquillizzarlo? Cosa mi chiederà, avendo in risposta soltanto l’enigma dei miei sorrisi? Cosa chiesi a me stesso, senza nemmeno sapere chi ero?

Tutto vero

Aumentano i giorni passati dal taglio improvviso, inaudito, e tutti iniziamo lentamente a sentirci di nuovo: dopo la forte detonazione l’acufene scema ridando corpo e volume alla voce del tempo in cui siamo rimasti e rimarremo. La voce dice: è tutto vero. Quando inizi a sentirla è una persecuzione; a volte sei equipaggiato di faccende, altre volte il pugnale corre senza problemi. Amerei che per gradi questa voce diventasse una compagnia con cui edificare l’altare delle cose più belle, accanto a quello dove è accaduto il taglio. Per quella stessa verità, rendere onore al buono che c’è ancora – e farlo buono vero; alla sua insegna rifare gli indirizzi che avremo da esplorare – e renderli orizzonti veri. Finché un giorno ci accorgeremo della cicatrice sottile di cui sarà anche fatta la nostra pelle, insieme agli altri segni particolari, e saremo semplicemente noi, nell’intero, fatti così. Col tempo, diminuiranno le incisioni e gli agguati al ritorno di questa voce. Alla lunga ognuno avrà l’intero di sé stesso da abitare come un tempio, realizzando di poter dire finalmente di sé e non più d’altro: sono io vero. Tutto vero.

Traboccare

Siamo fatti per traboccare. Tutto è più grande di noi – tutto ciò che conta, almeno. Quando non ci capacitiamo più di una letizia è bello iniziare a traboccare felicità; quando non possiamo più contenere un dolore è brutto traboccare assenza. In entrambi i casi è come risuonare e i corpi è come se li usassimo – o i corpi usassero noi – per ospitare la persistenza di un evento già dato, un gesto ormai compiuto, un suono emesso, un liquido versato. Si distende così in noi, tracimando, un presente che non scade, non finisce. Niente è lasciato alla decisione nostra: quale onda sonora far risuonare, se sarà una letizia o un dolore a farci traboccare. Sappiamo solo che tutto è più grande di noi. Va bene quando siamo piccoli e così, anzi, ci sentiamo pienamente parte del vivo mondo, senza alcun diaframma tra lui e noi, in regime di assoluta identificazione; fa male quando capiamo da grandi che non c’era alcuna promessa, un giorno, di poterlo contenere il mondo vivo, noi stessi. Non possiamo contenere interamente ciò che siamo perché è sempre più grande di noi – se conta veramente – possiamo solo esserne parte. Quello che siamo è più grande di noi, ecco. Rispetto a questo, non ci resta che una cosa: traboccare, risuonare.

Domenico

Domenico era un incisore. Uno dei primi incavi che mi ha lasciato dentro ha un nome tedesco: sitz im leben. Io il tedesco non lo conosco, ma da lui so cosa indica questa espressione. Non ricordo se me ne parlò solo una volta, e tanto bastò a fulminarmi, o se fu un concetto ripetuto in più occasioni, col fervore e la sapienza degli incisori nel passare più volte sulla stessa linea.

Sitz im leben significa “posto nella vita”, in metafora è il luogo che scegli come apertura prospettica sul resto. Ognuno trova il suo sitz im leben dopo una ricerca. Dal momento in cui ti siedi lì, guardi le cose orientando il senso che hanno per te, che vuoi che abbiano, o che lotterai perché lo abbiano. Non era un discorso da adulto a ragazzino: avevo iniziato a frequentare casa sua per un interesse verso la figlia, ma in quel momento non c’entrava niente. Era una confidenza da anima pari, data senza alcun ritorno di interesse, per la sovrabbondanza di una grazia che gli illuminava il sorriso. Un sorriso da trovatore.

Il sitz im leben è il posto in cui scegli di sederti per osservare la vita, diceva, la sedia del tuo essere che non deve più correre dietro mille correnti ma può iniziare finalmente a costruire qualcosa. Quando me ne parlò eravamo davanti alla sua grandissima libreria, piena di volumi di scrittori russi, autori mistici e molti testi di teologia. Una delle cose che trovai subito affascinanti di quest’uomo era che – dopo due specializzazioni in medicina, cinque figli e una carriera avviata – si era iscritto in Teologia e gli mancava una materia. Ancora studia! pensavo.

Avendo appena iniziato l’università, nel pieno smarrimento dei diciannove anni, ero irretito dalla sua figura di ricercatore continuo, dall’idea di coltivare sé stessi per la fioritura di un senso unitario che all’epoca era ciò da cui mi sentivo più lontano. Da noi, in dialetto, si usa l’espressione: quel tizio si è collocato, per indicare – nel bene e nel male – una condizione (materiale oggettiva o di predisposizione intima) di assestamento inamovibile attorno a cui è quasi obbligato a girare il resto delle cose. Quanto desideravo io avere almeno un po’ di quella stabilità! Avere una direzione chiara era un sogno per me che brillavo sì, ma come polvere interstellare alla deriva.

Ora che ho cercato la giusta trascrizione di questa locuzione tedesca, mi accorgo che per una sola vocale la parola “vita” (leben) si differenzia dal verbo “amare” (lieben). Da oltre vent’anni ospito questa figura del Sitz im leben che mi ha inciso Domenico, da entusiasta a entusiasta. Da oltre vent’anni mi chiedo a quale posto potrei dire di aver riservato la seduta del mio essere, per quanto sia possibile a un’indole inquieta come la mia. Credo di poter dire che le ho riservato il posto migliore possibile, quello dell’amare (come processo, azione, verbo; nulla di statico, niente sostantivo, nessun punto di arrivo). Il mio sitz im leben è il lieben.

Lo stesso amare teneva legati, in una condizione che spesso aveva del telepatico, Domenico e Lucia, la figlia che intanto mi è rimasta compagna, sposa, diventando madre a sua volta di un nipotino che è stato l’ultimo pensiero felice di mio suocero. Nel pomeriggio del primo marzo, data in cui dieci anni prima moriva per arresto cardiaco pure Lucio Dalla (un’altra versione di me), poco dopo la mia registrazione al cellulare della canzone Se io fossi un angelo, Domenico ha parlato al telefono con Lucia della febbre che aveva da quattro giorni nostro figlio Arturo.

Aveva già il fiatone, mio suocero, lo sentivo dalla cornetta persino io che stavo davanti a Lucia. Papà, ma che hai? Niente, sto facendo le scale. Ora entro e mi prendo una bottiglietta d’acqua. Lucia parlava di Arturo. Lucetta, non ti preoccupare: a tutto c’è una soluzione. A tutto c’è una soluzione. A tutto c’è una soluzione. Tre volte l’ha ripetuto. Un’esagerazione. La mia sposa non poteva che ironizzare: va bene, papà, ora me lo segno! Tu però, fermati e riprenditi un attimo. Ecco ho preso l’acqua, ora mi siedo. Oh, bravo, dai. Ecco, ah… mi sono seduto. Va bene. Ciao, ciao.

Domenico era un incisore. L’ultima icona che ci ha lasciato è la chiusura di un cerchio; le sue ultime parole in assoluto consegnate alla figlia più lontana; la sovrabbondanza di una rassicurazione per la più recente vita arrivata in famiglia; il gesto a ricalco della prima incisione che mi fece dentro, dando al suo essere il posto che aveva scelto fin dall’inizio, la seduta che ha sempre avuto – e continua ad avere – per tutta la vita: l’amore.

Irraggiungibile

Abbiamo luoghi irraggiungibili per gli altri, dove non andiamo spesso ma che ci aspettano. Sempre. Sono agli antipodi dell’esperienza, fuori dal tempo verso dentro e fuori dal tempo all’infuori, in lontananza. Ogni persona ha la sua via per entrarci. Il genio francese delle lettere, Marcel, raccontò la sua via tirata fin lì dal senso dell’odore. Per me che ora scrivo da quel chiuso, molle e infinito, è una via tracciata dal suono. Ogni volta che vengo qui a nutrirmi del mio sempre, mi chiedo come ho fatto a starne lontano per così tanto. Facevo la vita, eppure qui è il suo oro. Nessuno lo può rubare. Né io posso o voglio portarlo via da qui. Qui sono io che devo tornare e mi faccio tenerezza quando abito il tempo senza nemmeno ricordare l’esistenza di questo grembo, il suo indirizzo in musica. Marcel disse che è proprio questo oblio quasi costante a renderlo sempre inespugnabile per gli altri e, il più delle volte, anche per la versione di noi obbligata al tentativo di una vita. L’altro luogo, quello dal tempo all’infuori, in lontananza, è ancora più difficile da raggiungere perché ha vie sempre diverse. Da lì i poeti afferrano note di lingua mai sentita prima e a volte riescono a farle sentire anche a noi. Ed ecco, vedi, anche lì è sempre questione di. Suono.

Una foglia

Mi hai regalato una foglia secca intatta ancora dopo oltre vent’anni. Foglia di platano aperta e grande come una mano piena di vene e buchi del tempo. Se la fisso in silenzio, alita una musica di nove minuti e cinquantacinque. La ascolto ora dopo almeno dieci anni che non osavo guardarla e mi trovo seduto nella mia stanza di ragazzo. La fiamma della candela mi attira sul blu che avvolge lo stoppino e quasi mi dimentico che colore ha il fuoco per tutti. Scrivo su un quaderno pentagrammato per chiedere alle parole di farsi tonde liquide e imprevedibili, giuste come un silenzio tra due amanti. Il pianoforte suonato dalla foglia va lento e dolce, scatta poi di capriole bambine per frenare di nuovo sull’orlo dei miei occhi. Ti vedo, vedo il momento in cui mi hai regalato la foglia color terra mai pestata, sottile e ancora pronta al raggio di sole dopo oltre vent’anni.

Il pirata

Per esempio è bello il momento del giorno, dopo cena, in cui lei è a letto, io sistemo la cucina e Arturo in pigiama fa la spola tra noi correndo pieno di sorrisi, per la certezza piratesca di possedere il mondo con l’audacia di un passaggio nel corridoio semibuio, felice di sottrarsi ai limiti del tempo concesso prima di dormire. Il pirata rallenta sull’uscio della cucina (l’angelo lo salva dallo spigolo del tavolo) si ferma davanti a me, alza la fronte quasi al tetto per guardarmi e io ho davanti una stella, tra il lavello e il cassetto delle posate. Che ci fai ancora in piedi? dico raccogliendo le briciole che restano a fine giornata. L’amore fa un ghigno di ripicca ulteriore (finalmente gli sta uscendo anche l’ultimo incisivo), volta i piedini con manovra incerta e segue il fulmine diretto all’altro capo della costellazione. In camera prende il secondo rimprovero, lei lo fa salire sulle coperte dicendo Guarda che anche papà sta venendo a letto. E del resto che c’è fuori, la notte – financo tra i diamanti del cielo nero – non ho più memoria.

Farfalle

Crescendo si diventa farfalle e pochi sono disposti a guardarci ancora da vicino accettando l’inquietudine che dà il bruco deforme: quasi tutti si contentano di salutare il nostro volo caotico tenendosi a pochi passi per dire che belle ali, le cose gli girano bene, resto un po’ e torno alle mie lune. Quando sei piccolo le cose importanti ti vengono annunciate come “da uomo a uomo”. Quando sei uomo capisci che tra pari si parla invece come “da stanchezza a stanchezza”. E quanta fatica c’è spesso nel divertimento! Una canzone famosa spiega tutto in modo semplice: ognuno in fondo è perso dentro i fatti suoi. L’equità della solitudine non consola e, benché ogni giorno possiamo trovarci a desiderare l’eremo per qualsiasi motivo, il vero è che in noi – se c’è ancora battito – esiste il bambino che sentendo la continuità del tutto animato e inanimato protesta di non poter giocare più con nessuno; protesta di non poter dire a un suo pari cosa si prova ad agitare le pecore nell’innaffiatoio, offrendogli il prossimo giro davanti al presepe e di nascosto alla nonna, per poi magari strappargli il gioco di mano subito dopo; perché una mano ci sarebbe a cui strapparlo, un compagno ci sarebbe da indispettire, una pace ci sarebbe da reinventare. E tempo ancora, prima che le farfalle inizino a volare.

Un altro asse di rotazione

Quest’anno molte ville di famiglia non faranno da scenario alle feste dell’ultima notte. E sarà più languido l’abbandono al profumo di zagara per le arance nel vialetto che porta in montagna. Nell’ultimo pomeriggio, lo spiazzo in cima alla scalinata farà cassa toracica ai canti degli alati sugli oleandri e ai passi dei gatti sulle foglie. L’abbandono gremito di memorie sulle ore bambine spese lì a giocare aprirà cerchi nelle vasche del giardino che conosce i segreti della pioggia. Fino all’ultimo secondo della conta, niente romperà la linea continua tra il mare la spiaggia la strada la salita i balconi e il vecchio cancello. Se voci saranno, saranno lontane. I bagliori dei vicini petardi, allo scoccare della guerra contro il tempo, non varcheranno quella soglia: l’aria tra le sbarre ferrose farà scudo ai lampi spettrali, la notte arborea non sarà violata da luci scheletriche, nessun fiore dovrà rendere conto del suo colore, né gatto ridurre la pupilla soffiando ad arco nel traversare dalla giara al vaso cucito nel millennio scorso. Le ville deserte è come se avessero già trovato nel cosmo un altro asse di rotazione, e nella vita delle stelle altra danza per battere all’unisono con l’eterno.