Una stanza d’aria

Perché abbiamo smesso di scrivere il luogo da cui mandiamo le lettere, ormai lettere al computer? È solo cambiato il tempo di ricezione – definito reale – non certo i connotati dello spazio, il luogo da cui ogni volta siamo seduti a comporle. Abbiamo azzerato il tempo, ma lo spazio che ospita il corpo (in maniera ancora più fondante e reale del nuovo tempo) non si può azzerare, come scrivessimo da una stanza d’aria che galleggia in cielo. Eppure, a nessuno più importa dove siamo quando gli si dedica il pensiero, a motivo di lavoro, affetto o burocrazia. Non si scrive più. Dove siamo non importa.

Annunci

Leda e il cigno

A Pompei giorni fa gli archeologi hanno ridato Leda e il cigno al celeste raggio, all’aperto, come dissepolto scheletro dall’antico oblio. Questi doni del tempo remoto che affiora dalle case rotte, meritarli sarebbe vivere meglio di così, meglio: sarebbe avere una prospettiva fertile di magnifica operosità, che intuendosi già antica muova il presente a occasione di cura sul futuro – veggenza di figli e di tutta la specie, oggi sorda alla guerra comune e sempre più mendìca di morte contro se stessa. La natura farà dei nostri angoli, come ha fatto in passato, vacui teatri e templi deformi. Leda, oggi hanno trovato te insieme al cigno, e come sei bella nel tuo amore scabroso. Domani, qualcuno riavrà dalla terra scavata l’attuale miseria e allora sì – incredibile a dirsi – per moto d’avarizia o pietà, il nostro giorno sarà inestimabile oro ai suoi occhi di pòstero.
Vedessimo oggi noi stessi l’oro che siamo
e ci frana continuamente
di mano.

Pacifico

Ieri sera ho fatto la prima lezione del corso, evento che regala sempre al giorno dopo il sapore di una domenica settimanale. Oggi porterò il motorino dal meccanico, cambierò il filtro anticalcare alla caldaia, telefonerò all’assistenza che ha in ostaggio la lampada difettosa, continuerò a spulciare l’archivio di Franco per il mio progetto, limerò degli acrostici che voglio regalare per Natale, svuoterò la lavapiatti prima che la maestra torni da scuola, mi chiederò ancora come rispondere al mio lavoro che implora novità, masticherò l’attesa per la gita a Firenze dove il 16 novembre racconterò il mio libro alla Sit’n’breakfast, andrò a comprare almeno le casse d’acqua al mercato più vicino e, tra una cosa e l’altra, mi siederò al piano giocando fuori dal tempo per smettere un attimo di farmi domande. Sarà una giornata di quieta vigilanza, semplice su attività proprie dell’esserci nel tempo e nello spazio, pacifica com’è pacifico l’oceano a te adesso più vicino – beato il sole che il giro del mondo lo fa tutti i giorni, mi hai scritto nella mia notte matura aspettando che la tua notte neonata attenuasse gli ori e i rossi del lontano ovest; anche queste, parole tue. Nudo contro l’azzurro o spento dal fitto di nuvole, beato è il sole e pacifico, pacifico il mio giorno.

Nella vastità

Le nostre vite procedono qui alla costante velocità del tempo, tra mare piatto, lente salite e cadute di schianto per i muri alti delle onde. È già successo di chiederci, con lo sguardo cambiato, hai più saputo niente di cosa sono diventato ogni volta che ho preso altre decisioni? Ma nella vastità oceanica che ogni giorno misura la nostra distanza di abissi sempre più umani, e ci fa sentire perduti in creature ben diverse l’una dall’altra, io so che la mia stella e la tua sono rimaste vicine: nate dallo stesso fuoco, la notte brillano ancora accanto sulle acque generose del pianeta, e così pure faranno quando saremo polvere che fruga le radici degli alberi. Un mistero senza nome ci ha fatto compagni nella luce che fulmina i corridoi dell’universo.

Ere

L’alta montagna nel rigore della sera fuma lenta di nubi e foschie. La danza del vento che tra guglie e crepacci fischia una musica impossibile da sentire in balcone, ma sicura adesso – com’è sicura la vita dei nostri cari altrove, adesso – copre e scopre nei suoi capricci la ciclopica roccia nera e i boschi che ogni anno veniamo a trovare d’estate, per fuggire il caldo impietoso della pianura. E so che il paesaggio non è immune allo scorrere del tempo. Il ghiacciaio della Marmolada si è molto ristretto negli ultimi decenni: che sia frutto di questa nuovissima era, l’antropocene – in cui per la prima volta è l’uomo a incidere sulla natura – o semplice esito scultoreo del tempo che passa da sempre, capisco che è sciocco essere invidiosi dell’apparente immutabilità degli esseri inanimati. L’albero invecchia come invecchia la mia pelle, solo è necessario più tempo di quello sufficiente a scavare le rughe sui volti degli uomini. Le stelle nascono, ardono, poi si spengono e certo non per effetto delle azioni umane. Il movimento, il passaggio delle cose non risparmia niente ed è in questo che posso dirmi fratello dei larici e delle ghiaie, dei canaloni e delle cenge, di queste dolomiti che un tempo erano un arcipelago corallino sotto le acque e adesso, la sera, fanno tremare i fiori di campo e le erbe sotto i tenebrosi scheggioni e le torri inaccessibili. Come il mistero democratico del tempo che avanza a passi discontinui e si dà senza maschera solo nella musica – anzi, nella musicalità – che è il suo ambito, come la spazialità lo è dei corpi, e la visibilità delle presenze, e l’anima di tutto ciò che respira.

A due a due

A sommo dell’ascesa pomeridiana, davanti alla ripresa della scrittura per lavoro, si rischiano più agguati nostalgici di quelli messi già in conto per l’aria mite della sera; e capisci che, più di tutto, la differenza tra la giovinezza e la sua coda morente negli anni che bruciano decadi a grappoli è la cifra dei rapporti: prima, pochi e totalizzanti; ora, molti e parcellizzati sui mille tavoli dove hai giocato le tue carte. Ma resta imperitura la luce che scaldava i nostri pomeriggi di confidenze e musica, dubbi condivisi e porte ancora aperte, quando la cura dei rapporti era garantita dal loro limite numerico, dal rilancio fisico sul limite espressivo della cornetta e dal tempo che ci restava ogni giorno, per andare nel quinto mese a cercare insieme ciliegie da appendere alle orecchie, prima di mangiarle. A due a due.

Sabbia

All’inizio siamo compatti, ci conosciamo e facciamo insieme cose belle, facendo bella ogni cosa: in compagnia di amici o parenti più affini di altri, cadiamo nel presente al calore di un affetto in primo piano su tutto. Passano gli anni e, dopo tante altre felici cadute insieme, per mille motivi decenti e riassumibili in una sola parola – vita – ci disgreghiamo. Smettiamo di essere compatti e, uno a uno, ci stacchiamo come briciole dalla crosta: un giorno gli uni vedono cadere nel presente gli altri, restando però nella parte alta dell’ampolla di vetro e scoprendo di essere sempre stati sabbia, mentre i compagni di tanti anni passati insieme rimpiccioliscono nel vano oltre la strettoia. Il tempo così fa scendere, soli, uno alla volta nella clessidra, i grani dell’universo umano. Molti sognano di trovarsi accanto anche dall’altra parte. Qualcosa in loro alimenta una fiducia nel rimescolo del caso.