Voce

Canta in me sempre e a volte ancora sento la voce bambina che muta col tempo e non solo è diversa dall’angelo acuto che ci accorda l’infanzia, ma è cambiata dai diciotto ai venticinque e da quelli a questi miei di oltre dieci maggiori. Anni. E in questi momenti sfiora la pelle tipo menta liquida a richiamare il fresco e il sapore acerbo che non ho perso, aspro dell’amore che fa un male d’immaginazione sovrana rispetto al vero che istruisce limiti di mani – un vero anche da scardinare con quell’amore, se pure a costo di ucciderlo via. Canta in me e somiglia a un languore purpureo tiranno che dall’oasi mi grazia di non avere più sete un istante, ma nel cuore un battito giunto dalla catastrofe remota che ha messo al mondo l’universo, al tempo il divenire, alla musica la mia voce e i suoi timbri cangianti, le altezze raggiunte, i profondi maturati, i colori dei suoi tessuti aerei in chiave di ventre e bemolle, vigilia, di si.

Vigilia

[domani mi sono laureato dieci anni fa, con il professore Gianfranco Marrone e una tesi sulla struttura del tempo (narrativo) in Borges; qualcuno ogni tanto dal mondo visita ancora quelle pagine forse acerbe ma sature di giardini potenziali sul sito di Academia; oggi mi proverò il vestito dentro al quale non sapevo ancora cosa mi aspettava e sarà come intendere la differenza tra tempo e divenire, illusione e materia; incontrare il me stesso di dieci anni fa su una panchina davanti a un fiume; farsi sbranare da una tigre, pur essendo io la tigre; divorare da un fuoco, pur essendo io il fuoco e il nome che porto] Poche sono le domande che non ho mai smesso di farmi, il dubbio frequente di vivere una costante vigilia, la tenerezza che ognuno da solo può farsi. E ringraziare.

Figurine

Vivere è staccarsi dalla pelle degli altri e mutare in figurine di album che i compagni di una bella avventura, ma conclusa, guardano sorridendo solo quando liberi di prendersi una pausa. La matita si tempera, se vuoi usarla ancora. Così la vita: conservi i trucioli sì, e li guardi quanto ti pare, ma se accetti di vivere nel tempo, devi accettare la matita per fargli la punta di nuovo. A volte sembra pure che quei compagni abbiano usato la gomma sulla vita disegnata insieme, e alle tue spalle si spalanca l’orrido spreco di un foglio rimasto bianco. Ma no: in quei casi, è solo che non avevano una pausa per sorridere alla figurina che sei diventata per loro. Capirlo non è mettersi l’anima in pace e tirare dritto. Forse, anzi, è sentire ancor più la mancanza di una pelle, i suoi difetti unici, l’odore che ci ha lasciato addosso. A volte ci sembra di essere definiti più dalle nostre rinunce, che dalle scelte. David scrisse, mi manca chiunque; Billy cantò, mi manca tutto quello che non sarò mai. Ma siamo chiamati a uno strabismo costante, se non vogliamo dimenticare di essere irrimediabili ed entrambe le cose, scelte e rinunce. E se la felicità, più che un istante del caso in cui farsi cadere, è un’opera da realizzare nel tempo che riconosci come unico orizzonte di vita, ricorda, figurina mia: le opere richiedono fatica. A volte serve solo una pausa, e la gioia di scrivere cose banali usando matite e figurine. Magari un giorno scoprono che è questo, il più autorevole indicatore di felicità.

Assurdamente impreparato

La regola che mi sono dato qui – non scrivere mai due volte lo stesso giorno dell’anno, fino a completare 365 esagerazioni e chiudere il blog – sarà strappata ogni volta per il mio compleanno. Essere a mezzo cammino è già un’idea che stanca e si aggiunge alla ben più onesta fiacca del corpo: oggi cerco un altopiano per riposare un po’, prima di continuare la salita. Che regalo vorrei? Imparare i nomi delle piante in natura, saper riconoscere l’intera gamma dei volatili e decifrare ogni tipo di orma in un bosco; parlare e leggere le lingue del mondo, avere occhi e mani facili su qualunque spartito; fissare la voce dei miei canti. Il tempo veste di grazia gli anni lontani, con la puntuale illusione che ci fa sentire di avere avuto un’infanzia più fortunata di quella che si offre oggi ai nuovi arrivati. Mi chiedo se le generazioni dopo la mia potranno mai persino accorgersi del fiume impetuoso, avendo bevuto da sempre l’algoritmo cieco del presente virtuale. Lo sanno che la vita è cercare un incastro fra tempo e occasione? Io mi auguro di non dover abitare la parola “ormai” e di sentire sulla pelle il mio καιρος, fuggendo il male di trovarmi un giorno assurdamente impreparato a quell’esclusione dalla vita degli altri che è la ripetizione della propria, come si definì un maestro nella selva della sua realtà.

Accadde oggi

Il passato è una terra di video rimossi o non disponibili, andarci sarebbe una violazione di copy – era bello ma non è nostro: ce ne staremo fissi davanti alla polvere tremula di uno schermo nero, a ricordare i singoli frame legati da una musica lontana, o non sarà meglio caricare nell’etere dolcissimo un tempo nuovo? Superiamo lo sconforto e il muro grigio di questo sabato mattina che trattiene la pioggia in gola. Il nostro cielo avrà luce e non sarà mai rimosso, disponibile sempre perché mia e tua costruzione. Saremo noi, un avanzamento continuo. E senza pensiero, lo stiamo già facendo. Accade: domani.

Palomar

Ieri sono andato a letto tardi e, prima di spegnere il lume alle tre, lento e grave come gli occhi miei di sonno, m’è venuto un pensiero: la cena di ieri con gli amici è stata carina. Era vero, se non per il fatto che alludessi a una cosa avvenuta quel giorno stesso, che solo non avevo ancora dato a Morfeo. Sentivo netta l’appartenenza di quella cena a un giorno ormai passato, ma non lo registravo come archiviato perché ero rimasto sveglio. Era ancora un giorno aperto, lo stesso, ma passato. Niente di strano, capita a tutti nella vita. Per tutti, cercare di capire dove finisca ieri e inizi oggi è come osservare il mare cercando di isolare un’onda da tutte le altre e distinguere, da quella precedente, la gobba successiva che rimbocca sulla vasta tavola d’acqua salsa. Per tutti, il sogno è l’unico mezzo che abbiamo per isolare le onde del mare e intendere la differenza tra ieri e oggi: se oggi è diverso da ieri è perché ho sognato; se io invecchio è solo perché esistono i sogni, che mettono ordine alla veglia e inventano il tempo che passa. E lo fanno senza farsi notare, spesso senza farsi ricordare la mattina, agendo per molti nella notte simile al buio che avvolge il traduttore agli occhi di chi legge un autore straniero. Volevo solo annotare questa cosa che capita a tutti e io non smetto di sapere.

Fiumi

Oggi è la prima giornata del paesaggio indetta dal ministero dei Beni culturali e noi non ci stupiamo più delle città coi fiumi. Roma, qui, dà la misura della nostra millenaria capacità di plasmare il territorio a nostra immagine iniettandoci un’infondata idea di onnipotenza sul pianeta che angustia qualsiasi meraviglia residuale sulla presenza dei fiumi in città facendoli dare ormai per scontati, di valore pari a qualsiasi elemento urbanistico eretto a bella posta dai nostri macchinari. Eppure, ricordo che quel fiume è lì da molto prima che Romolo e Remo litigassero; che tutti i fiumi – esclusi i dotti creati dalla sapienza contadina per addomesticare gli indirizzi dell’acqua nei campi – stanno dove stanno da molto prima che tagliassero a metà i centri abitati; e che il tempo scorre da molto prima che l’uomo lo arginasse nelle sue favolose tassonomie. Ma il tempo attende il nostro arrivo, mentre il paesaggio ci ha come comparse.