Quello che sono

Se la luce avesse una velocità molto inferiore a quella reale, io ci metterei del tempo per ricomporre il tuo viso a pochi metri da me. Non ti vedrei mai nel presente, così non mi vedresti tu, e saremmo tutti e due lentissimi nel ricostruirci a ogni battito di ciglia, muovendo anche di poco la testa, l’uno verso l’altro o fuori dalla finestra. Ma cadono giorni in cui è facile bruciare benissimo il tempo senza fare niente, immobili. Sono i giorni più simili a un fallimento, difficili da gestire: pur tentando un resoconto dei minuti e delle ore incenerite in casa, non si verrebbe a capo di niente. In quei giorni bianchi riuscirei però a esserti fedele anche se la luce fosse più lenta di com’è. Ti starei davanti e potrei dire che quel giorno l’ho usato per restituirti agli occhi quello che sono, il mio ritratto fedele: il mio sorriso che risponde vero a un sorriso, la mia parola che risponde esatta al labiale. Favolare un prova così impossibile, e favolare di superarla come frutto migliore della nostra vicinanza nel tempo, mi fa credere che anche a questa velocità della luce – alla sua velocità reale – io e te siamo fatti per ricomporci.

Questo nome

Questo è un pomeriggio islandese. In verità è un periodo islandese, molto più grande di quest’unico pomeriggio – più grande all’indietro e in avanti. Ma affiora soltanto adesso. Perciò decido di lasciargli questo nome, come una traccia. È un pomeriggio di scarsa luce ma vitalità certa, il disarmo e la gioia si mordono di continuo e tu capisci tutti: sia quelli che qui si annoierebbero a morte, sia Borges che definì l’isola sinonimo di felicità. In giro non c’è quasi nessuno, lo spazio invita al rimescolo del mazzo interiore. È un pomeriggio di frontiera, a un passo dai miei passi cadono i gorghi della terra estrema. I gesti sono tutti ultimi, penultimi al massimo, in equilibro tra il languore dei saluti e l’impazienza di arrivare sull’altra placca. Nel fiato condensato dal gelo come carta velina si aprono i miraggi degli altri periodi sottili, gli altri rari pomeriggi già vissuti simili a questo. Quale foto necessaria o canzone importante avrò infilato nello zaino? Da lontano l’orso polare sembra una pallina bianca, puoi stare anche un giorno intero a cercare di dargli un calcio, come recita una canzone inventata da mia nipote – sarà stato ieri, o forse l’altro ieri. Il tempo sfumato, sfumato nel gioco per nostra signoria su di lui: servirà anche questo nel sereno di una vita concepibile.

Una luce accesa

Oggi inizia il mese in cui andrò per mare dagli altri miei tutti e mi sento già scivolare sulla notte, saldo al parapetto in cerca delle lucciole nella spuma dello scafo. Ma resto ancora per settimane importanti qui al centro, e al centro del centro, che è la mia casa di Roma. Da qualche mese abbiamo un orologio a cucù molto discreto che canta solo se avverte la luce, tramite un sensore montato sul prospetto svedese della sua casetta. Il giorno e la piantana accesa lo invitano a uscire, annunciato da un lieve sottofondo di suoni del bosco. La sorpresa è stata sentirlo cantare anche sui soli lumini capricciosi e evanescenti dell’albero di Natale, fatto anzitempo con la nipotina passata a trovarci. Gli basta davvero poco, ho pensato in meraviglia, anche se ieri l’abbiamo colto indeciso. Verso le nove di sera, dalla cucina gli abbiamo sentito fare i primi due acuti e poi smettere. Ho detto a Lucia dobbiamo lasciare una luce accesa per lui. L’ho detto proprio io che a casa vivrei in penombra e sorveglio sempre il lievito della bolletta. Quanto si cambia per i motivi giusti nel tempo! Forse stanotte navigherò in sogno con lui tra le mani, curioso di sentire se anche le lucciole nervose del mare basteranno come invito degno del suo canto.

Nero anzitempo

Ora mi aspetto di vedere il passaggio di un’alga o un mollusco fluorescente a mezz’aria dietro la finestra. Tanto è collassato negli abissi il giorno che l’ora solare ha fatto nero anzitempo. Come dal vetro di una sonda sferica, dovrei vedere il mondo oscillare in un grandioso moto oceanico. Invece arrivano dritti i rombi delle auto e i loro squilli di tromba sulla piazza. Nessuna pietosa ovatta da fondo marino blocca i nervi scoperti della città. Nella via sotto casa gli oppressi dentro le auto già cercano posteggio per la fine della domenica. Se la falsa notte di ottobre però ha una cosa da prendere è che questo buio non è la fine. Ci si continua a vivere dentro, si possono ancora invitare gli amici e ridere guardandosi negli occhi. Siamo le bestie che meglio si adattano, ricordi? I primi giorni può essere strano, poi diventa un mantello. E ritrovi calore.

Grande

Il rasoio del barbiere sulla nuca non dà più il brivido alla schiena, la pista cifrata della settimana enigmistica resta intatta nel disinteresse al miracolo della linea unica. Il cuscino ha l’odore di mio padre se accosto il braccio alla fronte prima di dormire, mentre il compleanno di un amico mi fa pensare alla prima volta che lo festeggiammo da lui e mi rivedo che potrei essere mio figlio. Ho già riletto illuminazioni scritte anni fa con l’intento preciso di “usarle” quando avrei dimenticato quella grazia. Così dico sono grande davvero, e non per ciò che lo fa dire agli altri se spegni le candeline, inizi la scuola o ti nasce un fratello. Ho passato giorni che scavano tracce definitive e altri ne verranno, quando la mia terra (spero) sarà già più molle. Ieri mi è pure venuta in mente l’espressione al di là del bene e del male e l’ho sentita mia: ho passato il recinto dove tutto sta insieme e che da ragazzo, per la sua fatica evidente ma ancora misteriosa, mi ispirava un rispetto enorme, ai limiti della compassione, e insieme una forte curiosità per i più grandi. La certezza di essere fragili e l’istinto di proteggere gli amati; scegliere, oltre la rassicurante distinzione tra bene e male; amare, oltre il dogma sordo della non contraddizione. Da grandi sta tutto insieme. Così ogni volta mi ritrovo pure bambino, nell’attesa di crescita su una cosa che ho voglia di fare, che sia un tuffo a mare o un progetto da avviare. Qualcosa per cui valga la pena, qualcosa di bello, grande.

Oltre ogni certezza

È da un po’ che il tempo siamo noi due, io col naso all’antico vespro sui fori romani, tu occhi guardiani di bosco al centro del petto. I numeri per noi si sono perduti e i calendari passati sono ombre soltanto del nostro gioco, variante in primo piano o di sottofondo al resto, fatto credendo pure di essere soli. Non c’è falsità più grande della solitudine per noi. L’innesto che ci ha generati ha fuso l’impossibilità di stare insieme con l’istinto di appartenerci oltre ogni certezza. Gli umani dicono oltre ogni dubbio, in questi casi. In me e te, invece, la statica certezza di amarci per sempre è stata uccisa fin dall’inizio dall’assurda voglia di amarci per sempre. La voglia, non la certezza, ha trasformato per noi il tempo in giochi e sorrisi reperibili a ogni altezza del passato: abbracci e smorfie con tagli assurdi e ogni colore di capelli, cene e gite vestiti a regola sulla moda di turno, compleanni e funerali insieme su tutti i metri della luce e del buio. Ha smesso il tempo di farci correre intorno: adesso e chissà da quanto siamo noi a farlo ruotare. E lui cade al nostro centro, dov’è attrazione invincibile continua. Che rendersene conto e dirlo fa quasi paura.

Oblio

L’oblio si ringrazia col silenzio, perché è l’unico modo di prolungarne il languore. Stando zitti si allunga il piacere del nero che scortica la pelle e ci toglie dalla mente di tutti. Dalla mente nostra persino, che vorrebbe farci alzare la testa, comporre un numero di telefono o cercare spiccioli per il bar. Il piacere della sparizione non ammette contorni. L’assenza di suono che vige nel dimenticatoio rende assurda la stessa vista degli oggetti: le forme e i colori non emettono suono, gli occhi non hanno conferme e alla lunga si tollerano come malformazioni aggettanti dall’orbita che invece deve essere libera, cava di globi superflui, pulita. La pelle addirittura sparisce, il nero finisce di scorticarla da tutte le menti del mondo. Non cadere mai nell’oblio, prima che venga il sole è il testo raffermo di una delle mie prime canzoni. Ne vivo il ricordo, la sua nascita in una mansarda davanti al mare, e vengo pescato da me stesso per l’ennesima volta. Così la tenerezza batte il silenzio e lùce nel nero. Mille volte da ragazzo giocando ho avuto la certezza che in futuro avrei avuto bisogno di me e in giornate come questa avrei ringraziato tutto quel fuoco.