A due a due

A sommo dell’ascesa pomeridiana, davanti alla ripresa della scrittura per lavoro, si rischiano più agguati nostalgici di quelli messi già in conto per l’aria mite della sera; e capisci che, più di tutto, la differenza tra la giovinezza e la sua coda morente negli anni che bruciano decadi a grappoli è la cifra dei rapporti: prima, pochi e totalizzanti; ora, molti e parcellizzati sui mille tavoli dove hai giocato le tue carte. Ma resta imperitura la luce che scaldava i nostri pomeriggi di confidenze e musica, dubbi condivisi e porte ancora aperte, quando la cura dei rapporti era garantita dal loro limite numerico, dal rilancio fisico sul limite espressivo della cornetta e dal tempo che ci restava ogni giorno, per andare nel quinto mese a cercare insieme ciliegie da appendere alle orecchie, prima di mangiarle. A due a due.

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Sabbia

All’inizio siamo compatti, ci conosciamo e facciamo insieme cose belle, facendo bella ogni cosa: in compagnia di amici o parenti più affini di altri, cadiamo nel presente al calore di un affetto in primo piano su tutto. Passano gli anni e, dopo tante altre felici cadute insieme, per mille motivi decenti e riassumibili in una sola parola – vita – ci disgreghiamo. Smettiamo di essere compatti e, uno a uno, ci stacchiamo come briciole dalla crosta: un giorno gli uni vedono cadere nel presente gli altri, restando però nella parte alta dell’ampolla di vetro e scoprendo di essere sempre stati sabbia, mentre i compagni di tanti anni passati insieme rimpiccioliscono nel vano oltre la strettoia. Il tempo così fa scendere, soli, uno alla volta nella clessidra, i grani dell’universo umano. Molti sognano di trovarsi accanto anche dall’altra parte. Qualcosa in loro alimenta una fiducia nel rimescolo del caso.

Preludio in mi minore

Largo: espressivo, tenuto sempre
abbiamo con dignità insieme
ogni anno al successivo
ballando in fine fino all’inizio.

E abbiamo con dignità insieme
volto in letizia la condanna del tempo
che per una tosse, una caduta
un freddo in più, un giorno
ci toglie alla casa e ci impone
le cure di chi ha un sangue diverso.

E ti dico, Sara, abiteremo per sempre
la casa memoria da cui nessuno
ci chiamerà fuori, nessuno
che ci definisca troppo in ritardo
o sterili per dare figli alla luce
da lasciare

– anche solo su un foglio
innumeri come le stelle del cielo,
come la rena che è sul lido del mare
largo: espressivo, tenuto sempre.

Interstellar

Quest’opera è un capolavoro. Questa. Questa è la colonna sonora di Interstellar. Questa è la cancellazione dello spazio tempo, l’eternità degli ultimi giorni prima della consegna. È Charlie Parker che nel Persecutore di Cortázar dice: questa musica l’ho suonata domani. Questa è la mia gratitudine per Zimmer che vivifica il film di Nolan, e per Nolan che ubica le astrazioni di Zimmer. Questi siamo noi, già polvere dietro gli scaffali a chiamare figli e nipoti per farci ritrovare. È amore, la quinta dimensione. Abbiamo già finito tutto, questa vita: la stiamo già rivivendo. Presi nei giri sempre da attrazioni maggiori verso il centro.

Fine stagione

La capanna dei due cuori non c’è più. Uno è il mio, l’altro è blu del mare che già hanno smontato, aprendo la sabbia a un disordine temporale: il quindici settembre è sì finita la stagione balneare ma non ancora l’estate, che invece muore domani aprendo la via ai brividi autunnali. Questo lieve smottamento di una settimana sul cambio di nome al paesaggio lascia sempre un varco aperto per l’intero autunno, sulla dorsale marina che a sud risalgono i corsari nelle giornate ancora di sole, per rubare anche in ottobre o a novembre un tuffo a Mondello che riunisca i due cuori, ma breve e senza il tempo di costruirci di nuovo la capanna. Solo restare avvolti in un telo che apparecchia il ricordo della stagione finita e il sogno del mare prossimo in cui ridestarmi fra un anno. Con tutta la vita in mezzo e inesplorata ancora da attraversare.

Evaporare

Dopodomani tornerò distante mille chilometri e inizio già a perdere peso. La bilancia non lo dice ma sto evaporando. Con buona pace del Bardo, siamo fatti della stessa sostanza dell’acqua. In due giorni, il sessanta per cento del mio corpo migrerà in un altro stato, lasciando a questa terra isolana poco più delle mie ossa. I cari e gli amici ormai hanno riempito i loro discorsi di appuntamenti con l’idraulico e visite da fare ai cugini e serate da passare insieme che non mi riguardano più. Finché sono ancora qui, io cerco pure di guardarli negli occhi mentre parlano, seguo i fili che si passano tra le mani e cerco di inserirmi, ma in cambio ricevo solo sguardi come richieste di perdono: scusaci, nessuno ci ha ancora insegnato a vedere i fantasmi. Forse, ormai trasparente, riuscirò a fare un tuffo anche sabato mattina. L’aereo mi decollerà a ora di pranzo, lasciando rotolare la mia testa sull’ultima spiaggia, espressione che allude al mare come massimo emblema dell’occasione. Mare mesto del nono mese, sei dell’anno il più bel parto, che la doglia più scavata è dal cordone tuo il mio stacco. Ogni anno metto tanti legami d’amore a ineterno riposo. Ogni anno rompo le acque come partendo per la stazione spaziale internazionale. Ogni anno ne certifico lo sgomento. Quante volte si può scrivere la parola adesso per cercare inutilmente di fermare il tempo?

Voce

Canta in me sempre e a volte ancora sento la voce bambina che muta col tempo e non solo è diversa dall’angelo acuto che ci accorda l’infanzia, ma è cambiata dai diciotto ai venticinque e da quelli a questi miei di oltre dieci maggiori. Anni. E in questi momenti sfiora la pelle tipo menta liquida a richiamare il fresco e il sapore acerbo che non ho perso, aspro dell’amore che fa un male d’immaginazione sovrana rispetto al vero che istruisce limiti di mani – un vero anche da scardinare con quell’amore, se pure a costo di ucciderlo via. Canta in me e somiglia a un languore purpureo tiranno che dall’oasi mi grazia di non avere più sete un istante, ma nel cuore un battito giunto dalla catastrofe remota che ha messo al mondo l’universo, al tempo il divenire, alla musica la mia voce e i suoi timbri cangianti, le altezze raggiunte, i profondi maturati, i colori dei suoi tessuti aerei in chiave di ventre e bemolle, vigilia, di si.