Empatia

I soccorritori della Gdf, leggo, hanno fatto cinque chilometri nella tormenta con ciaspole e racchette per arrivare all’hotel Rigopiano. Ho visto la foto di un edificio puntellato dopo il sisma, a Montereale, che fa sembrare di piombo la neve alta e compatta sul tetto. I camosci di Pescasseroli non hanno mai sentito l’Appennino tanto nervoso sotto gli zoccoli. La natura non se ne avvede, il sole di oggi è una carezza, le radici cospirano sotto la neve. Cosa mai ce ne faremo di questa volatile empatia è domanda che, insieme al resto e tutto ciò che riteniamo più prezioso e intimo di noi stessi, forse qui si disperde e si svilisce soltanto. Comunque, si ritiene certo che voli. E nessuno può farsene niente di ciò che vola, se non lasciarlo andare. Vai.

Terremoto

Il terremoto sembra Dio che si rimangia la parola: nel giardino aveva detto alla creatura che le cose avrebbero avuto il nome scelto per ciascuna da lui e dalla sua compagna. Terraferma è il nome del suo ripensamento. Il tremore ci ha svegliati stamattina, il letto tremava da da spezzarci i sogni profondi, vetri di finestre scricchiavano, i lampadari ondeggiare. È durato molto: abbiamo avuto il tempo di svegliarci, capire, alzarci, andare sotto lo stipite più grosso e, ancora, aspettare che finisse. Dopo qualche ora si è avuta la misura del ripensamento divino: 6.5 gradi, ma anche senza numeri la marea terrestre diceva alla schiena sul materasso che la scossa era più forte di quella aquilana. La basilica di San Paolo ha chiuso per verifiche su una crepa nel frontone del colonnato. Il terremoto spiega sul ripensamento divino solchi nervosi come fulmini, abili a stanare persino i corpi sotto il marmo. Dove stavolta, incredibilmente, non è finito nessuno.