Bere

Stamattina in balcone c’era un sole quasi fuori luogo, avevo una bottiglia ormai arrivata al fondo e ho iniziato a bere. A un tratto mi fermo, guardo la piantina nel vaso, verso un po’ d’acqua sulla terra, poi finisco il resto. Quando finirà questa ondata invernale, mi sono detto, cadranno le maschere e allenteremo la corda. Pure non riesco a vedere come potrà unificarsi di nuovo la terra dove l’hanno tanto spaccata, tra i cittadini regolari e i colpevoli di tutto. Se i primi sfiateranno il rancore allevato dal sadismo governativo ritrovando il calore tra simili e mille conferme sociali alla loro buona condotta, ai secondi si staccherà lo stigma dalla pelle e sentiranno l’ustione singolare fin lì attenuata facendo fronte comune. Quasi uno scambio delle parti avverrà nel tempo delle rondini. Temo che non sentiremo lo stesso canto all’imbrunire sul fiume, che vedremo formarsi geometrie diverse nell’aperto celeste. Pure basterebbe bere di nuovo la stessa acqua, per scusarci e ringraziarci a vicenda. Come ho fatto io stamattina, per la prima volta in vita mia.

Di sismi

Quando ho un terremoto di carne e le viscere mi tremano fino alle braccia sulla scrivania, guardo sempre in alto, naso al lampadario per vedere quanto è bravo lui a stare fermo appeso e di carta: non respira e pure dà luce a comando la sera, come nessuno che tremi di vita propria sulla vita grave della terra è mai capace di fare, incrinato da un buio a mezzogiorno o aperto di sismi la notte.