Ciliegie

Ciliegie avvelenate ai soldati russi. Così, un titolo del Messaggero. Sono i dettagli che mi fanno impazzire. Al di là dell’uso che la propaganda fa di questa storia – a dimostrare che gli ucraini (categoria monolitica di individui) non vogliono i russi, contro quanto si dice invece in ambienti “putiniani”, che appartengano cioè allo stesso grande popolo, ogni ucraino avendo almeno un paio di parenti nella federazione – io penso alle ciliegie. Se la storia è vera, come solo certi dettagli inducono a credere, immagino i contadini di Melitopol che escogitano il piano. Immagino il rapporto quotidiano e la fiducia che essi hanno guadagnato, dopo settimane di occupazione, agli occhi del nemico. Finché un giorno, qualcuno pensa di avvelenarli e lo dice ai suoi. Da lì, inizia forse una discussione su quale cibo si adatti meglio come veicolo del veleno. Alcuni propongono verdure e ortaggi usati per le zuppe, ma no: ci sarebbero troppi passaggi in mezzo – la cottura, garantirsi di mettere il veleno prima di servire la pietanza, vedere quanta ne mangiano, capire quanto sia il minimo per causarne la morte – e poi chi lo dice che, ottenute le materie prime, i russi non vadano a cucinarsi la zuppa nel loro capanno? No, serve qualcosa di più immediato, qualcosa di plausibile come consumazione improvvisata, pasto del momento, magari un’offerta ai soldati direttamente dalle mani dei contadini, in segno di ristoro e acclarata accettazione di convivenza. Dobbiamo saltare il passaggio della cottura. A quel punto, qualcuno propone: usiamo la frutta. Un altro dice potremmo usare le ciliegie, hanno un sapore deciso, buono per mascherare l’eventuale gusto o retrogusto del veleno. E poi una tira l’altra, potremmo darne una normale dopo quella letale per nascondere subito l’eventuale sapore del veleno. Illuminati, i contadini annuiscono tutti. Sorridono? Non credo. Sono oltre, ormai. Fanno quello che va fatto. Uno di loro si guarda intorno, fino al tavolo di fòrmica. Fa due passi, afferra il cesto vuoto.

Senza pelle

Sapevamo di avere organi e vasi sanguigni, vene arterie e capillari ovunque, tessuti molli tendini e cartilagini, mucose umori e tutto il resto, ma c’era la pelle a coprire, difendeva l’interno dell’organismo e il suo esterno, cioè i nostri occhi. Sapevamo ma non eravamo consapevoli davvero di cosa c’era sotto e c’era sempre stato. Adesso invece io posso vedere il video fatto col cellulare a una donna che spazza il davanzale della finestra raccogliendo i vetri di una casa scossa da una bomba in Ucraina; vedo il raduno di donne e bambini nei sotterranei di una città spettrale battuta dalle sirene antiaereo; vedo la corsa di un carro armato che schiaccia un’auto nella strada grigia bloccando un anziano tra le lamiere. Indietro non si torna, sarebbe inutile dopo aver visto cosa c’è sotto la pelle, sarebbe inquietante riparare la coscienza con il trapianto di nuova pelle o usando una guaina artificiale. Adesso è tempo di gestire questa nuova acquisizione, di imparare come si sta nella chirurgia d’urgenza in cui hanno trasferito il mondo che si vede pulsare senza difese, esposto alla luna e al sole e alla violenza degli elementi, anzi, a quello che siamo e siamo sempre stati. Siamo ancora più vicini alle cose, alle migliori e alle peggiori. Con tutto lo sgomento che dovremo elaborare.

Bere

Stamattina in balcone c’era un sole quasi fuori luogo, avevo una bottiglia ormai arrivata al fondo e ho iniziato a bere. A un tratto mi fermo, guardo la piantina nel vaso, verso un po’ d’acqua sulla terra, poi finisco il resto. Quando finirà questa ondata invernale, mi sono detto, cadranno le maschere e allenteremo la corda. Pure non riesco a vedere come potrà unificarsi di nuovo la terra dove l’hanno tanto spaccata, tra i cittadini regolari e i colpevoli di tutto. Se i primi sfiateranno il rancore allevato dal sadismo governativo ritrovando il calore tra simili e mille conferme sociali alla loro buona condotta, ai secondi si staccherà lo stigma dalla pelle e sentiranno l’ustione singolare fin lì attenuata facendo fronte comune. Quasi uno scambio delle parti avverrà nel tempo delle rondini. Temo che non sentiremo lo stesso canto all’imbrunire sul fiume, che vedremo formarsi geometrie diverse nell’aperto celeste. Pure basterebbe bere di nuovo la stessa acqua, per scusarci e ringraziarci a vicenda. Come ho fatto io stamattina, per la prima volta in vita mia.

Talismano

Nel cosmo esplode senza tregua un’infinità di stelle e pianeti, uno per ogni cuore furioso che qui di notte brucia senza luce sapendo che oltre quel dolore non lo aspetta alcuna guarigione. I corpi celesti si polverizzano generando onde concentriche nella sordità del vuoto spaziale, perché ogni corpo disperato sulla terra resti intero a ospitare l’esultanza della gioia per tutt’altro, quando sarà passato l’ennesimo attacco: la trafittura tende le radici di un bene preteso unicamente per sé, non per altri e nemmeno per i figli. La rabbia per il negato diritto alla felicità ramifica detonazioni nell’universo per ogni anima infilzata sulla terra. Non sarebbe così immenso il cosmo se non dovesse ospitare – e c’entrano appena! – tutti i fuochi accesi negli umani abissi di solitudine. Dov’è corto il respiro, come una sintassi di lingua in codice, una miccia innescata nella materia oscura, un sogno da dimenticare prima dell’alba.

Una visita

Mi vedi? Sono uno degli ombrelli che camminano sotto la tua finestra. Fra poco citofono. Ho preso qualcosa da spiluccare come aperitivo, resto fino alle sette e mezza. Poi devo andare dai miei, stasera è la vigilia. Ricordami il cognome, sono quasi al portone. Io? Ah, Marco Bisanti, scusa. Non te l’eri segnato? Certo. No, lo capisco, figurati. Mi hanno fermato fino a poco fa, sti controlli sono ovunque. Mai visto tanto zelo per altre forme di crimine, guarda. Crimini veri, che so, spaccio nelle piazze, violenza nei quartieri, attentati, roba così. Dai, ci sono quasi. Ah, senti, non ti ho chiesto se hai cani. No, che paura? Dicevo perché ho un gatto e magari il tuo sente l’odore. Vabbè. Comunque, strana sta cosa – in senso buono, dico. Conoscersi così. Lo faccio perché ci credo. Non possono dirmi chi andare a trovare finché mostro il salvacondotto. Tu puoi uscire solo per la spesa o lavorare. A me non possono ancora impedire di vedere chi voglio. Se mettono altre restrizioni, guarda, mi accollo pure quelle, faccio da cavia a ogni goccia in più senza traboccare, lo faccio quante volte vogliono pur di avere l’ultimo super permesso di uscire. Così come tu devi restare alle tue decisioni. Ormai è una questione di principio. Sì, fondamentale, direi. Sto suonando. Sono davvero contento di aver trovato questa iniziativa. Come? Ah, “Un natale coi lebbrosi”. Non lo sapevi? Sì, non brillano di fantasia. Eh, pure un po’ di cattivo gusto. Ecco, ci sono. Che piano?

Esseri antichi

Ci hanno buttato fuori da molte vite, abbiamo acquisito un’antichità e ora siamo già alla terza, quarta mano di restauro. L’età arcaica si è interrotta con la guerra di mafia e le stragi. L’età classica è iniziata con internet. L’età moderna è esplosa con le torri gemelle. Il contemporaneo ci ha polverizzati con la crisi e la pandemia. Abbiamo quaranta anni, siamo nel mezzo. Pochissimi riescono a fare la vita che più o meno facevano i loro genitori. Molti hanno avuto un figlio in calcio d’angolo, con buona consapevolezza ma poco tempo per il secondo o per vedere il primo oltre i suoi trent’anni. Moltissimi portano il bagaglio tra solitudine e lampi di creatività.

Salvano le relazioni, quelle che sopravvivono alle scelte personali, allo stigma sociale imperante; salva fuggire dall’Italia, per dove ancora non sei capro espiatorio o combustibile politico per il fuoco fatuo degli “adesso basta” o “servono riforme”; salva il caso, che agli ostinati può anche far trovare un lavoro o l’amore, come pepite di fiume. Non credevo possibile che in un paese dove “si conoscono tutti”, come diceva Longanesi, si alzasse con tale efficacia nel discorso pubblico e in quello più dolorosamente privato uno spartiacque di paura, odio e sufficienza verso una minoranza di persone, lavoratori contribuenti incensurati trattati come ultima variante di un male che da due anni tutto giustifica, tutto muove, tutto cancella, tutto confonde.

Dal contemporaneo non si esce. Ma ho voglia di partecipare alla ricerca di nuovi modi, microsociali o anche solo privati, per frantumare ogni mattone edificato a isolamento di categorie intere dietro un muro di giudizi precotti e un’etica ministeriale basati sulla pornografia del buon esempio, che alimentano la disperata difesa del capitale dando lustro vacante ai cinque minuti di popolarità dei sudditi. Saranno modi e linguaggi compositi, nati dalla stratificazione di stili e buone pratiche appartenuti a ogni età vissuta finora – da quella arcaica all’attuale – ma dosati nella trasparenza lieve di un sorriso, un gesto, una parola, un silenzio, una compagnia più forte di qualsiasi muro.

Saranno modi e linguaggi che mi faranno toccare la pelle distante o mi daranno una ragione nei casi di obbligata rinuncia per abbandono altrui della vita. Sarà qualcosa, un esercizio nuovo della presenza che mi farà essere ancora reperibile. Non impaurito, né sparito, né depresso, né sordo, né invincibile, né avaro o senza mani ancora per molto tempo. Ancora per mezza vita, si presume. Ancora fino a domani, si riassume. Ancora e in ogni momento, si desidera.

Un futuro da bestia

Farò come la più piccola delle bestie, tutta istinto di vita e cura dei cuccioli, ricerca del minimo, star bene con poco e di guardia alla tana, nelle notti accese al lume di fuoco, finché non saremo stretti a fuggire e cercare altro rifugio. Senza indagare la fonte del male che ci stana, senza pretese copernicane di cambiarlo, estirparlo, invece seguendo una vita al più naturale e senza rancore, spenta di giudizio, priva di sicumera, ebbra di ferite solo mie, diffidente ma acuta all’intuito del bene. La mia vita sarà breve umile grata dolente, stupita, davanti ai soli occhi dei miei tesori. La mia vita selvatica sarà il loro insegnamento, offerta di senso da ricalcare o rigettare con la stessa libertà, ma all’unica insegna di altra vita possibile. Passerò fino all’ultimo dagli altri non visto, né complice né salvatore, lontano da questa pornografia del buon esempio, tra incendi letali ai vivi animali e vegetali, guerre virali tra umani e altri umani, cimiteri sommersi a miriadi tra le zolle d’Africa e Europa e ogni altra intenzione di questa feroce primavera della paura.

La ditta dentro

La fragilità è una ditta che ti rifà la casa mutandola in una sola sala d’attesa. Non ci sono medici dietro le porte, si aspetta solo che arrivi notte. Allora, infine sull’attenti, un sussurro batte ai denti: baciami che muoio. Viene il bacio sull’acqua mossa della faccia e apre gli occhi al buio della sala. Così lo vedi, è fragile anche tutto a terra, il pavimento dell’attesa è molle, com’è giusta la zolla dei campi che ci affondi i semi dentro. Semi di verdure e di ortaggi, di belle piante e alberi da frutto, semi che chiamano l’altra metà di ogni cosa all’intero della carne. E all’intero della casa, che un giorno si ridà così a stanze di nuovo tutte diverse. Una per mangiare, una per giocare, una per l’amore che non aveva fine.

L’immigrato

Anch’io sono un immigrato e sono fiero di esserlo perché, se posso raccontarlo, significa che sono vivo. Non è stato facile arrivare, non c’era niente di scontato. Niente, fino alla fine. Cercavo condizioni migliori però, non potevo reggere ancora per molto restando dov’ero. Ricordo la difficoltà della partenza, il vincolo che mi tratteneva, la strettoia che ho dovuto passare. Saluti, nessuno: meglio partire senza tante cerimonie. Feci un bel respiro ma alle prime boccate scoppiai a piangere. Tremavo. Mentre ancora muovevo le braccia qualcuno mi lasciò una cicatrice. Guardate, è sotto la maglietta. Per fortuna, trovai subito chi mi accolse avvolgendomi in una coperta calda e pulendomi dalle scorie della traversata. Ormai mi avevano pescato ma credevo ancora di non farcela. Poi, passando da un controllo all’altro della nuova frontiera, fui investito da un odore. Era la pelle della mia nuova casa e mandava un suono che più tardi riconobbi come la mia lingua, la terra madre che madre era sempre stata. Per nove mesi.

Il mio nome

Poco fa, salutando la notte in balcone, ho sentito chiamare il mio nome. L’avrò certo confuso con qualche altro suono, tra i cigolanti carri dei netturbini e le ultime voci di chi rientra a casa dopo una serata alta con gli amici. Subito dopo però, mentre ancora chiudevo la finestra, mi sono detto: eppure qualcuno ci sarà nel mondo in questo momento, proprio adesso, allo stesso buio o già nell’alba di levante e forse ancora nel tardo pomeriggio dell’ovest, che starà chiamando il mio nome. Così è giusto dire che mi sono sbagliato solo in parte. Sì, è anzi più verosimile dell’altro, questo ultimo pensiero che mi sfiora di notte. Qualcuno ora e sempre chiama il mio nome.