Bianco

Voglio comprare un vestito di lino bianco. Voglio un vestito di lino bianco e dei sandali scuri. Voglio essere sottile. Senza cappello, testa lunga e misura larga addosso, voglio andare al molo. Passeggiare nel vento che mi fa le pieghe. Voglio come un foglio bianco aprire porte da qui al mondo capovolto. Camminare sfiorando le cime, al becco irregolare dei natanti. Ci saranno gatti, occhi lontani, segreta urgenza della mia sfilata – nessuno saprà quant’è necessaria ma tutti avranno aria dalle porte aperte. E gli parrà normale. Non so ancora se uscirò dal quadro marino o se il mio regalo bianco rimarrà aperto per sempre, anche senza me dentro il vestito. So che voglio sulla pelle un grammo di carezze disordinate dal vento, le voglio ospitare in quel vestito di lino bianco, le voglio per dare agli altri un fiato e un respiro. Mentre cammino.

Un vento esagerato

Il vento di oggi non accenna a smettere e detta nell’aria vortici di rabbia contro ogni materia. Non ricordo furia simile da quando sto nella città del fiume: l’asfalto potrebbe alzarsi da un battito all’altro imitando le colombine che nascono a mare sulle creste eccitate. Nessuno si è ancora fatto legare ai pali per ascoltare il canto meccanico delle sirene in corsa ovunque. Violento il vento ha vinto sul vetro della finestra contro ogni fermo uncinato che avevo teso alla persiana, costringendomi a chiudere fuori il cielo ocra di deserto. Poco fa uno schianto di cocci ha concluso la ribalta di un cassonetto lasciato ancora colmo dalla notte, per l’immonda stasi dei servizi di raccolta. Gli alberi cadono come bottiglie vuote sui muri di cinta e sulle auto, in una sincope frenetica di antenne curve sui palazzi. Il reticolo dei cavi tranviari ha fatto pesca di rami ora sospesi a mezz’aria sui binari, e in giro si vedono immagini da ultimo giorno sulla terra. Ma si finisce e si comincia allo stesso modo. E il presente è una possibilità: ricalcare il tempo lontano in cui tutto nasceva, in cui venivano dati i nomi alle cose e l’umanità cercava di trovare se stessa, i suoi princìpi, e già di consolare il futuro. Correrà allora questo vento ai rifugi antiaerei sotto le grandi ville e per i cunicoli, alla risalita nelle vie sollevando la terra giusta a coprire buche e voragini; darà corpo al sogno che volino via per sempre gli affaristi dell’odio impiegati nella guerra tra le mafie spezzapollici dello spaccio; e farà tutto da solo, senz’altra mano a deviare la sua corsa, la sua direzione, la pura fatalità, il caso: ultima ragione di una speranza che batte alle murate.

Attesa

Le nubi galoppano in squadra su un vento scomparso da mesi che ora scalza le maglie antizanzare dai binari, apre a mille bocche i rami asciutti degli oleandri e mi nutre una buona attesa di pioggia. Qui non si è ancora staccata dal cielo, ma un amico mi ha detto che a Palermo piove già da dieci minuti. La mia villa invece fluttua nel pomeriggio come una lancia smarrita davanti all’imbocco del molo. Ti sei portata via il sole, i gatti non trovano più la strada per il cancello e le foglie tremano come endecasillabi, all’idea che il manto rompa un solletico di gocce ormai dimenticato. Ma ancora non piove. L’estate ha seccato ogni riserva e chiesto molto, tutto, alla terra: è fuoco da quattro mesi. Il caldo spietato ha fatto olocausto di lumache: se mai ripioverà, saranno in poche a uscire dalle radici. Allo spasimo degli alberi ora si unisce un pungolo di cicale – scendi, pioggia, fallo per noi! Il vento però è caduto, nell’aria torna una paralisi itterica e non c’è più moto di nubi a spezzare l’equilibrio dell’acqua. Forse a quest’ora ha smesso anche a Palermo. Se il cielo non si commuoverà nemmeno oggi, i fiumi e i laghi saranno cenere in pochi giorni, i campi già scheletrati si ridurranno a un mucchio di sterpi e il mondo rimarrà solo davanti alle aride schiene dei monti uccisi dalla peste umana nel diciassette. Quando ti ho lasciata stamattina, punta Raisi era scossa da un mare bianco. Ti sei portata anche il vento che lo gonfiava? L’attesa è l’ultima cosa che resta. E una sete.