Gatti

Ti ho sognata che giocavamo in villa come gatti, presi da avventure solo nostre dentro la foresta e dietro i vasi e le giare della scalinata, mentre gli altri abitanti pure della villa restavano tutti uomini, pettinati da impegni che riguardavano il mondo esterno: spostavano tavoli per imminenti feste con amici, correvano in città per appuntamenti gravi, si fermavano a parlare di quando erano piccoli insieme incrociandosi coi sacchi della spesa in una mano e un figlio nell’altra. Noi saltavamo invece sui nostri cuscinetti tra le foglie secche e il gelsomino nuovo, facendoci il solletico e ridendo al sole, unico padre a chiedersi dove fossimo. Davamo a ogni cosa le spalle, anzi, il dorso tonico ed elastico da cui spiccavamo salti sui rami o tra i ferri della ringhiera appuntita. E non ci premeva il mare a due passi dal cancello, né altra compagnia di cugini o allegria che non cavassimo dal gioco di tormentare lumache lucertole e millepiedi, a mezzo tra il gelso e l’albero di alloro. Noi due per tutto il giorno, e fino al vivo delle lucciole in montagna, mai ci guardavamo chiedendo, chi ti ha cucito addosso la forma di gatto. La luna ci rubò al sole e qualcosa di noi restò accanto a un giglio.

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Attesa

Le nubi galoppano in squadra su un vento scomparso da mesi che ora scalza le maglie antizanzare dai binari, apre a mille bocche i rami asciutti degli oleandri e mi nutre una buona attesa di pioggia. Qui non si è ancora staccata dal cielo, ma un amico mi ha detto che a Palermo piove già da dieci minuti. La mia villa invece fluttua sul pomeriggio come una lancia smarrita davanti all’imbocco del molo. Ti sei portata via il sole, i gatti non trovano più la strada per il cancello e le foglie tremano come endecasillabi, all’idea che il manto rompa un solletico di gocce ormai dimenticato. Ma ancora non piove. L’estate ha seccato ogni riserva e chiesto molto, tutto, alla terra: è fuoco da quattro mesi. Il caldo spietato ha fatto olocausto di lumache: se mai ripioverà, saranno in poche a uscire dalle radici. Allo spasimo degli alberi ora si unisce un pungolo di cicale – scendi, pioggia, fallo per noi! Il vento però è caduto, nell’aria torna una paralisi itterica e non c’è più moto di nubi a spezzare l’equilibrio dell’acqua. Forse a quest’ora ha smesso anche a Palermo. Se il cielo non si commuoverà nemmeno oggi, i fiumi e i laghi saranno cenere in pochi giorni, i campi già scheletrati si ridurranno a un mucchio di sterpi e il mondo rimarrà solo davanti alle aride schiene dei monti uccisi dalla peste umana nel diciassette. Quando ti ho lasciata stamattina, punta Raisi era scossa da un mare bianco. Ti sei portata anche il vento che lo gonfiava? L’attesa è l’ultima cosa che resta. E una sete.

La sera

Da che mondo è la mia villa, si sentono quasi ogni sera lontani artifici di fuoco sparato nel cielo. Così, abbiamo preso l’abitudine di favolare dopo cena, immaginando a turno per chi battano i tuoni colorati. Ieri, mio fratello ci ha convinti che era per la festa della Madonna delle Grazie – quest’anno ha fatto il miracolo più grande sorridendo alla scema del paese durante la messa: niente lacrime, solo un sorriso lungo e definitivo. L’altro ieri invece è toccato alla mia versione: la guerra allegra faceva girandole razzi e figure per un mafioso passato ai domiciliari in un tripudio di quartiere – c’è voluto poco, ho usato il materiale letto di mattina sui giornali. A volte capita ancora che il cielo resti immobile e appeso alle stelle nel silenzio. In questi casi, l’ultimo boccone di cena fa scatto alla fuga di ciascuno in direzioni opposte, presi da un furore di luna, dileguati a scrutare da un antro diverso e muto del giardino il sereno che batte da Recanati fino a qui. Questa è una di quelle sere, di passi lenti che misurano la grande casa col soffitto dipinto in penombra; di simulazioni arboree dentro le aiuole a sentire infiniti minuti sulla pelle; di caccia al lume errante fra gli aghi dei cipressi; sera di parole a cui nessuno presta il fiato. Parole che scriverle somiglia a rubare.