Vieni

Vieni alla luce in un giorno di pioggia, tu che porti il nome di un vento favoloso, e mi ricordi che è luce anche questa sotto le nuvole, sono colori anche questi dei palazzi alberi e mobili di casa e del primo maglione che indosso, pur se arrivano tutti all’iride come traduzioni infinite dello stesso tono caligine. Adesso ho capito il motivo della forma che ha il mondo, adesso, ed è l’impertinenza estrema della vita che mai tace di mezzo anche a mille devastazioni, manifesta in una sfera unica azzurra di incessante gravidanza. La pioggia batte in balcone e rinforza la trama nei miei verdi globi alla finestra inventando scie sonore di fiume sotto le gomme delle auto che passano. E questo angolo di pianeta si fa umido – umide le foglie della pianta rimasta fuori, umide le lamiere posteggiate da ieri, umide le parole di chi aspetta al semaforo – umido il pianeta com’è rorido di umore uterino chi nasce e rompe la membrana del massimo segreto. In un’ora qualunque del giorno, sotto ogni forma del cielo, effusa in qualsiasi tono di luce, viene la rugiada di un’alba che per un attimo ferma ogni altra vita in cammino. È passata da poco la mezzanotte, non so dire se il giorno è ancora lo stesso o se invece chiamarlo domani. So che tu vieni. Hai atteso la luna piena di novembre che si specchia sui tetti lucidi per trasformare le vite di molti.

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Maternità

Io non so di fisica o religione ma è un Big Bang l’amore che accade in forma rotonda. E si crea l’universo, tutto è satellite di una singolarità. Una curvatura perfetta espugna le madri svelando la vera cifra della vita: l’esagerazione, altresì detta abbondanza, qualità della grazia. E ogni madre è madre di Dio, benedetto il suo frutto. Reggerà il vuoto necessario per dare alla luce l’universo ritrovando in sé la scaturigine di questo mistero, nello sguardo nuovo che incrocerà al termine dei nove mesi: nove, se il passato avrà ancora senso e misura; se cioè – creato l’universo – qualcuno crederà ancora a questa favola antica, alla bugia del tempo fatta di quadranti e sabbia che cade nel vetro. Non come il sole che in Artide smette di tramontare, sarà vinto ogni squilibrio, ma come la vita che ai tropici non conosce stagioni e prospera tutto l’anno su dodici ore al giorno di luce.

A Palermo

A Palermo quando il camposanto è pieno e non ci vanno più morti, li fanno arrivivere. A Palermo la morte di uno che ha squagliato la vita sui palchi delle borgate fa un calore impassibile perché bravo sì, ma pure finì all’Ucciardone per una coltellata al genero. A Palermo quando piove assai e i tombini non ne vogliono più, c’è Lucio che corre magari per non fare annegare la luna. A Palermo sanno che una vita piena è mostruosa, ma pure che la bellezza è contraria ai nascondimenti e a volte è inguardabile. A Palermo i derelitti si salvano cuntandosi a memoria i cunti chiù belli sempre di tutta la munnizza che può fare sto mondo. E i parole su ciumi, muntagne, ciuri; i parole su cielo, mare. A Palermo c’era ‘na vota Franco, ‘na vota Gigi, ‘na vota io e poi ci lasciarono allo scuro. A Palermo sono secoli che l’apocalisse allatta i sò figghi e a vucca parra tanto pi’ parrare. A Palermo nuddu si scanta di uragani assassini e malacarne coreani perché noatri avemo tutti i paracqua, pu sule e pi l’acqua. A Palermo le ombre antiche sentono i lamenti delle anime che luccicano in ogni piano, salendo scale di grotte e caverne. A Palermo chi ruba come sto facendo io ora gli dicono, almeno così il pane te lo buschi o sei solo cornuto e disonesto? A Palermo gli occhi grandi vedono il sangue amaro che diventa fuoco e i cani abbannìano carità, facìti a carità.

Civiltà

In alcune civiltà io sono già morto. In alcune civiltà africane, dove la vita media piomba rispetto ai parametri di questa latitudine, io sono già morto: a cento metri dall’ombra più vicina, in cerca d’acqua o sbranato da una leonessa. In alcune civiltà del medio oriente, dove nasci e muori nel giro anche solo di tredici anni con lo stesso mitra in spalla, io sono morto di sicuro: è stata già una fortuna arrivare, zoppo o mutilato da una mina, a vedermi spuntare i primi peli sul viso. E nella civiltà pure a questa altezza dall’equatore, risalendo all’unità di Italia (sentivo oggi alla radio), io sono già morto: nel 1861 si viveva fino ai trentadue o trentaquattro, così sono morto già da due anni, per un virus contratto dagli animali nei campi. Io, rispetto a molte vite medie, sono già morto. Non morto alla vita media, per dire che mi sono elevato al grado di eroe o di rock-star, no: solo morto e sotterrato, coperto di rami, coperto di sassi, coperto di terra, coi vermi accasati nelle orbite. A volte, capita di sentirsi parte di altre civiltà più che di questa, e stupirsi di recitare l’eterno riposo a mente, ciascuno usando il proprio nome. Oggi, non vedo quale occasione migliore di questa: civiltà e vita ancora sinonimi.

Figurine

Vivere è staccarsi dalla pelle degli altri e mutare in figurine di album che i compagni di una bella avventura, ma conclusa, guardano sorridendo solo quando liberi di prendersi una pausa. La matita si tempera, se vuoi usarla ancora. Così la vita: conservi i trucioli sì, e li guardi quanto ti pare, ma se accetti di vivere nel tempo, devi accettare la matita per fargli la punta di nuovo. A volte sembra pure che quei compagni abbiano usato la gomma sulla vita disegnata insieme, e alle tue spalle si spalanca l’orrido spreco di un foglio rimasto bianco. Ma no: in quei casi, è solo che non avevano una pausa per sorridere alla figurina che sei diventata per loro. Capirlo non è mettersi l’anima in pace e tirare dritto. Forse, anzi, è sentire ancor più la mancanza di una pelle, i suoi difetti unici, l’odore che ci ha lasciato addosso. A volte ci sembra di essere definiti più dalle nostre rinunce, che dalle scelte. David scrisse, mi manca chiunque; Billy cantò, mi manca tutto quello che non sarò mai. Ma siamo chiamati a uno strabismo costante, se non vogliamo dimenticare di essere irrimediabili ed entrambe le cose, scelte e rinunce. E se la felicità, più che un istante del caso in cui farsi cadere, è un’opera da realizzare nel tempo che riconosci come unico orizzonte di vita, ricorda, figurina mia: le opere richiedono fatica. A volte serve solo una pausa, e la gioia di scrivere cose banali usando matite e figurine. Magari un giorno scoprono che è questo, il più autorevole indicatore di felicità.

Ti ho sognato

Sai, stanotte ti ho sognato. Cos’era, a scuola, dire o sentirsi dire una frase così? Sigillata da un sorriso poi, e due attimi di silenzio come gli occhi, due. Era un balsamo velenoso, paglia sul fuoco alle fantasticherie segrete del timido innamorato. Oppure era solo un fatto, nudo e crudo sì, ma pur sempre arrangiato su un basso continuo di colombi che tubano in primavera e tra i rami lasciano mille piste libere all’arrivo fulmineo di Eros. Poteva essere solo una frase ma illuminare un’intera giornata aprendo gli atri di un cuore pigro, o anche solo farti piacere se eri già felicemente impegnato. Da adulti, non capita spesso di dirlo o sentirlo dire, e questa mancata esternazione non riguarda solo un pensiero naturale per un’altra persona ma una patina più diffusa che annebbia il nostro rapporto con le cose e fa dubitare che crescere significhi disamorarsi del mondo, pestati da delusioni e mancati traguardi, o pretesi dai recinti a cui dobbiamo fare la ronda ogni giorno.  Continua a leggere “Ti ho sognato”

Gira voce

Qualcuno ha detto che nel 2017 sul pianeta Terra non morirà nessuno. Tanto nero è stato l’anno che vira al termine, da gridare desiderio di vita fino alla sua realizzazione massima nell’anno che verrà. Non sarà tre volte Natale, come disse Lucio, ma gira voce che questa imminente epidemia di vita investirà anche il regno animale. Nessuno stambecco inciamperà sulle verticali dei monti, gli gnu uccisi dai leoni si rialzeranno per riprendere la migrazione ciclica insieme alla mandria, nessun cane o gatto lascerà il padrone e i veterinari ne saranno contenti ma solo a metà. L’uomo in guerra, l’uomo delle piantagioni in sud America, l’uomo nei quartieri neri di Napoli, l’uomo chino al duce coreano, continueranno tutti a sparare all’uomo col sangue rosso, quello che si nutre mangiando dalla bocca ed è venuto al mondo da una madre allo stesso modo. Ma appena i cecchini avranno girato le spalle coi fucili svoltando il colabrodo di cemento ancora in piedi fra le rovine di Aleppo, ecco che l’uomo, la donna, il bambino si riavranno da terra. Non ci sarà nessun giornalista a raccontare l’assurda eccezione del 2017, nessuno vedrà arrivare in spiaggia gli affogati col respiro di nuovo sotto il cielo, tutto avverrà senza che anima se ne accorga. Solo alla fine dell’anno prossimo ci stupiremo, ce lo diranno i preti e i becchini rimasti a bocca asciutta, diranno, ma voi uomini tutti dov’è che siete spariti?