Lo sbaglio

Potrei spiegartelo in un attimo cos’è la vita ma alla fine della spiegazione, ecco, sarebbe già finita; meglio vivere questo come si può, senza sapere cos’è. Ma vivere questo attimo, non quello dopo. Ecco, ho sbagliato, ho sbagliato di nuovo. (Pensare al futuro è dire altrimenti cosa vuoi fare adesso, non piangere mancanze). (Ho sbagliato di nuovo).

Doc

Oggi guardavo una delle puntate che manda Rai 5 sui grandi della letteratura italiana, stavolta toccava alla selvatica Elsa Morante, e all’improvviso mi ha morso un pensiero. Soppesandone con Camurri la grandezza e beandomi delle osservazioni di Trevi e Berardinelli – fra vari estratti, letti da Licia Maglietta – mi sembrava di afferrare davvero l’importanza e la grazia di una scrittura autentica e dire, mi sono detto, che all’epoca non c’era solo lei, ma tanti altri che oggi ammiro come classici, da Gadda a Calvino a Pasolini (citando tre esempi diversi, ma di scritture ugualmente organiche). È stato allora che, investito dal fulmine Ida, mi sono detto, in parallelo, e dire che mia nonna è stata perfetta contemporanea di tutti questi artisti e, potendo quantomeno accorgersene, si è occupata invece per tutta la vita di un altro libro: quello che le usciva di bocca ogni volta che stavamo insieme. Il suo romanzo orale non ha nulla in comune per accenni o ispirazione con l’arte o la biografia di quei grandi – vite sfioratesi neanche da lontano, un giorno, che so, nella Venezia degli anni Trenta – eppure fonda la mia letteratura in maniera più vera di qualsiasi altra. A quel punto ho sentito il morso. Più saggiavo l’estraneità pacifica, la reciproca indifferenza tra quelle due realtà coesistite (Letteratura dei grandi, Vita di nonna), più entrambe acquisivano merito e bellezza, ogni volta che riuscivo ad accrescere la distanza fra loro elencandone gli attributi. È possibile scrivere o, ahi!, vivere davvero; altrettanto miracoloso è l’uno o l’altro destino.

L’azzurro cielo

La scrittura è certo sopravvalutata. Potrà anche esserci l’azzurro cielo nelle tue pagine e, lì, anime sconosciute sentire il tuo spirito quando sarai lontano dalla terra. Ma tu, sotto quel cielo, non avrai camminato vero; l’aria pungente dell’inverno non ti avrà pizzicato il naso, né il sole d’agosto bruciato la pelle e impedito il sonno col suo fuoco la notte. Perché sarai rimasto al chiuso, a scrivere con la flebo dell’immaginazione attaccata al braccio, senza distribuire baci concreti e solo tuoi al mondo dei presenti, incontrarti con un amico, sbagliare amante persino, perderti in una città sconosciuta o suonare tutto il pomeriggio per prepararti alla prima serata della tua vita. L’opera varia di annotare le impressioni per riverberarsi negli atri di spazio e tempo: capite quant’è sopravvalutata e, anzi, spia di semi-infermità, nido per allodole capaci di intendere ma non di volere! La cosa grave, certo, è ritrovarsi proprio qui ad annotarlo, e persino con una certa cura, favolando un azzurro cielo vibrante di flauti da farvi sentire. Confido nel sabato però e nel mio orecchio teso, non alla favola, ma a un bene corporeo, presente, che mi dica negli occhi sei incorreggibile, mentre sorride.