Mancare

Mi mancheranno, dice dei ragazzi l’insegnante alla fine dell’anno; mi manchi, dice lui a lei che è già partita per tre mesi di lavoro; mi manca, dice il nipote pensando alle mani di sua nonna; mi mancano, si dice all’amico dei pomeriggi consumati a giocare nel cortile; mi mancava, dice chi torna dopo un anno intero al rifugio estivo di una villa al mare; mi manco, dice il poeta pensando a tutto ciò che non sarà mai; ci mancava, dice chi nota solo ora un vuoto colmato da una gioia collettiva. Dal latino «màncus», debole, monco, imperfetto; non essere a sufficienza, far difetto e anche venir meno, spiega il dizionario, e aggiunge: restar di fare. Generoso l’esempio finale, mancar poco: non esser lungi, esser vicino. Quasi arrivare, quasi cantare, ecco.

Aspettavo

Aspettavo che piovesse per usare la parola uggia, invece è da stamattina che più di un fitto grigio virato al nero cangiante per il vento lievito di nubi non fa. Niente acqua sulle linee verticali. Così, prima di mettermi a lavoro, forse impietosito, l’amico Zanichelli mi ha fischiato e detto Ùggia, ombra degli alberi che danneggia le piante sottostanti: lo zafferano cresce anche all’uggia | (est., lett.) Ombra: uggia grata nei calori estivi. 2) (fig., lett.) Noia, tedio […] | Fastidio, molestia: che uggia! Da cinque minuti apprezzo molto di più lo zafferano, il suo estratto giallo intenso, impertinente all’uggia. A volte aspettare non serve.