Io e Leopardi

La differenza tra me e Leopardi è che io so cosa c’è dietro il colle, eppure dall’esclusione dello sguardo che fa la gobba al già conosciuto traggo comunque l’infinito, che invece a lui nasceva proprio dalla mancata informazione. Dietro il mio colle romano – per dirne una – c’è Palermo, l’infinito spaesante di una città che ancora mescola i suoi confini coi miei ogni volta che ci torno. E mi perdo, di nuovo: si sovrappone l’idea di me stesso al carattere del luogo. Se rimango invece al di qua del colle, di vedetta nel mio avamposto qui a Roma, posso ancora cantare il mondo con l’infinita mia voce, che è sì palermitana ma unicamente mia, non più della città porto. E questa voce la tengo in mano, mi fa da bussola ovunque per sondare i misteri e i caratteri esteri di ogni cosa. Il mare in cui l’azzurro poeta annega io lo conosco, ne vivo ogni goccia al dormiveglia sulla cuccetta della Florio o della Rubattino. Così navigo l’infinito che mi unisce e separa le camere dell’essere, che è mare notturno dalla chiglia pieno di lucciole smosse.

Voce

Canta in me sempre e a volte ancora sento la voce bambina che muta col tempo e non solo è diversa dall’angelo acuto che ci accorda l’infanzia, ma è cambiata dai diciotto ai venticinque e da quelli a questi miei di oltre dieci maggiori. Anni. E in questi momenti sfiora la pelle tipo menta liquida a richiamare il fresco e il sapore acerbo che non ho perso, aspro dell’amore che fa un male d’immaginazione sovrana rispetto al vero che istruisce limiti di mani – un vero anche da scardinare con quell’amore, se pure a costo di ucciderlo via. Canta in me e somiglia a un languore purpureo tiranno che dall’oasi mi grazia di non avere più sete un istante, ma nel cuore un battito giunto dalla catastrofe remota che ha messo al mondo l’universo, al tempo il divenire, alla musica la mia voce e i suoi timbri cangianti, le altezze raggiunte, i profondi maturati, i colori dei suoi tessuti aerei in chiave di ventre e bemolle, vigilia, di si.