Trenodia

Si può anche cercare di descrivere la singola onda del mare, unica e irripetibile, confusa nel groviglio di sale e acqua che non ha vuoti. Ma quando non si trovano parole, nemmeno a cercarle negli abissi e più giù ancora, fino alla crosta ardente del pianeta, non resta che imparare dal silenzio – materia disegnata dalla musica, legge d’acciaio impalpabile che governa lo spazio tra le note. Il compositore monrealese Davide Matera mi aveva mandato in piena quarantena l’anteprima di una trenodia che stava scrivendo nei giorni più duri degli ultimi mesi. Come un fiotto ingovernabile, estrazione liquida di una pietà umana. Dopo molto tempo, con sofferta liberazione, ho capito che non potevo restituirgli la generosità con un controcanto di parole: niente come la musica risveglia il tempo e i frammenti di vita in tutto il loro composto emotivo, fisico e psichico. Niente come la musica si presta alla memoria di un evento. Ora che la composizione sta facendo il giro del mondo, sento molto meno il peso di un contributo. Ora che posso ribadire il mio scandalo per la mancata memoria nazionale di tante morti, all’indomani delle attività e del chiacchiericcio ripresi tali e quali, mi limito dunque a rilanciare il suono di questa musica col balbettio di alcune righe nate al primo ascolto. Un tentativo impossibile di descrizione della Threnody for the victims of Sars-CoV2 (for voices and orchestra).

Tu sei morta, mia vita, e io respiro? Tu sei da me partita per mai più tornare e io rimango? La musica soccorre una voce inconsolabile ed è rimescolo di frequenze spettrali. Il fiato e la durata ormai cancellati siano tutti per questo canto: senza gioia di cetra passi dal mio silenzio al vuoto dei corpi sui carri, vagoni di memoria passata alla polvere senza la compagnia dei rimasti. Nessuna carezza, nessun sorriso, nessun calore di mano di figlio o fratello ha guidato i soffocati al varco delle tenebre. La ribellione del grande organismo ha stretto la gola aprendo lagune di impotenza al battere e levare dei dispacci, cadenza isterica dei capi senza alcuno spartito per il futuro. E sono più vive le pietre dei mausolei nelle città bloccate al sacro che i miei occhi sullo scempio di queste morti. Irreali e vive solo di lutti, le voci spasimano al conforto dei contrappunti – cercano tutte dov’è più famiglia: chi nella disperazione di un acuto, chi nell’ovatta dell’oboe sommerso. I pietosi raggi di un’aurora battono la fine del canto, mia vita: i rintocchi del principe di questo mondo lasciano spazio a una lieve tinta sul bianco funereo della notte falciata da mille domande.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...