Padre scomposto

Padre, liberaci da tutti i rassetti domestici
proteggici dall’ordine piallatore
custodisci in noi il caos necessario
suscita negli insicuri la luce del disordine
e la gioia delle uscite improvvisate,
preservaci dall’ansia di ogni riga
dal fuoco oppressore delle simmetrie
e rimetti a noi i nostri schemi
come noi li rimettiamo a chi ci dà per scontati,
non ci abbandonare nell’imitazione
ma liberaci dai metri giudicanti e così sia.

Anemone

La città d’origine è un richiamo insistente alla continuità delle cose. La città di adozione è un perenne invito all’inizio delle cose. Necessarie entrambe le spinte, la prima può schiacciarti sulle proiezioni altrui se non segni bene i tuoi confini; la seconda può alienarti in frammenti senza storia se non espianti la tua radice per intero. Tra l’eccessiva pressione e il rischio di rarefazione ci sono le onde del mare. La rotta dal Pellegrino al Vesuvio mi regala sempre il necessario, in base alla direzione: navigo a Sud per la densità che mi fa toccare le radici dell’albero; navigo a Nord per la leggerezza che mi fa respirare le foglie dei rami più alti. Questo saliscendi mi garantisce il giusto movimento e la relativa certezza di essere ancora vitale e vivo, presente alle cose importanti: gli inizi e le continuazioni. È faticoso, ma così non ho ancora ceduto al sonno dell’isola e riesco a dare un sapore tutto mio all’anonimato della capitale. Per questo andirivieni, più che avere una direzione precisa o predominante, come si vorrebbe nella retorica adulta delle idee chiare, la mia vita somiglia allo scavo di un solco che ha gli effetti di un’educazione alla veglia. Forse, un giorno, il tentativo di trovare nello stesso luogo anche il dono della geografia mancante non sembrerà più un azzardo. Saprei disegnare i miei confini a Sud o, viceversa, inventarmi una storia profonda a Nord? Stanotte confido nella risposta di un altro, un fiore che nasca dalla mia veglia ostinata, anemone del mare scavato che brilla in attesa.

Il segreto di dicembre

Non c’è affatto vento ma, come si deve, il freddo e tremano le foglie in balcone. Giuro, il basilico trema e non c’è vento: nemmeno lui sa come è durato finora. Fragile e verde, generosissimo. Ma è ancora qua. E oggi ha vinto anche il cielo, riuscendo a non cadere malgrado le nuvole fitte di mezza mattina. Sugli ultimi lumi del rosso, pare che adesso tremino i cornicioni addirittura. Commossi per quello che dura sempre meno e manco è detto che torni domani: la luce e l’asciutto nelle spine del gelo che pure abbiamo tanto aspettato. L’arrivo delle spine è stato accolto dal resto che c’era prima e non è sparito ma ha fatto loro spazio senza sciogliersi in pioggia né spegnersi in uggia. Così le belle e fredde giornate corte a dicembre sembrano dire questo segreto: è possibile avere tutto e pure insieme.

Una luce accesa

Oggi inizia il mese in cui andrò per mare dagli altri miei tutti e mi sento già scivolare sulla notte, saldo al parapetto in cerca delle lucciole nella spuma dello scafo. Ma resto ancora per settimane importanti qui al centro, e al centro del centro, che è la mia casa di Roma. Da qualche mese abbiamo un orologio a cucù molto discreto che canta solo se avverte la luce, tramite un sensore montato sul prospetto svedese della sua casetta. Il giorno e la piantana accesa lo invitano a uscire, annunciato da un lieve sottofondo di suoni del bosco. La sorpresa è stata sentirlo cantare anche sui soli lumini capricciosi e evanescenti dell’albero di Natale, fatto anzitempo con la nipotina passata a trovarci. Gli basta davvero poco, ho pensato in meraviglia, anche se ieri l’abbiamo colto indeciso. Verso le nove di sera, dalla cucina gli abbiamo sentito fare i primi due acuti e poi smettere. Ho detto a Lucia dobbiamo lasciare una luce accesa per lui. L’ho detto proprio io che a casa vivrei in penombra e sorveglio sempre il lievito della bolletta. Quanto si cambia per i motivi giusti nel tempo! Forse stanotte navigherò in sogno con lui tra le mani, curioso di sentire se anche le lucciole nervose del mare basteranno come invito degno del suo canto.

Liliana in fila

Ho cercato il numero di matricola che misero a Liliana Segre appena entrata nel mattatoio di Auschwitz, volevo vedere se riuscivo ad alzare lo sguardo risalendo a chi stava in fila davanti e dietro di lei. C’è voluto un minuto, non di più, facendo la ricerca per matricole. E la facilità con cui ho trovato le altre due donne mi ha messo i brividi, perché merito esclusivo, frutto ancora vivo della perfetta lucidità di quell’orrore. Una campana ferma da settantacinque anni la cui risonanza non smette di fluttuare ancora nell’aria macabra. In fila davanti a lei c’era Lisa Dresner, vent’anni più grande, figlia di Karl Dresner e Elena Steiner, nata a Vienna il 24 febbraio 1910. Era sposata con Teodoro Elia Rozay e fu arrestata ad Asti. A Lisa toccò il numero 75189. Immagino la tredicenne Liliana studiare ogni gesto di Lisa per imitarla in tutto e darsi forza quando pochi attimi dopo sarebbe toccato a lei stare davanti al banco dell’inferno. Liliana alla fine la imitò così bene da uscire “viva” come lei da quel campo. Laura Sacerdote invece, la ragazza che stava dietro Liliana, non ci riuscì. Laura aveva dieci anni in più di Liliana e dieci in meno di Lisa. Era figlia di Claudio Sacerdote e Ernestina Diana Borgetti, nata ad Alba l’1 ottobre 1920. L’avevano arrestata in provincia di Varese, a un passo dalla frontiera italo-svizzera. Ma queste cose Liliana non le sapeva, perché era già passata oltre, nella buona scia di Lisa. Laura, arrivata ad Auschwitz con un treno partito da Milano il 30 gennaio 1944, fu marchiata col numero di matricola 75191. Glielo misero perché io oggi potessi rintracciarla. E piangere.

Il silenzio positivo

Non è vero che chi tace acconsente: chi tace sta zitto, ricorda Francesco Nuti. Spiazzante, meraviglioso e vero. Oggi pensavo a un altro detto simile: nessuna nuova, buona nuova, e ho visto chiara l’enormità della cazzata che è. Dare il bene per scontato. Parafrasando Nuti invece nessuna nuova, chissà che succede. Mistero, incognita, silenzio, distacco, lontananza, cecità, assenza, mancanza. Eppure, la fortuna di questo detto sta nella atavica convinzione che scrivere (o comunicare in generale) abbia a che fare più col brutto che col bello: scrivo per sfogarmi, capirmi, lasciare memoria ai posteri, eccetera. Tutta roba allegra, insomma. Crescendo, poi, questa cazzata del silenzio positivo prende sempre più spazio nella convinzione degli adulti che, tra mille pensieri e impegni incalzanti, se vale la pena comunicare qualcosa ai loro cari e amici, danno precedenza alle cose spiacevoli. Come fossero quelle che hanno più effetti su di noi. E ci perdiamo il meglio. Non comunicare il bello, fosse anche minimo, come solo un pomeriggio di euforia in mezzo all’alto mare di una stagione buia, fa dimenticare sempre più innanzitutto a noi stessi che c’è anche del buono. Così lui sparisce dall’orizzonte. Lo sguardo invece va allenato, altrimenti ci costruiamo da soli un paio di occhiali atti a vedere solo una cosa o, peggio ancora, ci abituiamo a parlare del bene in forma esclusivamente concessiva, col perenne sottotesto ma sì, dai, in fondo. Ecco, io voglio cavarmelo dal fondo, tutto il minimo bene che incrocio, raccontandolo ai miei cari. Scrivere a uno di loro che è stato bello vederci, volevo dirtelo, perché spesso – non so perché, ma è così – crescendo ci si tiene sempre più tutto per sé, non solo le cose brutte, ma anche quelle belle. Come fossero scontate. Quando invece si paga sempre a prezzo pieno, eccome, la felicità.

Nero anzitempo

Ora mi aspetto di vedere il passaggio di un’alga o un mollusco fluorescente a mezz’aria dietro la finestra. Tanto è collassato negli abissi il giorno che l’ora solare ha fatto nero anzitempo. Come dal vetro di una sonda sferica, dovrei vedere il mondo oscillare in un grandioso moto oceanico. Invece arrivano dritti i rombi delle auto e i loro squilli di tromba sulla piazza. Nessuna pietosa ovatta da fondo marino blocca i nervi scoperti della città. Nella via sotto casa gli oppressi dentro le auto già cercano posteggio per la fine della domenica. Se la falsa notte di ottobre però ha una cosa da prendere è che questo buio non è la fine. Ci si continua a vivere dentro, si possono ancora invitare gli amici e ridere guardandosi negli occhi. Siamo le bestie che meglio si adattano, ricordi? I primi giorni può essere strano, poi diventa un mantello. E ritrovi calore.