Gomiti

Morirò senza gomiti. Quando si occuperanno del mio corpo si renderanno conto che per tutta la vita mi è mancata una parte anatomica. Capiranno che non ho mai avuto intenzione di farmeli crescere. Che sono arrivato alla fine facendo a meno di loro. Senza gomiti è difficile ma non impossibile abbracciare: puoi farlo chiedendo alla persona cara di mettersi parallela alla linea delle braccia. Per lavarti le mani basta allontanarti un po’ dal lavandino. Per guidare basta arretrare tutto il sedile e usare il cambio automatico. Non puoi mangiare e bere; non puoi vestirti da solo, né rifare il letto. Senza gomiti non puoi prendere in braccio tuo figlio, puoi solo fargli fare vola vola. Morirò senza gomiti però. Senza gli spigoli utili nelle competizioni della vita – competizione professionale, sociale, sentimentale e così via. Preferisco. Vivere nelle condizioni della sottomissione e della competizione provoca depressione. Senza nulla togliere a chi si fa il mazzo adeguandosi alle regole formali e informali di una particolare comunità. Anzi, onore al merito e alla loro fatica, dico davvero. Solo che io preferisco così; e non escludo nemmeno che non sia sintomo di stupidità: morire senza gomiti ma intero.

Cotta

Stringi le braccia avvolto da una sensazione, come di menta liquida. Bevi le cose portate da lei e senti i brividi sulla schiena. L’amore mi offre colori che non posso rifiutare, importa solo l’amore, l’amore, il tuo amore.
Dormi nel tuo letto, hai la testa pesante. Forse dovresti fregartene, getta quei sogni. E osa. Chissà se mi interessa, l’amore mi offre colori che non posso rifiutare, è tutto amore quel che luccica, è amore, il tuo amore.

(traduzione di questo brano)

Tramite

Voglio che in futuro leggendo la mia biografia, fino alla fine, un ragazzo cerchi la musica che avranno messo al mio funerale, la senta e se ne innamori pensando alla mia opera come a una sua esperienza. Voglio che in futuro preparando la valigia per andare in montagna, in cerca di residua frescura, una ragazza d’estate porti con sé un mio libro tra quelli che intenderà leggere nel suo alto isolamento. Voglio che in futuro al balcone affacciato di sera, nel fiato corto di tanti pensieri, mio figlio alzi gli occhi e mi senta sospeso a pochi centimetri dalla fronte nel conforto ossigeno dell’amore presente. Voglio che in futuro studiando la mia opera, tra pubblicazioni, lettere inedite e diari privati, un ricercatore ne viva la cifra sempre sfuggente davvero non sapendo come riassumerla in una sola definizione. Voglio che in futuro un altro o un’altra insomma – il che è già dire: futuro; altri – per me come tramite finiscano senza volerlo in un chiaro di bosco dove io non sono mai stato, così come io l’ho trovato per tramite di un altro e un’altra, dove essi non erano mai stati.

Deserti

Avanzano i deserti: è la vita adulta com’è sempre stata, o una descrizione dell’oggi per tutte le età? Gli anni aumentano la siccità e l’attuale situazione climatica è perfetta per descrivere l’immenso fossato che il tempo ci scava attorno da adulti – e sempre di più. Magari i ventenni di oggi hanno ancora un fiume di meraviglia a due passi e una rigogliosa ombra di relazioni alla loro portata. Spero che la retorica dei bei vecchi tempi andati sia solo una stronzata – come ho voluto credere finora – e l’avanzata dei deserti valga solo per me; spero che non sia verità anche per i più giovani, spero che vivano tra loro belle cose impossibili per me da immaginare. Perché crescere somiglia all’inesorabile spoliazione degli alberi intorno, e tu bruci al sole senza riparo; somiglia al cuneo salino che invade la foce seccando chilometri di entroterra, e tu sei flora fauna e raccolto compromessi. Somiglia, crescere, a un bagaglio sempre più pesante di consolazioni. Ieri, per esempio, ho visto tre pappagalli verdi volare da un balcone a un albero mentre tornavo a casa e ho pensato a Gino Strada: c’è un suo libro con questo titolo, non l’ho mai letto, Roma è piena di pappagalli verdi, ma quel volo mi ha fatto pensare a lui, a ciò che rappresentava e abbiamo avuto la fortuna di conoscere, perché avevo bisogno di pace. Oggi, altro esempio, nella mia ora di fila alle poste, ho rifiutato l’invito a entrare in un tipico litigio fra poveri facendo il populista, perché avevo bisogno di indicare chi ha una colpa più grande: quella situazione non si doveva a nessuno dei presenti, ho detto, ho smesso di prendermela con chi soffre i miei stessi disservizi, basta massacrarci fra noi! Basta, tifare il cattivo meno cattivo da sostenere per sentirsi dalla parte giusta; basta, essere stupiti dal consumismo bellico americano che ci trascina nel baratro. Io vedo ovunque gente stanca. Io pure sono stanca. E non c’entrano le nostre fatiche personali, è una stanchezza globale. L’ingiustizia è istituzionalizzata e gli accordi sporchi si fanno ormai stringendo la mano ai dittatori in diretta TV. L’impotenza ci sfinisce. Sia che ne siamo consapevoli sia che non lo siamo. Questo dice Giulia, un’amica che ho la fortuna di conoscere e riconoscere oasi nel deserto dell’età. Che avanza come una catastrofe, cara catastrofe.

Un mare di fuoco

Manovro le finestre della casa a doppia esposizione come fossi in mare aperto. Spalancate, le blocco in mille modi: sedie, giocattoli, grucce, scatole, bastoni di scopa. Aspetto qualche minuto in vari punti, fermo sulla soglia delle stanze. Quando un filo di vento passa tutto il corridoio, invitato dal sistema aperto tra le ante e gli spigoli, vivo un trionfo navale. Vedo gonfiarsi il fiocco sovrapposto alla randa e sento l’obliquo strattone dello scafo sul mare piatto: i canovacci dondolano sulle maniglie, un foglio cade a terra, il lampadario oscilla incredulo. Dura un attimo, poi torna la bonaccia. Però ci siamo mossi! Sembrava di poter infilare di nuovo la maglietta e fissare il promontorio per mantenere la rotta su quell’angolo di vento. La casa invece si raddrizza, si ferma e noi ci affacciamo su entrambi i lati per capire, tra lamiere d’auto roventi e antenne immobili sui tetti, da dove arriverà la prossima spinta. Le sirene che passano a branchi potrebbero aiutarci ma non si fermano mai, perché non possono. Corrono, loro, verso l’ennesimo incendio.

In realtà ero bella

Elsa ogni tanto ci portava in Paradiso. E a chi chiedeva: «A me mi porti?» «No», lei subito, decisa, «Non c’entri niente tu. Tu non ci puoi venire in Paradiso». «E allora chi ci porti?» insistevano i delusi, «Patrizia ce la porti?» E Elsa: «Sí, Patrizia può venire in Paradiso».
Ah, come mi piaceva questo andare facile, sicuro, senza dover competere! Però, per non offendere, facevo la distratta coi respinti. Anche se poi, tra discussione e dubbi, un po’ alla volta venivano alla fine quasi tutti assunti. Ma io – a parte i gatti, che stavano già lí ad aspettarci – ero la prima, sempre, la prescelta. Non mi chiedevo il motivo di questa preferenza: da un lato mi pareva naturale, dall’altro pensavo fosse meglio non mettersi a indagare. Del resto, io a quei a quei tempi venivo ammessa ovunque: ai pranzi, al cinema, a teatro, andavo sempre bene con chiunque. Neanche di questo mi chiedevo la ragione, forse per questo avevo l’ammissione.
In quanto al Paradiso, a figurarmelo, io non vedevo altro che il prato dove stavo, come un vassoio che ci portasse in alto, un po’ inclinati e senza piú le sedie, per cui ci si arrangiava poco comodamente sopra l’erba. Un’altra differenza era con gli alberi, molto piccoli, qui, da miniatura, e con le chiome composte e tondeggianti. E poi c’erano i gatti, lenti, sul fondale, che, finalmente belve, parevano piú grandi del normale.
Non c’era altro, neanche mezza schiera di beati. Ce ne stavamo lí, tranquilli, a chiacchierare, le voci liete, senza mai un’asprezza – persino Elsa teneva basso il tono – le facce buone buone, intese a dimostrarsi ospiti all’altezza del posto e del regalo. E anch’io pallidamente simulavo, pur annoiandomi degli altri e di me stessa, mentre qualcosa mi diceva che essere prediletti può bastare in sé, e che a volerne raccogliere i frutti si può cadere in una scialba sproporzione. Che c’entra, per Elsa era diverso, aveva un’altra idea del Paradiso, lei ci vedeva innegabili vantaggi: andare senza borsa, per esempio, o alla sera non lavarsi i denti.
Ma io non ero ancora cosí stanca e preferivo i pranzi concitati, benché tra me un po’ mi vergognassi di non avere spirito abbastanza per trasognarmi nei piaceri alti. Avrei piú tardi rimediato, quando crescendomi la noia mia e degli altri, sarei ricorsa al piú sfrenato immaginare per abolire, non dico la realtà ma ogni traccia di verosimiglianza. E adesso mi stupisco quando penso a tutti quegli ingenui andirivieni tra un prato e l’altro dei nostri Paradisi tra i quali io sceglievo il più terreno per fingermi l’amata, la prescelta, chissà per quale grazia immeritata, senza sapere che in realtà ero bella.

Patrizia Cavalli su Elsa Morante (da un’intervista Rai)
(Qui un’altra chiacchiera smagliante)

Ciliegie

Ciliegie avvelenate ai soldati russi. Così, un titolo del Messaggero. Sono i dettagli che mi fanno impazzire. Al di là dell’uso che la propaganda fa di questa storia – a dimostrare che gli ucraini (categoria monolitica di individui) non vogliono i russi, contro quanto si dice invece in ambienti “putiniani”, che appartengano cioè allo stesso grande popolo, ogni ucraino avendo almeno un paio di parenti nella federazione – io penso alle ciliegie. Se la storia è vera, come solo certi dettagli inducono a credere, immagino i contadini di Melitopol che escogitano il piano. Immagino il rapporto quotidiano e la fiducia che essi hanno guadagnato, dopo settimane di occupazione, agli occhi del nemico. Finché un giorno, qualcuno pensa di avvelenarli e lo dice ai suoi. Da lì, inizia forse una discussione su quale cibo si adatti meglio come veicolo del veleno. Alcuni propongono verdure e ortaggi usati per le zuppe, ma no: ci sarebbero troppi passaggi in mezzo – la cottura, garantirsi di mettere il veleno prima di servire la pietanza, vedere quanta ne mangiano, capire quanto sia il minimo per causarne la morte – e poi chi lo dice che, ottenute le materie prime, i russi non vadano a cucinarsi la zuppa nel loro capanno? No, serve qualcosa di più immediato, qualcosa di plausibile come consumazione improvvisata, pasto del momento, magari un’offerta ai soldati direttamente dalle mani dei contadini, in segno di ristoro e acclarata accettazione di convivenza. Dobbiamo saltare il passaggio della cottura. A quel punto, qualcuno propone: usiamo la frutta. Un altro dice potremmo usare le ciliegie, hanno un sapore deciso, buono per mascherare l’eventuale gusto o retrogusto del veleno. E poi una tira l’altra, potremmo darne una normale dopo quella letale per nascondere subito l’eventuale sapore del veleno. Illuminati, i contadini annuiscono tutti. Sorridono? Non credo. Sono oltre, ormai. Fanno quello che va fatto. Uno di loro si guarda intorno, fino al tavolo di fòrmica. Fa due passi, afferra il cesto vuoto.

Tempesta di calore

Tempesta di calore. Non l’avevo mai sentito dire, ma rende l’idea. Pure di sera si respira un’aria immobile. Mio figlio cercherà consigli e direttive sulla vita a queste temperature. Chiamerà gente che per ultima avrà lasciato l’Africa e si farà dire tutto sulle camminate chilometriche col bidone da riempire. Inizieranno, lui e i suoi figli, a coprirsi ogni lembo di pelle quanto più caldo li sorprenderà, come ancora a noi oggi sembra controintuitivo. Solo in qualche breve tregua invernale potrà sperare di portarmi un fiore non secco, se la terra non si sarà già spaccata dove sarà il mio posto. Gli incendi estivi delle mafie negli ultimi residui verdi dell’isola non aggiungeranno gradi all’atmosfera già rovente, solo cenere che si mischierà alla sabbia sui vecchi tavoli di marmo variopinto in terrazza. Nessuno ricorderà più i 53 gradi in Spagna alla fine di questa primavera del 2022, né le immagini impressionanti che arrivano dai satelliti. In pochi capiranno ancora l’espressione “cuore di ghiaccio” che qualche anziano giornalista userà in tv per qualificare l’impassibilità del governo, muto davanti all’ennesima alluvione che avrà fatto crollare un ponte o il costone di una montagna, alla fine dell’unica grande stagione di fuoco intorno alla stella Sole.

Un librone

Ieri è arrivato a casa un librone Adelphi del 1986. Stamattina l’ho aperto, ho letto un testo che già ben conoscevo e mi sono accorto per la prima volta di un aspetto che nessuno ha mai sottolineato di quel testo, nelle sue tante citazioni saggistiche. Alzo gli occhi dalla pagina e resto in ammirazione fisica: il grande formato, la grammatura consistente, il font riconoscibile, la testatina, i corpi diversi dei caratteri, l’odore della carta matura, le quinte azzurro avio delle alette in sovraccoperta, questa precisa combinazione di ogni elemento mi ha predisposto e fatto vedere quello che altrove non avevo mai visto, all’interno dello stesso testo, in tutti gli altri luoghi fisici e digitali di consultazione. E mi è sembrato di stare per un attimo davanti al volto in filigrana di Roberto Calasso, di più: quasi mi è parso di sentirne la voce, la cadenza, il timbro, nell’ovatta di uno studiolo pieno di libri a ogni latitudine. Diceva, lo stai facendo bene, perché noi lo abbiamo fatto bene; questo è l’oltre fantastico dei pensieri comunicanti; questo, diceva, è il motivo che ci ha sempre convocati nel golfo mistico dell’inattuale. Inconsumabile.