Soglia

Sono davanti a una soglia, col giorno ancora non del tutto spento. Domani la passerò e sapere ma insieme non sapere affatto cosa mi aspetta, penso sia una buona definizione della parola vita. No, anzi: del verbo vivere. La vigilia è stata un atto di cura e stupore: stampare le parole giuste per domani e decidere a chi darle; ricevere un altro regalo e chiamare l’acquirente per dire grazie, scrivendo a mano su carta un pensiero per gli altri donatori; andare al vivaio, tornare in villa e piantare un oleandro bianco, l’unico nella fila di aiuole che sulla scalinata ospitano suoi fratelli solo rossi – la mia mosca bianca, la nostra mosca bianca; camminare fino al mare e fare l’amore con l’acqua calma e trasparente al vespro sul golfo di Mondello; risalire a casa e sentire l’odore del pane. Domani spezzerò un altro pane passando questa soglia. Per adesso, il varco riposa sotto una mezza luna. Un tappeto di grilli musica il passaggio del gran carro che indica l’asse di rotazione planetaria, impaesando in una camera a sud ogni uomo sulla terra.

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Sono e voglio essere

Sono e voglio essere un’eta: in greco, il pronunciamento di una e aperta e lunga, una congiunzione. Non dividere, ma unire. Fare da congiunzione. Nei limiti del possibile, certo. Devo rispettare i miei valori, il mio senso. Sarò quindi un’eta per quelli che intuiranno in me (e io in loro) una stessa provenienza e una meta comune; anche, se necessario, contro partiti, movimenti o fazioni che lotteranno per valori o idee in contrasto con le mie – fascisti o razzisti per esempio. Quindi non sarò del tutto un’eta, non certo un’eta universale, ecumenica sovrumana e cieca, no: sarò un’eta solo in parte. Sarò un po’ eta.

Uscire

Copertina_defPer dire che esageri, le persone usano frasi come stai uscendo dal seminato. Chi ha già interrato nei campi le sue promesse, però, non può che uscire dal seminato, esagerare praticando l’atto di fiducia più grande: se i semi piantati erano buoni, la terra farà il suo per allevare nutrimento. Così, ogni tanto vivo l’eccezione di uscire fuori di me, per non avere come unico orizzonte il mio ombelico e capire se negli altri cresce davvero qualcosa dei sentori che provo a musicare in certe pagine, e in questa selezione per cui ringrazio l’editore Ensemble; e Paolo Di Paolo, per l’interesse e la cura con cui ha redatto un bell’invito alla lettura; e l’artista Elisa Nicolaci, per l’opera in copertina: La XXXVI primavera (con Botticelli), fotografata da Neal Peruffo. Da fine maggio in libreria, sullo slancio di questo preludio ulteriore.

A due a due

A sommo dell’ascesa pomeridiana, davanti alla ripresa della scrittura per lavoro, si rischiano più agguati nostalgici di quelli messi già in conto per l’aria mite della sera; e capisci che, più di tutto, la differenza tra la giovinezza e la sua coda morente negli anni che bruciano decadi a grappoli è la cifra dei rapporti: prima, pochi e totalizzanti; ora, molti e parcellizzati sui mille tavoli dove hai giocato le tue carte. Ma resta imperitura la luce che scaldava i nostri pomeriggi di confidenze e musica, dubbi condivisi e porte ancora aperte, quando la cura dei rapporti era garantita dal loro limite numerico, dal rilancio fisico sul limite espressivo della cornetta e dal tempo che ci restava ogni giorno, per andare nel quinto mese a cercare insieme ciliegie da appendere alle orecchie, prima di mangiarle. A due a due.

L’ombra di una nuvola

Posso dirti che ieri notte, in balcone, prima di andare a letto ho visto a terra l’ombra camminante di una nuvola, disegnata dalla pioggia che anneriva lenta un’area ancora limitata del cortiletto condominiale. Ma lo definiresti soltanto l’esercizio letterario di guardarmi l’ombelico. Posso aggiungere che il giornalismo è un’accozzaglia sciatta di formulari che stuprano la lingua italiana. Ma resta pure la scrittura che gode maggior ascolto all’esterno, diresti, e più di altre arriva a chi di scrittura non si interessa, certa della fortuna più grande: comunicare all’altro da sé. Sogniamo pure di essere pubblicati su Nuovi Argomenti, rilanciati da Le parole e le cose, recensiti sul domenicale del Sole 24 Ore, intervistati da Fahrenheit sul libro che presenteremo al prossimo Salone torinese. Ma il chirurgo che stamattina ha salvato una vita, uscito dall’ospedale darà un’occhiata alle ultime veline sul Corriere, non al blog del consulente editoriale adorato dagli addetti ai lavori. E non è ignoranza la sua, ma vita vera. Questo dico, aggiungendo solo: prima di coricarsi, il chirurgo, si stupirebbe anche lui nel vedere quell’ombra di nuvola e allora sì che avrebbe il mio dire in cui ritrovarsi. Ecco, la dignità del mio lavoro poggia su un’ipotesi, la fiducia ostinata che un altro da me si continui a stupire.

Io sono magica

L’altro aspetto che a me piace molto è quello della poesia come principio magico, talismano e magnete, capace di attrarre a sé tramite la musica delle parole, che affascinano, stordiscono e convincono. È un’idea antica della funzione poetica. La poesia nasce orale e, fin dalle origini, alla parola cantata sono stati attribuiti poteri prodigiosi: le formule magiche stesse, presenti in tutte le culture antiche e nelle società tradizionali, sono spesso in rima o usano parole inventate che esaltano certe musicalità e possono essere assimilate alla poesia.
E così le preghiere, che sono una delle forme più alte e antiche di poesia e che hanno, tra le altre funzioni, quella di invocare l’avverarsi di determinate situazioni.
Lo stesso atto creativo, che ancora oggi è all’origine della poesia, da alcuni poeti viene percepito come atto magico.
«Io sono magica» dicevo quando ero piccola e non sapevo ancora leggere e scrivere. E non vedevo l’ora che arrivasse il giorno in cui i miei poteri si sarebbero manifestati in tutta la loro forza. Mi sarei resa invisibile, sarei passata attraverso i muri, avrei potuto leggere l’altrui pensiero, avrei parlato con i morti? No, mi sarei messa a scrivere poesie, sempre portatrici di un’energia atipica.

Francesca Genti, La poesia è un unicorno (2018)

Viatico (a un’amica)

Per il viaggio che stai per fare, sai, non ti auguro niente: carta bianca devi essere; libera, pulita; farti scrivere dal paesaggio, dalle parole che scambierai con tua figlia – siano di circostanza o di importanza; imbarcare negli occhi l’oceano, guardare le stelle e ringraziare anche le nuvole, se dovrai stare per un giorno al di qua dei vetri, ma sempre in navigazione, altrove ogni istante; annotare tutti i pensieri o lasciare invece che albe e tramonti rimangano di nessuno, indietro, sulla scia che di continuo si alza in coda alla nave. Io starò qui, sul molo a darti il cambio, preso dal concreto dei giorni che esigono frutto. Viaggia, e viaggia impreparata come solo in viaggio puoi permetterti di essere: pronta alla calma e allo stupore. L’improvviso ti sia unica guida.