Tenere

Sono ore che interrogo i fili che mi legano alle persone importanti rimaste sull’isola; fili che non smetto di tenere pur non capendo ancora di che materia siano fatti, per essere tanto forti da tenere anche dopo anni di lontananza, lievi sul mar Tirreno la notte; da tenere contro ogni bufera o terremoto abbia scosso la mia casa centrale che somiglia a un faro dove, per impararlo a memoria e muovere al destino i miei messaggi, ho inciso l’alfabeto dei gabbiani sul petto. Li tengo ancora perché di questi fili io sento la tensione di risposta, la vita che parte dalle mani delle mie persone rimaste al sud, a farmi da meridiana. È strano tenere qualcosa di cui non riconosci altrove la fibra, che non puoi nominare. Se il talento della scrittura è dire bene ciò che resta pure inspiegabile, io ci rinuncio, esagero in semplicità e solo, questa fibra che non smetto di tenere, la chiamo adesso tenerezza.

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Scandalo

Non c’è pornografia o altra indecenza che tenga, il mio unico vero scandalo è la morte. La morte di chi uccide, la morte di chi è ucciso. Chi si scandalizza, ho sempre detto agli amici, lo fa perché non conosce abbastanza l’oggetto che ferisce la sua piccola morale, le dinamiche, le relazioni tra le persone protagoniste del suo scandalo, le loro motivazioni, il loro vissuto. Non c’è scandalo nell’omosessualità, nessuna vergogna nell’erotismo più estremo, niente di scabroso nella debolezza di un uomo che tradisce il suo mandato per delirio di potere o per eccesso di amore, e nemmeno nella bestemmia usata come puro intercalare da chi non riesce a stare al centro di se stesso. Niente mi fa stracciare le vesti, se non la morte inflitta o ricevuta. Inavvicinabile inconoscibile immotivabile, la morte data al simile è puro negarsi, trionfo della solitudine maligna, assurda volontà di rinnovare il primo anatema della nostra specie. Oggi, per esempio, mi chiedo come può occuparsi di qualunque altra cosa il cielo, illuminare i giardini o diluviare a novembre senza aver prima incenerito l’inferno libico, senza averlo ancora fatto sparire dalla faccia della terra.

Ragazzini

Sanguina il mondo intero e ogni giorno ovunque, sui lembi di pelle ancora buona dei corpi infettati che si riconoscono piano dopo i vent’anni e, crescendo, sempre di più. Ferite calde (sul corpo di una fede che si dica autentica), tagli profondi (sul corpo cianotico dell’ideale politico), squarci ripetuti (sul corpo interrotto del sogno lavorativo), dissezioni chirurgiche (sul corpo rimpicciolito degli affetti familiari e amicali), ferocia insuperabile (sul corpo in avvicinamento di un futuro genitoriale). Sarà che intanto, scalando altre età dalla loro verso il cancello, si perde contatto col mondo salvato dai ragazzini. Salvato nei vicoli di borgata che in estate brulicano di monelli sempre nuovi, nei sorrisi che gemmano sulle notti acerbe dei loro volti, nell’elettricità amorosa che li fa inespugnabili a ogni altra lama della vita, nella tensione a farsi domande serissime e trovare giocando tutte le risposte, nell’impertinenza delle storie che appartengono solo a loro mentre il mondo, che pure stanno salvando, cade a pezzi e frantumi. È questo contrappunto di salvezza che vale continuare a sentire ostinatamente sulla pelle; questo basso continuo, che voglio tenere con me fino all’ultimo udito e lembo ovunque sano del mio corpo ancora intero.

Medaglie

Io li appendo al medagliere più fecondo i miei rifiuti da scrittore. Così oggi ne metto uno nuovo al primo posto. Ho appena ricevuto notizie dal pianeta più agognato: c’è vita su Adelphi e da lì qualcuno addirittura mi prega, prega la mia persona certificando un contatto stabilito come da un’altra galassia. Gentile Signore, abbiamo ricevuto la Sua cortese proposta e La ringraziamo. Non ci pare, tuttavia, che essa abbia i requisiti per rientrare fra le nostre scelte. La preghiamo di gradire ugualmente i nostri più cordiali saluti, Adelphi Edizioni. E penso ai Tentativi di scoraggiamento di Erri De Luca, penso a Siamo spiacenti di Gian Carlo Ferretti, penso al caro Lucio Dalla. Come per interi lustri lui fu bersagliato sul palco di ortaggi che rilanciavano ogni volta la sua voglia di ripicca musicale, così in questi casi – preso da una fiducia paradossale – io mi affeziono ancor più ai miei onesti tentativi e alla via che mi figuro di aver preso, al di là di tutto. Se essere ricambiato da qualcuno che ami comporta l’investitura di nuove responsabilità e, per gravità di queste, il passaggio all’età adulta, i miei fallimenti mi regalano invece il continuo di un’adolescenza che può vivere di spensierato languore e dei meravigliosi azzardi di chi non ha ancora niente da perdere e tutto da sentire, nessuna carriera da difendere in pose professionali, niente di già conquistato. Se non il pieno controllo del possibile nella pagina ancora bianca.

Vieni

Vieni alla luce in un giorno di pioggia, tu che porti il nome di un vento favoloso, e mi ricordi che è luce anche questa sotto le nuvole, sono colori anche questi dei palazzi alberi e mobili di casa e del primo maglione che indosso, pur se arrivano tutti all’iride come traduzioni infinite dello stesso tono caligine. Adesso ho capito il motivo della forma che ha il mondo, adesso, ed è l’impertinenza estrema della vita che mai tace di mezzo anche a mille devastazioni, manifesta in una sfera unica azzurra di incessante gravidanza. La pioggia batte in balcone e rinforza la trama nei miei verdi globi alla finestra inventando scie sonore di fiume sotto le gomme delle auto che passano. E questo angolo di pianeta si fa umido – umide le foglie della pianta rimasta fuori, umide le lamiere posteggiate da ieri, umide le parole di chi aspetta al semaforo – umido il pianeta com’è rorido di umore uterino chi nasce e rompe la membrana del massimo segreto. In un’ora qualunque del giorno, sotto ogni forma del cielo, effusa in qualsiasi tono di luce, viene la rugiada di un’alba che per un attimo ferma ogni altra vita in cammino. È passata da poco la mezzanotte, non so dire se il giorno è ancora lo stesso o se invece chiamarlo domani. So che tu vieni. Hai atteso la luna piena di novembre che si specchia sui tetti lucidi per trasformare le vite di molti.

Ed è questa la volta

Come pure sotto il cielo a volte siamo chiusi, rinchiusi in noi stessi e i nostri compagni ci chiedono cos’hai, e l’aria né i colori o la luce e i profumi intorno ci toccano la pelle, così altre volte – ed è questa la volta – siamo soli rinchiusi nella stanza a lavorare e pure sentiamo l’azzurro e i pastelli della natura tutta come i palpiti degli alati nel vespro batterci ai polsi e allora sì, mossi dall’impeto che ci sfonda il petto, ringraziamo disperatamente le pareti e i muri di casa, ultimo contenimento allo svanire del nostro organismo in tutte le direzioni del vento, se apriamo la finestra all’universo e al continuo della materia celeste.

Melograni

La chiamano solare, ma quest’ora nuova che spegne tanto presto la luce e i colori ci fa arrivare alla sera come nell’alto mare aperto, a molte miglia scure dalla costa. E la cena si apparecchia che è già buio alto. Fuori, una madre viaggia con sua figlia risalendo l’Italia in treno, per dare un bacio a un altro pezzo di cuore suo migrato al nord e raccogliere, in vista del ritorno, la madre di cui è ancora figlia, partita prima di lei. Sono passate anche da casa mia, fiammella al centro dell’intero paese, faro contro la violenta estraneità del mondo che pure si vuole e si deve conoscere. In questo alto buio aperto, così, guardo i melograni che ci sono arrivati l’altro giorno dalla Sicilia – li ha portati una zia che vive qui ed è tornata dall’isola in macchina. Incastrata nel frutto che nutre le simbologie di tutte le religioni, fissa alla fioritura che detta i tempi dell’amore nel Cantico dei Cantici e mi ravviva le braci dei muscoli nel petto, c’è la nostra terra lontana. E il sole, in guerra contro l’ora che porta il suo nome.