Il prossimo

Oggi a messa c’era il cunto sull’amore per il prossimo e io ho finalmente capito di cosa parla. I più l’hanno sempre definita parabola del buon samaritano, monito sull’ipocrisia religiosa corredato dal precetto sulle buone azioni verso gli altri. Altro che samaritano, invece. Il protagonista di questo meraviglioso racconto è la persona soccorsa, la parabola è dedicata a lui ed è una storia emblematica sul ringraziamento: muove dalla definizione del prossimo come uno che ha compassione di lui e invita ad amarlo, ringraziarlo anche se appartiene a una categoria “immeritevole”. Ciò significa, per converso, che in genere facciamo discriminazioni persino nel ringraziare, che abbiamo difficoltà a esercitare cioè una delle massime forme dell’amore: non dare per scontata la vicinanza dell’altro. L’invito finale di Yeshua a fare anche noi lo stesso non è dunque riferito alla buona azione verso chi è in difficoltà, ma al ringraziamento verso chi ha patito con noi e ci ha aiutato. Non è un cunto sull’essere buoni con chiunque, ma sul non essere razzisti (almeno) nella gratitudine. Aprire gli occhi sulla cura disinteressata e per niente dovuta, ovvero sulla grazia, che pure ci viene mossa continuamente.

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La ditta dentro

La fragilità è una ditta che ti rifà la casa mutandola in una sola sala d’attesa. Non ci sono medici dietro le porte, si aspetta solo che arrivi notte. Allora, infine sull’attenti, un sussurro batte ai denti: baciami che muoio. Viene il bacio sull’acqua mossa della faccia e apre gli occhi al buio della sala. Così lo vedi, è fragile anche tutto a terra, il pavimento dell’attesa è molle, com’è giusta la zolla dei campi che ci affondi i semi dentro. Semi di verdure e di ortaggi, di belle piante e alberi da frutto, semi che chiamano l’altra metà di ogni cosa all’intero della carne. E all’intero della casa, che un giorno si ridà così a stanze di nuovo tutte diverse. Una per mangiare, una per giocare, una per l’amore che non aveva fine.

Come stai?

Meglio, sto meglio. Be’, al meglio non c’è mai fine, dirai. E infatti io sto così: sto senza fine. Come una melodia che, se la canto nudo, faccio acqua sotto l’acqua. Sto come le tue mani grandi e senza fine. Sto che non smetto meraviglia quando abbiamo uno scambio. Perciò fai pure finta che esagero, ma lasciati dire all’orecchio: ti voglio bene. Facciamo che il bene sta al volere e che il meglio si addice allo stare. Se dico voglio partire, chiediti sempre a quale bene è rivolta la partenza; se dico sto al mare, chiediti quale miglioria il mare esaudisce. Fra poco sarà la mia scomparsa nel triangolo dell’isola che c’è, inghiottito al mondo esterno come la parola ceduta alla bocca degli altri da una bambina, ammutolita, a una frazione di secondo dalla possibilità di tornare. Una che ora sta meglio. Una che pure lei sta senza fine. Tornerà ciascuno come un filo d’erba, per un seme nuovo, alla casa del sole.

Si chiameranno padri

Tutti i politici dovranno essere genitori di almeno un bambino compreso tra zero e dieci anni. Finito questo periodo abbandoneranno il settore, se non per meriti riconosciuti di onorabilità nel servizio pubblico svolto. E la politica sarà improntata veramente al futuro e alla pace. Nelle aule dei palazzi si parlerà anche di notti in bianco per la fame o gli incubi dei piccoli, di sistema scolastico e importanza degli insegnanti, di comunità nuove che imparano a conoscersi, di rispetto per l’autorità e senso del dovere, di saggi di fine anno e tenerezza, di gite scolastiche e cura dell’ambiente, di pericolosità delle armi e di ogni forma di bullismo, di eredità continuamente aggiornata all’insegna del bene. Sarà così finalmente trasformata l’Italia – e il mondo intero, su questo modello – in una Terra dei figli. Si chiameranno dunque padri e madri, all’occorrenza, non più politici, questi operatori di giustizia e nuovi educatori della casa comune, com’è sempre stato il nome dei più alti fra i politici nella storia: padri fondatori, padri costituenti, padri nobili. È il sogno che ho fatto stamattina, dopo essermi svegliato.

Mancare

Mi mancheranno, dice dei ragazzi l’insegnante alla fine dell’anno; mi manchi, dice lui a lei che è già partita per tre mesi di lavoro; mi manca, dice il nipote pensando alle mani di sua nonna; mi mancano, si dice all’amico dei pomeriggi consumati a giocare nel cortile; mi mancava, dice chi torna dopo un anno intero al rifugio estivo di una villa al mare; mi manco, dice il poeta pensando a tutto ciò che non sarà mai; ci mancava, dice chi nota solo ora un vuoto colmato da una gioia collettiva. Dal latino «màncus», debole, monco, imperfetto; non essere a sufficienza, far difetto e anche venir meno, spiega il dizionario, e aggiunge: restar di fare. Generoso l’esempio finale, mancar poco: non esser lungi, esser vicino. Quasi arrivare, quasi cantare, ecco.

Islanda

Islanda, gelata insonnia del sole, ai primi forni di giugno sogno il tuo invito a stringere la mia compagna nel giorno immobile delle volpi artiche e degli angeli. Lontano dai bollori sudici del mezzogiorno, in te spoglio di presunzione, senza commento o allarme che non sia la vicinanza di un orso o l’arrivo di un temporale. La tua nudità mi chiama, e la minuscola vita umana rispetto al paesaggio, le città fantasma inghiottite dalla natura corporea, la nera scogliera di Reynisfjara, la tua infinita lezione. Orecchio teso alla voce delle balene, in bilico sulla frattura visibile della placca terrestre, rifaccio i passi dell’Omero di Palermo in Baires, che ti cantò a sinonimo di felicità. Sono già venuto alla tua custodia, non solo in questo sogno, ma nei disegni di un amico, in alcuni versi composti una notte, nella musica estranea dei Sigur Rós e di Bjork, negli spazi illibati della mia meraviglia. Islanda mancante, meta, altra metà della mela, controcanto alla mia isola madre.

Ritorno

La vera vita è un ritorno consapevole, è la decisione di tornare: l’amore è il motivo del ritorno. Da questa parte del mondo, le esistenze lunghe ormai non risparmiano bufere a nessun ideale, relazione o attività scelte all’inizio per istinto o a ragione. Tutto crolla almeno una volta, e si spalanca il metro dell’amore. Il ritorno non è affatto scontato. Il più delle volte si trucca da balzo in avanti, liberazione, ma è il ritorno a un sé prima negato. Altre volte è invece la conferma assurda dell’ideale, della relazione o dell’attività crollata su un limite inatteso: noia, dolore, distacco, disillusione. Le parole – ho capito – sono sugheri insufficienti ai naufraghi del tempo? Io ci ritorno lo stesso. Chi torna a qualcuno o a qualcosa, dopo averne vissuto il limite, non lo lascerà più e finalmente potrà coltivarne il mistero. Il silenzio che abita in mezzo alle note, la musica tenuta da certe scritture, la luce inspiegabile che fanno alcune coppie. Per ciò che dell’amore sta in oltre, scelta di campo a sconfitta già avvenuta, accoglienza delle piaghe spalancate: dimora dei comunque, dei nonostante, degli eppure, dei malgrado. Felicità imperfetta, perché di carne. Sangue infuocato sulla pace controversa della sapienza.