Ritualità

L’estate è questo cambio stagionale di abitudini in cui si inserisce per molti l’occasione di vedersi con persone amate in posti per cui insieme è nata la radice di un affetto spinale che, nei totalizzanti mesi feriali, tiene l’immaginario a cui ricorriamo per sopportare periodi avari di pace e serenità. Questa occasione fonda la gradita ritualità estiva che via via si fa esigenza da soddisfare, e davvero vieta di capire dove sia la noia imputata dagli altri nel fare ogni anno, ogni estate, sempre la stessa cosa con le stesse persone. E tu rispondi, ma non capisci quant’è bello tornare qui e fregarsene del tempo che passa? Anzi, non è passato per niente, lui, in quel giardino non ci ha ancora trovato! Il tempo invece lavora, come il mare modella anche la pietra, e la ritualità ha senso solo finché l’amore resta immutato. Inizi a sospettarlo quando diventa secondario trovarsi proprio in quel posto e con quelle persone, soddisfacendo entrambe le condizioni dell’eternità. Così, invece di dire che sono cambiate le cose fra quelle persone – disamore che il linguaggio chiama pudicamente crescere – ti guardi allo specchio e dici, ma forse gli altri non avevano tutti i torti: in fondo, è noioso essere condizionati ogni anno nel decidere le vacanze. Perché allora, nel fare anche quest’anno lo zaino, diretto ancora una volta al mare che sana, pur sapendo che con alcuni ci daremo quasi il cambio di turno, il cuore esulta al pensiero dei gelsi che respirano il vento mosso dalle isole del dio? Forse, da qualche parte in quell’eternità che si è fatta negli anni dell’amore, c’è stata un’impercettibile osmosi fra il posto e le persone che lo hanno frequentato, e ora ciascuno indipendentemente sente quel posto come fosse una persona. Quella per cui l’amore resta immutato.

Estate feriale

Si avvicina ferragosto e insieme la fine dell’estate feriale. Chi andrà in vacanza solo ora, intorno ai falò che mimano sui lidi il fuoco celeste di san Lorenzo, vivrà la sua pausa dal lavoro come parentesi unica, cesura netta, limpida fra un momento e l’altro. Chi invece sta in panciolle già da un mese o anche più – dagli scolari tutti ai variamente disoccupati – sente l’avvicinarsi di metà agosto come un campanello d’allarme: finora si è potuto improvvisare, concedersi anche di perderlo il tempo ma, con settembre dietro l’angolo, non si può più scherzare. E si stringe la programmazione delle cose da fare prima di tornare fra i banchi o a caccia di un ingaggio. Godersi questi ultimi giorni di estate feriale è l’obiettivo segreto di questa categoria, vivere la vacanza vera che – accanto ai viaggi alle gite fuori porta ai bagni in mari diversi e alle visite per contrade nuove – per me è soprattutto l’occasione di vivere il tempo in modo diverso, slacciato dall’orologio e immune alla vergogna che gli irrequieti cercano sempre di appiccicarti per il semplice fatto che, a differenza loro, tu fermo ci sai stare, e con te stesso.

Canto

Come a noi piace il canto degli uccelli che fanno casa sui rami alti delle ville, forse a loro, a questi esserini del cielo, piace sentire noi quando parliamo. E solo per un banale equivoco l’uomo canta pensando di farsi prossimo al cielo. Perché quando ascoltiamo il canto degli alati è in realtà soltanto il loro linguaggio corrente, quello che usano per dirsi le cose, senza sapere che a noi si dà in forma temperata. Così è forse il nostro suono specifico, il nostro semplice dire, come di due amici che parlano scavando il tramonto, che più affascina i vivi sugli alberi; e non il canto – per quanto “naturale” – che gli giunge come imitazione storpia del loro suono azzurro. Questa ipotesi, che nessuna scienza potrà mai scartare del tutto con prove o interviste ai diretti interessati, per dire l’inconsumabile sorpresa della famiglia di cui siamo parte, e di noi stessi.

Tu non sai amare

Tu non sai amare / terre da cui vengo, dove la morte / pare un segreto di cui andare fieri / come un battesimo che dal dolore / trae intuizioni continue di rinascita / ma si contenta più spesso / di viverle in sogno. Tu non sai amare / terre da cui vengo dove insieme / più che altrove è facile incontrare / profeti che ballano la lingua sacrilega / del kairòs, la risposta inaudita / al sangue che pare inarrestabile / ma siamo noi. E sono famiglie / impertinenti al disamore, musicisti / impertinenti al silenzio, ospiti / impertinenti all’odio per lo straniero, maestri / impertinenti alla tradizione, morti di fame / impertinenti alla disonestà, impertinenti al sonno / anime vive.

Finestre

Una finestra su un fiume non sarà mai come una finestra sul mare: il canto dei grilli e la simbologia del tempo non basteranno, e neanche il vento che usa gli alberi per imitare il battito della riva. Una finestra su un fiume raccoglierà l’aria che scende a valle dalle guglie rocciose e porta odore di erba e fieno sotto le stelle, mormorio di un paesaggio che torna proprietà unica delle bestie, esempio della convivenza antica fra tutti gli esseri della terra. Una finestra sul mare vive di correnti che doppiano la speranza prima di toccare l’orecchio teso alle voci dei naufraghi, lamento incessante e respiro del cosmo che si rivolta nell’acqua salsa con una violenza che ai sogni degli asciutti distilla ninnananne. Una finestra su un fiume è una e una sola, su quel fiume. Una finestra sul mare misura invece da cardini diversi lo stesso sprofondo.

Un segnale

Alziamo gli occhi per guardare il cielo
ma nello spazio fra noi
entrano più stelle
di quante per l’ultima volta
brillarono fra le galassie
diversi milioni di anni lontane.
Nebule da decifrare gli sguardi nostri
al fronte di nuovo,
una luce a volte si supera
e rompe il vuoto dando all’altro
un nuovo segnale
dalla galassia antistante: ci sono ancora.
Il giorno del Signore ti ha fatto
con un fiore di campo
e ti ha messo la luce nel nome,
quella che solo in montagna
batte serena i sentieri
e non mi scaldava da anni.
Non rimanere tra le guglie di roccia
e le vie d’acqua
che tagliano i boschi,
se solo sapessi il potere che hai
di trasformare la vita
potrei finalmente sentirmi a casa.