L’occasione

La scrittura è l’occasione che non ho parlando. E non perché sia timido o non disponga di uditori, ma per una questione di composizione. La scrittura si compone, la parola si suona. E dare alta voce a quello che scrivo mi imbarazza: perché non scrivo come parlo, mi sembrerebbe uno spreco, parlerei. Ma toccando appena l’aria, quella parola sarebbe già diversa dal pensiero che l’ha spinta e subito vorrei ritrattare, aggiustare, integrare – indugiare anche, se parlare è stare in presenza di qualcuno. Si scrive invece sempre da una distanza e per l’utopia di non dover ritrattare. In questo, ho sbagliato epoca. Oggi si rincorre molto un effetto di oralità sulla pagina, in linea con la mutazione della scrittura in fatto volatile: scripta volant, nei cieli della fibra ottica o per l’etere finché c’è campo di ricezione. Se dovessi cesellare qualcosa da dare a un pubblico in forma vocale, io invece canterei. Perché il suono che tocca l’aria in guisa canora non tradisce la forma concepita prima di darlo al sole, non impoverisce né modifica o fa scadere il pensiero (il mistero) in essa contenuto; tanto che ogni tipo di deviazione ha il nome di stonatura, e si nota. I miei trentadue lettori avranno ormai ben capito che amo la musica. L’occasione che raccolgo qui, invece, è del mio pensiero che venga eseguito da occhi altrui, nel silenzio del lettore. Accenda lui le connessioni del mio dettato, nella stessa assenza di suono fisico in cui io ho scelto e salvato ogni parola. Questa è la gioia dei compositori che, più di ogni esecuzione personale del suono, danno la loro vita alla scrittura di quel suono.

Le mie dita

Ieri sera in balcone, mano in tasca, ho sentito stringere un po’ il mignolo dove in genere tengo l’anello di nonna. Ma non lo avevo, era posato sul comodino accanto al letto. Sarà che ti penso sempre e ieri ho capito che ormai il mio mignolo sinistro è tuo per sempre. Poi però ho ricordato che tutti usano questo dito per misurare la parte più piccola in termini di qualità, come: Allevi non vale un dito mignolo di Bollani. E mi sono detto, no. Lei vale tanto. Ida, che mi comunicava la sua vita al pianoforte, dove il mignolo serve a cantare le ottave periferiche e inarrivabili, le più remote, sognate dalle altre dita che balzano a cavare anima da altri tasti. Così ho apprezzato la qualità unica di ciascun limite della mia mano, titolare delle occasioni che posso cogliere ogni giorno del tempo breve. Andare lontano (mignolo), dire a chi appartengo (anulare), toccare il profondo alle cose (medio), puntare l’ultimo orizzonte (indice), agguantare i sentimenti fuggitivi (pollice) – mi prendi la mano, accosti il dito al mio che gli corrisponde e scopri di nuovo che sono uguali, ti diverte ogni volta: vediamo, di chi è questo? Nostro, nonna.

Accadde oggi

Il passato è una terra di video rimossi o non disponibili, andarci sarebbe una violazione di copy – era bello ma non è nostro: ce ne staremo fissi davanti alla polvere tremula di uno schermo nero, a ricordare i singoli frame legati da una musica lontana, o non sarà meglio caricare nell’etere dolcissimo un tempo nuovo? Superiamo lo sconforto e il muro grigio di questo sabato mattina che trattiene la pioggia in gola. Il nostro cielo avrà luce e non sarà mai rimosso, disponibile sempre perché mia e tua costruzione. Saremo noi, un avanzamento continuo. E senza pensiero, lo stiamo già facendo. Accade: domani.

Palomar

Ieri sono andato a letto tardi e, prima di spegnere il lume alle tre, lento e grave come gli occhi miei di sonno, m’è venuto un pensiero: la cena di ieri con gli amici è stata carina. Era vero, se non per il fatto che alludessi a una cosa avvenuta quel giorno stesso, che solo non avevo ancora dato a Morfeo. Sentivo netta l’appartenenza di quella cena a un giorno ormai passato, ma non lo registravo come archiviato perché ero rimasto sveglio. Era ancora un giorno aperto, lo stesso, ma passato. Niente di strano, capita a tutti nella vita. Per tutti, cercare di capire dove finisca ieri e inizi oggi è come osservare il mare cercando di isolare un’onda da tutte le altre e distinguere, da quella precedente, la gobba successiva che rimbocca sulla vasta tavola d’acqua salsa. Per tutti, il sogno è l’unico mezzo che abbiamo per isolare le onde del mare e intendere la differenza tra ieri e oggi: se oggi è diverso da ieri è perché ho sognato; se io invecchio è solo perché esistono i sogni, che mettono ordine alla veglia e inventano il tempo che passa. E lo fanno senza farsi notare, spesso senza farsi ricordare la mattina, agendo per molti nella notte simile al buio che avvolge il traduttore agli occhi di chi legge un autore straniero. Volevo solo annotare questa cosa che capita a tutti e io non smetto di sapere.

Ardere

Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture? Yeshùa non se n’è andato: stava per farlo ma i viaggiatori l’hanno trattenuto per la sera. Rimanendo, poi, alla lettera è solo diventato impossibile da vedere e i due, che all’inizio litigavano sulle cose accadute, alla fine si trovano col cuore caldo e convertono la rotta. Non arriveranno mai a Emmaus, il luogo mancato più famoso del mondo, ma faranno ritorno alla città del tempio. Oggi anche io sono tornato al tempio, che qui a Roma mi pare in mano a presbiteri scelti in base a una scala carismatica rovesciata: più innocua è la loro retorica, disincarnata con gran mestiere in automatismi rodati che non danno fastidio alla comunità residua di anziani, più in alto arrivano nella capitale di tutte le parrocchie. Oggi però ho sentito pure io ardere il cuore. Saranno state le letture, vive, tutte scelte dal libro nuovo e non dal vecchio. Ogni tanto (dico, non sempre) mi capita di rompere il gesso dell’omelia alienante e così, nell’intimità di oggi, un calore mi ha fatto accostare le mani al petto nel discernimento fra ritualità e memoria. Un ardore che mi teneva sveglio, presente a me stesso, senza più cura o pena per il gesso che di certo aiuta a evitare le fratture imposte dalla libertà, tanto raccomandata ma dolorosa da abbracciare. È stato allora che ho sentito veramente di concelebrare la messa, come è pure definita dall’istituzione l’opera di ascolto e risposta dell’assemblea, immaginando poi – tornato a casa – di rispondere così alla domanda, com’è stata la messa: celebrazione scarsa, concelebrazione potente. Emmaus può aspettare.

Ladri

Andarsene via come ladri, ratti e silenziosi, improvvisi, lapidari di congedo, né guardare negli occhi i rimanenti, né voltarsi per vedere la stanza o il pianoforte un’altra volta, la luce che ora entra nella veranda. Ecco l’unico modo per lasciare i posti a cui siamo più legati e non ci abituiamo mai a salutare. Il luogo che attende i ladri, tuttavia, non può essere una casa: prima o poi dovrebbero lasciarla allo stesso modo. Perché i ladri sono ladri, loro dalle case fuggono e il luogo che li attende è sempre un covo, un rifugio, un nascondiglio. Casa, i ladri non ne hanno. Chi allora partendo lascia una casa per andare in un’altra casa, non può andarsene via come un ladro. E questa impossibilità crea lo strappo che riapre la pelle sempre nello stesso punto a tutti gli onesti che abitano in una città diversa da quella in cui sono nati. Io sono una persona onesta. A volte, faccio di tutto per mascherarmi da ladro. Un giorno mi arresteranno per reato di vita altrove.

Oggi non ho risposto

Alle soglie del terzo disastro mondiale, nella Terra dei muri che si alzano e dei ponti che crollano sulle autostrade, migliaia di cuori pulsanti continuano a chiamare ogni giorno da Milano a Palermo per proporre contratti vantaggiosi di qualunque servizio, chiusi nelle loro cellette di plastica, davanti a un segnatempo che scatta quando al numero composto risponde una voce, che è la voce di un loro simile, con la stessa paura della guerra e della morte. Gli squilli a vuoto del telefono, oggi, per me hanno fatto da sfondo al miraggio della luce che ancora filtra dalle fughe di nuvole come da un pavimento sconnesso, come uno specchio paziente che trattiene il diluvio aspettando di riflettere l’ultimo miracolo o la ripetizione di quello più grande. Gli uomini che si guardano sono altri uomini.