Una visita

Mi vedi? Sono uno degli ombrelli che camminano sotto la tua finestra. Fra poco citofono. Ho preso qualcosa da spiluccare come aperitivo, resto fino alle sette e mezza. Poi devo andare dai miei, stasera è la vigilia. Ricordami il cognome, sono quasi al portone. Io? Ah, Marco Bisanti, scusa. Non te l’eri segnato? Certo. No, lo capisco, figurati. Mi hanno fermato fino a poco fa, sti controlli sono ovunque. Mai visto tanto zelo per altre forme di crimine, guarda. Crimini veri, che so, spaccio nelle piazze, violenza nei quartieri, attentati, roba così. Dai, ci sono quasi. Ah, senti, non ti ho chiesto se hai cani. No, che paura? Dicevo perché ho un gatto e magari il tuo sente l’odore. Vabbè. Comunque, strana sta cosa – in senso buono, dico. Conoscersi così. Lo faccio perché ci credo. Non possono dirmi chi andare a trovare finché mostro il salvacondotto. Tu puoi uscire solo per la spesa o lavorare. A me non possono ancora impedire di vedere chi voglio. Se mettono altre restrizioni, guarda, mi accollo pure quelle, faccio da cavia a ogni goccia in più senza traboccare, lo faccio quante volte vogliono pur di avere l’ultimo super permesso di uscire. Così come tu devi restare alle tue decisioni. Ormai è una questione di principio. Sì, fondamentale, direi. Sto suonando. Sono davvero contento di aver trovato questa iniziativa. Come? Ah, “Un natale coi lebbrosi”. Non lo sapevi? Sì, non brillano di fantasia. Eh, pure un po’ di cattivo gusto. Ecco, ci sono. Che piano?

Prima di dormire

Qui un mese dura un anno, le ore sono gualcite dai mille nervi del cambiamento, ma appena mi fermo non so spiegarmi la più bianca maschera col soffio che tutto sembra durare. Cresci in bellezza e presenza alla velocità dei fiori notturni che trovo la mattina in balcone, sui vasi delle piantine grasse. Ma dai ancora senso a frasi come ora addormentiamo la luna, prima di cantarti la ninna davanti al lumetto a parete; quegli alberi hanno raccontato una favola alle macchine, mentre guardiamo le auto dormire accosto alla villa davanti casa. Non c’è caos maggiore da cui sorgono stelle in tutto il mondo – né bianche notti di fegato spaccato per locali o precipizi di canoa sulle rapide in montagna, né concerto urlato accanto alla cassa o alba d’amore sulla lama dei sospiri – di quello che si avvita nelle stanze che vanno a letto presto, evaporando sul cuscino l’ultimo briciolo di stanchezza cosmica. Da nessun’altra parte le stelle danzano così. Eppure hanno senso frasi allarmanti, di apparente segno opposto, come finalmente ho addormentato l’amore o come si fa a spegnerti, amore? Il vortice questo fa: fa toccare la punta delle dita al tempo e all’eterno, mentre fuori un pettine gigante è quasi arrivato ai nodi del bene e del male.

Esseri antichi

Ci hanno buttato fuori da molte vite, abbiamo acquisito un’antichità e ora siamo già alla terza, quarta mano di restauro. L’età arcaica si è interrotta con la guerra di mafia e le stragi. L’età classica è iniziata con internet. L’età moderna è esplosa con le torri gemelle. Il contemporaneo ci ha polverizzati con la crisi e la pandemia. Abbiamo quaranta anni, siamo nel mezzo. Pochissimi riescono a fare la vita che più o meno facevano i loro genitori. Molti hanno avuto un figlio in calcio d’angolo, con buona consapevolezza ma poco tempo per il secondo o per vedere il primo oltre i suoi trent’anni. Moltissimi portano il bagaglio tra solitudine e lampi di creatività.

Salvano le relazioni, quelle che sopravvivono alle scelte personali, allo stigma sociale imperante; salva fuggire dall’Italia, per dove ancora non sei capro espiatorio o combustibile politico per il fuoco fatuo degli “adesso basta” o “servono riforme”; salva il caso, che agli ostinati può anche far trovare un lavoro o l’amore, come pepite di fiume. Non credevo possibile che in un paese dove “si conoscono tutti”, come diceva Longanesi, si alzasse con tale efficacia nel discorso pubblico e in quello più dolorosamente privato uno spartiacque di paura, odio e sufficienza verso una minoranza di persone, lavoratori contribuenti incensurati trattati come ultima variante di un male che da due anni tutto giustifica, tutto muove, tutto cancella, tutto confonde.

Dal contemporaneo non si esce. Ma ho voglia di partecipare alla ricerca di nuovi modi, microsociali o anche solo privati, per frantumare ogni mattone edificato a isolamento di categorie intere dietro un muro di giudizi precotti e un’etica ministeriale basati sulla pornografia del buon esempio, che alimentano la disperata difesa del capitale dando lustro vacante ai cinque minuti di popolarità dei sudditi. Saranno modi e linguaggi compositi, nati dalla stratificazione di stili e buone pratiche appartenuti a ogni età vissuta finora – da quella arcaica all’attuale – ma dosati nella trasparenza lieve di un sorriso, un gesto, una parola, un silenzio, una compagnia più forte di qualsiasi muro.

Saranno modi e linguaggi che mi faranno toccare la pelle distante o mi daranno una ragione nei casi di obbligata rinuncia per abbandono altrui della vita. Sarà qualcosa, un esercizio nuovo della presenza che mi farà essere ancora reperibile. Non impaurito, né sparito, né depresso, né sordo, né invincibile, né avaro o senza mani ancora per molto tempo. Ancora per mezza vita, si presume. Ancora fino a domani, si riassume. Ancora e in ogni momento, si desidera.

Più amore

Serve più amore di prima, più amore di sempre. Più amore per gestire tanta conoscenza degli altri, tanto potere nelle nostre mani. E non esserne schiacciati in forma di giudizio e autoesilio. Come l’amore necessario a gestire bene i difetti peggiori e immodificabili che solo noi conosciamo dei nostri cari più intimi. Così serve più amore, per gestire al meglio le brutture del sistema umano collettivo uscite molto più allo scoperto negli ultimi decenni. Posso usare il potere per rinnovare critiche e giudizi, confermando a loro e a me stesso una distanza utile a definirmi. Oppure, userò il potere per lasciare che la genesi a me nota delle irriducibili brutture altrui mi faccia da balsamo per le ustioni immediate sapendo che ne provoco anche io negli altri e, finché posso contare sul bene di fondo che ci lega, posso scegliere di mantenere una vicinanza insostituibile. La vicinanza insostituibile e non eterna dei miei più cari amori val bene l’assimilazione dei loro tratti peggiori, quelli che conoscono in pochi e sono esposti al solo possibile peggioramento con gli anni. Per questo serve più amore di prima, più amore di sempre. Per chi, almeno, pensa che sia possibile ancora una vicinanza col mondo, una parola che nasca e venga restituita al presente così com’è, e non come vorremmo che fosse. Amore per il presente, anche nel furore più acceso di una proposta alternativa – ma in positivo, appunto, per migliorare la vicinanza reciproca – finché possiamo contare sul bene di fondo che ci lega all’esistenza, possibilità aperta di farci vivi ogni tanto.

L’ultima variante

Il virus è decisamente mutato, con l’ultima variante ha preso sembianze umane: ora si chiama no vax. Le case farmaceutiche hanno già pronto il vaccino, la somministrazione sarà appannaggio del governo non eletto dal popolo e avverrà in forma di decreto. L’iniezione al braccio del corpo sociale conterrà una percentuale di annullamento del diritto al lavoro, una di stigma propagandistico, una di statistiche taroccate, una di “vi alziamo le bollette ma l’importante è la salute”. Possibili effetti collaterali: scomparsa di persone che coltivano il dubbio e violenza immediata sugli ambigui residuali, nella cerchia amicale e in quella familiare; trasformazione delle chiese in ricettacolo virale finché pure loro non vieteranno le messe agli sguarniti di tessera verde. Possibile necessità di un richiamo dopo sei mesi o, con dose maggiorata da una percentuale di mercenari fascisti, nel caso di recrudescenze anticipate sotto forma di manifestazioni di piazza (come espressione di opinione e volontà popolare il diritto di voto ha infatti già perso interesse e credibilità, stando ai dati sull’affluenza alle ultime amministrative, ma non siamo qui per vantarci).

La terza parola

Comunicazione di servizio al me stesso del futuro, come un promemoria: oggi, giorno in cui è stato assegnato il Nobel per la Letteratura, mio figlio ha detto la sua terza parola completa: penna! Visti i festeggiamenti, da circa mezz’ora gira per casa con una penna in mano dicendo: penna! La prima parola è stata banana; la seconda camion; la terza penna. Prima cibarsi, poi guadagnare, poi scrivere. Giusto.

Sul metro dei quanti

Piccolo come diventa, può stare ovunque, nascondersi e non farsi trovare, passare la materia e certo uscire, quando e come vuole, da ogni poro. Invece resta dentro. Ridotto e stretto come niente al mondo, il cuore, la prima volta che porti un figlio al nido. È fisica, elemento più piccolo sul metro dei quanti non esiste. E le traiettorie! Impazzite sghembe nervose, accelerate al millisecondo, battono sulle ossa e sulle pareti di carne. Torni a casa, valuti il da fare, parli col portiere, fai bene le scale, infili la toppa e cedi – un altro vuoto: stavolta è nella mente. Si è staccato dalla mente un ramo intero. Nato da poco ma cresciuto subito forte, divaricato in mille legni verdi sottili per l’esposizione fortunatissima. Così fitta ne era la trama da fare ombra a terra e fresco per l’erba dove giocare. Adesso quel ramo vive ma altrove; altrove ma per poco; e tanto basta al laser del sole per incenerire le farfalle nate lì sotto. Così è l’ennesima novità, l’innumero esilio dal centro. E ogni volta non sai dove ti hanno posato, non sai da dove scrivi, da dove guardi, da dove pensi, tanto la vita ha rapito la vita a te stesso con altra vita mai ferma e lucente. E si scrive poco, sempre da una periferia, mai più dal centro; si guarda mai più dagli occhi; si ascolta mai più dalle orecchie solo nostre – sempre avuti, sempre avute, prima che l’amorino ti riducesse il cuore sul metro dei: “Quanti siete ora nella stessa vita davvero?”

Un bell’aspetto

Sei visite al blog nell’ultimo mese confermano che non sono diventato un market h 24 o un’emittente nazionale. L’albero aspetta mesi per dare foglie verdi, gemme croccanti, frutti maturi – che possono piacere o meno, è chiaro. La desertificazione delle visite mi dice: sei più simile a un vivente, forse un’oasi, che a una insostenibile ruota da criceto. Quasi insieme ho smesso di annotare in agenda le mie giornate, dopo due anni. Me ne sono accorto solo dopo, recuperando il fiato che la disciplina di cronaca e la vita mi avevano spezzato. Ma è stato bello. Bellissimo anche perché non infinito. L’interruzione non voluta, semplicemente accaduta, darà più valore alle pagine che rileggerò ogni tanto, a breve o chissà fra quanti anni. Frutti caduti che non marciranno mai. Esagerato, in questo caso, è continuare a tenere aperto il blog – come certamente farò – aspettando sempre che qualcosa mi punga nel modo in cui deve per arrivare fin qui. Aspetto, ed è respirare, e mi piace così.

L’aquilone

C’è un bambino, di un anno e poco più, a mollo in piscinetta, ride sguazza gioca schiaffa e risponde occhi socchiusi per la luce, le mani ormai di carta, la pelle una muta d’acqua, spiccando urletti di gioia su infinite variazioni di una sillaba, “ca”, sempre la stessa. Così guardando ogni tanto di lato, dal tavolo di lavoro in terrazzo, si sente meno caldo, meno attrito, meno peso e gravità arrivando su, alla fetta di fresco con la vista alta sul mondo – è un bel tappeto che non parla, vibra solo e sai di cosa: felici bimbi a mollo per tre ore, colla palla e il leone, mentre tu fai l’aquilone.

Un futuro da bestia

Farò come la più piccola delle bestie, tutta istinto di vita e cura dei cuccioli, ricerca del minimo, star bene con poco e di guardia alla tana, nelle notti accese al lume di fuoco, finché non saremo stretti a fuggire e cercare altro rifugio. Senza indagare la fonte del male che ci stana, senza pretese copernicane di cambiarlo, estirparlo, invece seguendo una vita al più naturale e senza rancore, spenta di giudizio, priva di sicumera, ebbra di ferite solo mie, diffidente ma acuta all’intuito del bene. La mia vita sarà breve umile grata dolente, stupita, davanti ai soli occhi dei miei tesori. La mia vita selvatica sarà il loro insegnamento, offerta di senso da ricalcare o rigettare con la stessa libertà, ma all’unica insegna di altra vita possibile. Passerò fino all’ultimo dagli altri non visto, né complice né salvatore, lontano da questa pornografia del buon esempio, tra incendi letali ai vivi animali e vegetali, guerre virali tra umani e altri umani, cimiteri sommersi a miriadi tra le zolle d’Africa e Europa e ogni altra intenzione di questa feroce primavera della paura.