Franco Battiato

Se è vero che diventi l’Egitto prima delle sabbie, anticipando in vita l’arrivo comune di non esserci, ti guarderemo ancora come nel silenzio dei figli si guarda il vulcano che, ti dico, offrì l’erta alla tua dimora: spettacolo senza nome, immemore del fuoco lavorato, scia caduta nel mare senza carattere o appartenenza altra che il non tempo, chiuso in un triangolo di musica.
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Le esatte successioni

Luna quasi piena contro l’azzurro terso della sera sul bosco davanti casa. Il sole basso taglia la superficie della roccia ancor più su esaltando facce di pietra rosa e alterne conche buie tra uno scheggione e l’altro del gruppo Sella. Gli uccelli in coro volano a spirali sui tetti di legno e ardesia dei granai. La luce continua a salire, toccherà alla croda lontana di un’altra valle il premio dell’ultimo sole dolomitico. Da qui si assiste alla danza dei sassi immobili che girano intorno alla nostra stella. Il vento oggi ha dissolto i banchi nebbiosi da tutta l’alta badia aprendo la vista all’innumerabile famiglia che brillerà stanotte sui sentieri di nuovo tornati alle bestie. Cervi, caprioli, camosci, scoiattoli, marmotte, alpaca, antilopi e altre forme viventi suoneranno i loro passi nella cavea dei larici che abbiamo attraversato stamattina – siamo scesi dal sasso della croce bevendo i ruscelli sulle canalette ricavate dai tronchi prossimi ai mulini in disuso. I camini qui fumano anche d’estate e sono le cucine dei vecchi rifugi che preparano ricette antiche per la cena dei camminatori. Il termometro è sceso sotto i quattordici gradi e prima di uscire all’aperto si beve un brulé di mele. Nessuno, pare, disturberà mai le esatte successioni di questo reame.

Ere

L’alta montagna nel rigore della sera fuma lenta di nubi e foschie. La danza del vento che tra guglie e crepacci fischia una musica impossibile da sentire in balcone, ma sicura adesso – com’è sicura la vita dei nostri cari altrove, adesso – copre e scopre nei suoi capricci la ciclopica roccia nera e i boschi che ogni anno veniamo a trovare d’estate, per fuggire il caldo impietoso della pianura. E so che il paesaggio non è immune allo scorrere del tempo. Il ghiacciaio della Marmolada si è molto ristretto negli ultimi decenni: che sia frutto di questa nuovissima era, l’antropocene – in cui per la prima volta è l’uomo a incidere sulla natura – o semplice esito scultoreo del tempo che passa da sempre, capisco che è sciocco essere invidiosi dell’apparente immutabilità degli esseri inanimati. L’albero invecchia come invecchia la mia pelle, solo è necessario più tempo di quello sufficiente a scavare le rughe sui volti degli uomini. Le stelle nascono, ardono, poi si spengono e certo non per effetto delle azioni umane. Il movimento, il passaggio delle cose non risparmia niente ed è in questo che posso dirmi fratello dei larici e delle ghiaie, dei canaloni e delle cenge, di queste dolomiti che un tempo erano un arcipelago corallino sotto le acque e adesso, la sera, fanno tremare i fiori di campo e le erbe sotto i tenebrosi scheggioni e le torri inaccessibili. Come il mistero democratico del tempo che avanza a passi discontinui e si dà senza maschera solo nella musica – anzi, nella musicalità – che è il suo ambito, come la spazialità lo è dei corpi, e la visibilità delle presenze, e l’anima di tutto ciò che respira.

Catalogo

Forse uno dei momenti più felici dell’anno, per chi può vantare la puntualità della sua ricorrenza, è la gustosa scelta dei libri da portare in montagna e farci l’amore al ritorno da una passeggiata o nelle ore costrette in casa da un temporale. Sarei felice un giorno di entrare come autore in questo intimo catalogo di chi parte in estate per i boschi, in cerca di aria più fresca e pulita. Quest’anno il mio elenco annovera il fosco Cesare Pavese (La bella estate), il silvestre Dino Buzzati (Bàrnabo delle montagne), in costante compagnia alata con Giacomo Leopardi (Canti) – per parlare degli scriventi nella nostra lingua. Loro infatti staranno in valigia accanto a Thomas Mann (La montagna incantata), Marguerite Yourcenar (Fuochi), in costante compagnia alata con Maria Zambrano (Chiari del bosco). Perché ci sono libri da leggere o da finire di leggere, e poi ci sono libri inconsumabili, le compagnie alate che ardono di presenza, i vecchi maestri diventati ormai cari amici a cui tornare, sicuri di trovare conforto e – nelle stesse pagine – sempre nuove chiavi di lettura. Nulla di nuovo, lo so. Ma che gioia: esagerata.

Titani

L’alba dei tempi nostri corrispose all’ultima fuga dei titani che al nord, bersagliati dalle comete, per non cadere nello sprofondo si aggrapparono alla Scandinavia, graffiando il fronte occidentale della penisola e aprendo così nel mare i fiordi che noi oggi visitiamo, attratti dall’idea di toccare la fine del mondo, il nostro limite del vivibile antistante la calotta polare. I titani non riuscirono a salvarsi e scivolarono sulle pareti curve del globo terrestre. Qualcosa del loro spirito, tuttavia, entrò nel patrimonio dei Sami, i nomadi lapponi che tuttora ignorano i confini tra Norvegia, Svezia, Finlandia e Russia seguendo i pascoli per le loro renne o prestandosi come guide ai viaggiatori: l’eroismo inciso nelle rupi di Alta, dove si vedono i primi uomini armati di arco cacciare le alci e gli orsi sui fiumi a bordo di lunghe canoe, eredità titanica ravvisabile nella fattura delle attuali gallerie sottomarine che collegano certe isole delle Lofoten, da Svolvær ad Å; il carattere solitario e la decina di parole al massimo che due amici in sosta dopo un giorno di cammino si scambiano, colmando il silenzio rimanente col sincronico stupore per il verde chiaro che accende i boschi al primo raggio di sole e muta le prospettive; l’idea di fondo alla loro vita spartana, per cui nessuna sfida degli elementi alla sopravvivenza è impossibile da vincere – dal gelo artico dell’inverno offeso da lunghi mesi di buio costante, alle distanze infinite tra un villaggio e l’altro che le asperità del paesaggio isolano nel dominio assoluto della natura; la tenacia con cui racimolano le scorte nella stagione della pesca, inseguendo le balene sotto l’occhio delle aquile marine e lasciando essiccare i merluzzi alle finestre delle case geometriche o agli immensi stenditoi di legno che campeggiano sulle rocce e gli scogli davanti alle baie. Riservati ma attenti al rispetto di ogni etnia, genere e culto religioso; solitari ma non individualisti, e ancora poco allenati alla finta cortesia che si deve ai turisti vogliosi di lusso e comodità; fieri e autonomi, invincibili ma fragili se esposti a temperature più alte dei venticinque gradi; semplici e lineari, essenziali quasi fino alla noia, per chi non conosce come loro il verbo sciamanico della natura immensa; gli abitanti del nord vivono ancora il tempo umano e lento della minoranza, al passo antico dei titani.

Inizio

Inizio a tendermi come un arco, per il lancio che avverrà domani verso ora di pranzo: la scocca mi userà forza sufficiente (spero) per atterrare in Norvegia. In serata, dopo cena, faremo un’escursione a Capo Nord. Ulivi, gelsi, cipressi, pini, palme, oleandri e ogni altro spirito verde che risponde sempre al mio saluto prima di andare a letto, non ne vedremo al sole di mezzanotte. Non ci sarà nulla di questo, saremo davvero spostati di pianeta. Staremo a precipizio su una falesia nera di trecento metri alta sul mar glaciale artico. Lo scrivo e inizio già a captare questa bellezza diversa, a prenderne la forma aliena. Lo scrivo e inizio già a contemplare il bianco foglio di cui ho bisogno dopo il forte vivere degli ultimi mesi. Non porterò nessun libro in questo viaggio, sarà la natura sublime e ultima a leggermi dentro. Tornerà poi l’estate familiare e il paesaggio fatto di sabbia, grilli e vigne, come ogni anno. Ma sarà dopo questo passaggio a nord, dopo questo ascolto in purezza, questo inizio che stasera mi costa una corona di tremori.

Soglia

Sono davanti a una soglia, col giorno ancora non del tutto spento. Domani la passerò e sapere ma insieme non sapere affatto cosa mi aspetta, penso sia una buona definizione della parola vita. No, anzi: del verbo vivere. La vigilia è stata un atto di cura e stupore: stampare le parole giuste per domani e decidere a chi darle; ricevere un altro regalo e chiamare l’acquirente per dire grazie, scrivendo a mano su carta un pensiero per gli altri donatori; andare al vivaio, tornare in villa e piantare un oleandro bianco, l’unico nella fila di aiuole che sulla scalinata ospitano suoi fratelli solo rossi – la mia mosca bianca, la nostra mosca bianca; camminare fino al mare e fare l’amore con l’acqua calma e trasparente al vespro sul golfo di Mondello; risalire a casa e sentire l’odore del pane. Domani spezzerò un altro pane passando questa soglia. Per adesso, il varco riposa sotto una mezza luna. Un tappeto di grilli musica il passaggio del gran carro che indica l’asse di rotazione planetaria, impaesando in una camera a sud ogni uomo sulla terra.