Una sciocchezza decisiva

La mia pecca più grave è forse quella detta eterna indecisione, benché l’eternità della stessa sia per fortuna circoscritta al minuscolo tempo della singola vita terrena, e non all’eternità della materia che i fisici dicono limitarsi a cambiare forma. Ad ogni modo, anche solo per la rarità dell’evento, e in forma di eccezione, annoto l’ultima decisione che ho preso, una sciocchezza ma pur sempre decisiva, nata all’alba di questo secondo anno di EsageratOre: non pubblicherò mai nulla nei giorni in cui ho già messo qualcosa l’anno scorso e così per gli anni a venire, finché non avrò raccolto un anno completo di prose, un’esagerazione per ogni giorno dell’anno. Allora chiuderò il blog. Roba grossa, lo so. Ma un blog a tempo determinato, un blog precario in fondo è quanto di più aderente alla qualità esistenziale della generazione a cui appartengo. E poi la prospettiva di una fine, di una conclusione, di una chiusura, dà certo più senso e valore alla piccola vita di qualunque cosa, al suo tempo e persino all’indecisione che attenta ai suoi giorni.

Lunedì

Oggi è lunedì e, come poche volte riesco a pensare, si può anche amare il lunedì. Perché a differenza degli altri giorni è lui che inizia le cose al posto tuo, come un genitore che si alza prima per farti la colazione mentre tu ancora valuti i sogni della notte sfumata. Il lunedì mattina non devi pensare tu a cominciare qualcosa, devi solo assecondare l’alba di una settimana nuova. Al lavoro puoi anche farti trovare assonnato, coi grilli della domenica ancora in testa: gli altri, tutti, saranno comprensivi perché anche loro avranno lo stesso torpore e, anzi, da questo retaggio comune sarete più uniti degli altri giorni, come viaggiatori che hanno appena passato la stessa cruna al confine di una terra, prima di perdersi ognuno in zone diverse. Gli altri giorni tocca a te cominciare le cose, confermare un impegno, continuare l’opera e camminare sulle tue gambe, basarti sulla tua sola forza di volontà. Il lunedì invece è questa volontà altra che ti prescinde, ti compensa, ti avvia, ti incoraggia.

L’esageratOre

Volendo esagerare è passato un anno. Un anno fa ho aperto questo diario dandogli titolo e licenza di esagerazione, per invitare il lettore a guardare oltre il modo inconsueto o la consapevole parzialità con cui posso esprimermi e indirizzarlo al punto che c’è sempre dietro, sia esso il tema proposto o solo l’arrangiamento del verbo che lo compone o, come sogno sempre, l’intreccio compiuto fra i due elementi. Esagerare è un tratto tipico dei meridionali, dicono; nel mio caso, una dichiarazione di appartenenza. Pensando poi che è già passato un anno dal capoverso iniziale, capisco che il primo esageratore – perciò, meridionale anche lui – l’esageratore per eccellenza, sì, è il tempo, che produce mutamenti anche in realtà stimate immobili, cura ferite che nessun medico può, macina lustri che paiono giorni, veste di secoli pochi mesi cruciali, esiste però non c’è mai – sempre lontano, dietro le spalle o già oltre il colle. Ma il tempo, come si è detto, è figlio del Sud, è mio fratello e per questo, dalla sua eterna distanza, mi scrive ogni giorno una cartolina dicendo che gli manco da morire, che non può stare senza me, che non possiamo incontrarci a metà strada e se non mi raggiungi, ieri o domani, mi tolgo di mezzo, non rispondo di me. Il solito esagerato.

Credimi

Esiste uno spiazzo cinto di alberi dove a settembre la luce del secondo pomeriggio riposa gli occhi e li invita anzi a guardare finalmente davvero in faccia la realtà, perché non più nascosta dietro l’accecante mezzogiorno o già sfumata nei contorni scuri del vespro. In questo adesso, che scrivendolo due volte è già passato, la linea intera dello sguardo taglia come lama calda ogni sfumatura dell’iride e rende presente e più viva l’immagine nata da tutti i suoni lontani che giungono qui, superando gli ultimi canti dei passeri e i saluti delle cicale tra le frasche. E a cosa somiglia la realtà vista per dritto, unicamente qui e in questo preciso istante del giorno di questo esatto mese dell’anno? Somiglia al calore di una voce che ti corrisponde, a una consonanza d’amore. Credimi, se dico che nessuno vorrebbe andarsene mai.

Tuoni

Stanotte si è scatenato l’inferno, sembrava dovesse cadere giù la montagna, tanto grave e insistente era il boato continuo dei tuoni contro la parete di roccia che abbiamo sulla casa. Da quando è realmente accaduto lo scorso inverno, poi, il distacco dei massi è un pensiero ancor più inquietante. Ma la montagna non è scesa e ora sembra quasi strano aprire la finestra e trovare tutto come ieri: la villa intatta, il cielo sopra gli alberi, il mare davanti alla costa e io dietro questi occhi. Di nuovo ho solo pensato che l’umore con cui ti svegli la mattina dipende dalla vita che fai, mentre quello con cui vai a letto la sera dipende dalla giornata che hai avuto. E la mia vita rimbalza tuoni incessanti. Oggi è domenica e fra poco andrò a curare il giardino: finché avrò un giardino, ho pensato. Fra qualche giorno infatti, come ogni fine estate, partirò: finché vivrò fuori, si può aggiungere. La summa è allora che, per riavere un azzurro che non ci sembri strano sulla testa, bisogna dare valore al tempo e non considerarlo più come un balocco infinito, attivarsi per allungare tutti i finché positivi, dando invece compimento a quelli negativi che ci stanno ancora davanti a fine giornata. E abbiamo tempo, almeno fino al prossimo inverno, quando la montagna potrebbe decidere di scendere un’altra volta.

L’albero del nonno

[…] Ma la sua passione piú viva erano le piante. Una volta andò via da una casa per non veder morire un albero che era cresciuto, non si sa come, in mezzo al cortile.
Quel povero albero – io lo ricordo – s’era levato sul magro stelo cinereo con evidente sforzo e rizzando i rami come a supplicare, desideroso di vedere il sole e l’aria libera, angosciato dalla paura di non avere in sé tanto rigoglio da arrivare oltre i tetti delle case che lo circondavano. Ma, finalmente, c’era arrivato! E come brillavano felici le frondi della cima e quanta invidia destavano in quelle che stavano giú senz’aria, senza sole! Anche nella morte, nello staccarsi dai rami, in autunno, le foglie di lassú avevano una lieta sorte: volavano via col vento, in alto, cadevano su i tetti, vedevano il cielo ancora; mentre le povere foglie basse morivano nel fango della via, calpestate.
In tutte le stagioni, all’ora del tramonto, quell’albero si popolava d’una miriade di passeri, che pareva vi si dessero convegno da tutti i tetti della città. Quei rami allora palpitavano piú d’ali che di foglie; pareva che ogni foglia avesse voce; che tutto l’albero cantasse, fremebondo. Continua a leggere “L’albero del nonno”

Enza

C’era questa povera donna, Enza, Enza D’affetto, amava moltissimo spedire e ricevere lettere, si può dire vivesse solo per quello, ma in trentacinque anni ancora nessuno le aveva risposto mai, nemmeno due righe su una cartolina o un telegramma. Aveva scritto al mondo intero: parenti vicini e lontani, amici vecchi e nuovi, bei ragazzi di cui si innamorava e altri che sapeva amanti di grafia a mano e corrispondenze, colleghi di lavoro, vicini di casa e sconosciuti presi a caso da ogni tipo di elenco. Immune a ogni genere di lusinga, il mondo intero continuava a tacere perché non voleva ammettere la sua grave mancanza, dovendo iniziare qualsiasi risposta con le parole Cara Enza D’affetto. Enza lo sapeva bene ormai, non si illudeva, e sapeva pure che per riuscire a parlare col mondo le bastava cambiare nome: che sarà mai, un paio di pratiche, mezzora di coda all’anagrafe e avrebbe ricevuto dal mondo intero tutto quello che lei gli aveva già corrisposto. Il dramma di Enza però, di questa povera donna, stava nel fatto che se c’era una cosa, una sola a cui teneva più della corrispondenza, quella cosa era il suo nome, e non perché fosse proprio quello, ma perché quello le avevano dato alla nascita. E lei non poteva essere un’altra da quella che era, no: il mondo allora avrebbe risposto a un’altra, non più a lei per come si era firmata mille volte con tanta speranza. Il primo che mi risponderà, continuava a dirsi, diventerà mio marito e allora sì che avrò un nome diverso. Un giorno partì per chissà dove, in cerca di nuove persone a cui scrivere, e dopo alcuni anni ci giunse voce che Enza non c’era più, che era morta. Nessuno di quelli che erano con lei conosceva nessuno di queste parti, per avvisare direttamente della sua scomparsa, così oggi non sappiamo che vita conducesse ormai, se fosse riuscita a sposarsi o meno, quindi nemmeno se sia morta “naturalmente” o si sia invece tolta la vita per lenire il dolore di tanto silenzio. Sappiamo solo che Enza se n’è andata col sorriso sulle labbra e ogni giorno, ci chiediamo, con quale nome.