Il mio impero

Le mie viscere materne si torcono per il tuo male. L’utero che porto da uomo, per tutto ciò che in me è propenso alla vita, mi ha dettato una separazione: tu non sei il male che ti ha chiuso l’ingresso con una pietra. Una cosa sei tu, un’altra è lui. L’ho visto con occhi limpidi. Ora so di potermi infuocare contro il male che ti benda mentre il nostro distacco mi trapassa il cuore. La mia furia contro di lui sarà per te un sussurro di conchiglia, richiamo alla riva dei viventi. Perché tu e lui siete separati. Su questa divisione ho fondato il mio impero: tu di nuovo con me, stretti abbracciati; lui nell’irrecuperabile abisso che fischia ai piedi della Geenna.

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Chiaro

Quando per la buca di un sasso, seguendo il ruscello che l’ha roso col suo corso, scendi dall’ultimo girone al chiaro mondo, la gravità si capovolge e trovi che la discesa era l’unica uscita possibile al cielo di un nuovo ringraziamento. Il fuoco prima battente le viscere della terra ora è lontano, fisso alla volta notturna, stella tra le mille a cui appuntare gli occhi umidi in compagnia di un amico. Un invito. Nel buio aperto della campagna il tempo si fa cura inespugnabile, benedizione di una terra ancora fertile. Il desco attira le volpi fuori dal mantello nero: non parlano ma girano pazze tra gli alberi per il calore del nostro cibo. Vogliono il pane dei nostri sorrisi, il vino dei racconti, il dolce dei silenzi. Dopo un sonno di lucciole sopra il cuscino è l’alba, la sveglia del fresco e il suono argentino delle greggi al ritorno. Più tardi verrà un altro amico – passa sempre, ma sta poco. E saranno altri doni, mani intrecciate, luce di nylon al pizzico della corda.

Il prossimo

Oggi a messa c’era il cunto sull’amore per il prossimo e io ho finalmente capito di cosa parla. I più l’hanno sempre definita parabola del buon samaritano, monito sull’ipocrisia religiosa corredato dal precetto sulle buone azioni verso gli altri. Altro che samaritano, invece. Il protagonista di questo meraviglioso racconto è la persona soccorsa, la parabola è dedicata a lui ed è una storia emblematica sul ringraziamento: muove dalla definizione del prossimo come uno che ha compassione di lui e invita ad amarlo, ringraziarlo anche se appartiene a una categoria “immeritevole”. Ciò significa, per converso, che in genere facciamo discriminazioni persino nel ringraziare, che abbiamo difficoltà a esercitare cioè una delle massime forme dell’amore: non dare per scontata la vicinanza dell’altro. L’invito finale di Yeshua a fare anche noi lo stesso non è dunque riferito alla buona azione verso chi è in difficoltà, ma al ringraziamento verso chi ha patito con noi e ci ha aiutato. Non è un cunto sull’essere buoni con chiunque, ma sul non essere razzisti (almeno) nella gratitudine. Aprire gli occhi sulla cura disinteressata e per niente dovuta, ovvero sulla grazia, che pure ci viene mossa continuamente.

La ditta dentro

La fragilità è una ditta che ti rifà la casa mutandola in una sola sala d’attesa. Non ci sono medici dietro le porte, si aspetta solo che arrivi notte. Allora, infine sull’attenti, un sussurro batte ai denti: baciami che muoio. Viene il bacio sull’acqua mossa della faccia e apre gli occhi al buio della sala. Così lo vedi, è fragile anche tutto a terra, il pavimento dell’attesa è molle, com’è giusta la zolla dei campi che ci affondi i semi dentro. Semi di verdure e di ortaggi, di belle piante e alberi da frutto, semi che chiamano l’altra metà di ogni cosa all’intero della carne. E all’intero della casa, che un giorno si ridà così a stanze di nuovo tutte diverse. Una per mangiare, una per giocare, una per l’amore che non aveva fine.

Come stai?

Meglio, sto meglio. Be’, al meglio non c’è mai fine, dirai. E infatti io sto così: sto senza fine. Come una melodia che, se la canto nudo, faccio acqua sotto l’acqua. Sto come le tue mani grandi e senza fine. Sto che non smetto meraviglia quando abbiamo uno scambio. Perciò fai pure finta che esagero, ma lasciati dire all’orecchio: ti voglio bene. Facciamo che il bene sta al volere e che il meglio si addice allo stare. Se dico voglio partire, chiediti sempre a quale bene è rivolta la partenza; se dico sto al mare, chiediti quale miglioria il mare esaudisce. Fra poco sarà la mia scomparsa nel triangolo dell’isola che c’è, inghiottito al mondo esterno come la parola ceduta alla bocca degli altri da una bambina, ammutolita, a una frazione di secondo dalla possibilità di tornare. Una che ora sta meglio. Una che pure lei sta senza fine. Tornerà ciascuno come un filo d’erba, per un seme nuovo, alla casa del sole.

Si chiameranno padri

Tutti i politici dovranno essere genitori di almeno un bambino compreso tra zero e dieci anni. Finito questo periodo abbandoneranno il settore, se non per meriti riconosciuti di onorabilità nel servizio pubblico svolto. E la politica sarà improntata veramente al futuro e alla pace. Nelle aule dei palazzi si parlerà anche di notti in bianco per la fame o gli incubi dei piccoli, di sistema scolastico e importanza degli insegnanti, di comunità nuove che imparano a conoscersi, di rispetto per l’autorità e senso del dovere, di saggi di fine anno e tenerezza, di gite scolastiche e cura dell’ambiente, di pericolosità delle armi e di ogni forma di bullismo, di eredità continuamente aggiornata all’insegna del bene. Sarà così finalmente trasformata l’Italia – e il mondo intero, su questo modello – in una Terra dei figli. Si chiameranno dunque padri e madri, all’occorrenza, non più politici, questi operatori di giustizia e nuovi educatori della casa comune, com’è sempre stato il nome dei più alti fra i politici nella storia: padri fondatori, padri costituenti, padri nobili. È il sogno che ho fatto stamattina, dopo essermi svegliato.