Civiltà

In alcune civiltà io sono già morto. In alcune civiltà africane, dove la vita media piomba rispetto ai parametri di questa latitudine, io sono già morto: a cento metri dall’ombra più vicina, in cerca d’acqua o sbranato da una leonessa. In alcune civiltà del medio oriente, dove nasci e muori nel giro anche solo di tredici anni con lo stesso mitra in spalla, io sono morto di sicuro: è stata già una fortuna arrivare, zoppo o mutilato da una mina, a vedermi spuntare i primi peli sul viso. E nella civiltà pure a questa altezza dall’equatore, risalendo all’unità di Italia (sentivo oggi alla radio), io sono già morto: nel 1861 si viveva fino ai trentadue o trentaquattro, così sono morto già da due anni, per un virus contratto dagli animali nei campi. Io, rispetto a molte vite medie, sono già morto. Non morto alla vita media, per dire che mi sono elevato al grado di eroe o di rock-star, no: solo morto e sotterrato, coperto di rami, coperto di sassi, coperto di terra, coi vermi accasati nelle orbite. A volte, capita di sentirsi parte di altre civiltà più che di questa, e stupirsi di recitare l’eterno riposo a mente, ciascuno usando il proprio nome. Oggi, non vedo quale occasione migliore di questa: civiltà e vita ancora sinonimi.

Maia

Ieri si parlava di viaggi, così abbiamo studiato il paramondo per capire dove andare e partire subito, stanchi di rimastare qui come su obbligo di tradizione, s’è sempre fatto e si fa così. Trovata l’isola più distante da tutte le terre emerse, nel Pacifico, abbiamo messo allora la nostra canzone applausando a ritmo di gioia. E questa tosa era bella come una bimba di nome Maia. Io avevo il costume, tu eri tutta duna e ci tuffavamo.

Voce

Canta in me sempre e a volte ancora sento la voce bambina che muta col tempo e non solo è diversa dall’angelo acuto che ci accorda l’infanzia, ma è cambiata dai diciotto ai venticinque e da quelli a questi miei di oltre dieci maggiori. Anni. E in questi momenti sfiora la pelle tipo menta liquida a richiamare il fresco e il sapore acerbo che non ho perso, aspro dell’amore che fa un male d’immaginazione sovrana rispetto al vero che istruisce limiti di mani – un vero anche da scardinare con quell’amore, se pure a costo di ucciderlo via. Canta in me e somiglia a un languore purpureo tiranno che dall’oasi mi grazia di non avere più sete un istante, ma nel cuore un battito giunto dalla catastrofe remota che ha messo al mondo l’universo, al tempo il divenire, alla musica la mia voce e i suoi timbri cangianti, le altezze raggiunte, i profondi maturati, i colori dei suoi tessuti aerei in chiave di ventre e bemolle, vigilia, di si.

Vigilia

[domani mi sono laureato dieci anni fa, con il professore Gianfranco Marrone e una tesi sulla struttura del tempo (narrativo) in Borges; qualcuno ogni tanto dal mondo visita ancora quelle pagine forse acerbe ma sature di giardini potenziali sul sito di Academia; oggi mi proverò il vestito dentro al quale non sapevo ancora cosa mi aspettava e sarà come intendere la differenza tra tempo e divenire, illusione e materia; incontrare il me stesso di dieci anni fa su una panchina davanti a un fiume; farsi sbranare da una tigre, pur essendo io la tigre; divorare da un fuoco, pur essendo io il fuoco e il nome che porto] Poche sono le domande che non ho mai smesso di farmi, il dubbio frequente di vivere una costante vigilia, la tenerezza che ognuno da solo può farsi. E ringraziare.

La villa e i falò

Qui in villa non abbiamo colture, ma cipressi oleandri e fogliami caduti a terra d’altra parentela bruciano al vespro, imitando le stoppie arse nei falò sotto la luna aperta dei campi, dove è semplice favolare che qualcuno abbia mondato le cose secche e rimorte con la falce diafana a cui ora muovono odori antichi e per la finestra, a rompere ogni vena di fiume in corpo, se ripenso alla vastità usata da Cesare per immaginarsi felice, al cuore che lo ingannava sull’ipotesi di poterla raggiungere davvero, la luna brunita dai falò sul basso continuo degli animali pastori che abbaiano all’uomo contro ogni visione e gli dicono, Tu sei come una terra – Tu tremi nell’estate.

In ogni momento

Guarda cosa ti combino è il buon riassunto di una maniera che sento mia. Maniera verso se stessi e gli altri. Maniera ulisside, se pensiamo all’idea di sorpresa: quella vissuta grazie alla propria curiosità, e quella generata grazie al proprio genio. Guarda cosa ti combino è indice di corrente ancora in transito fra la veglia e l’imprevisto. E può, una volta tanto, fare da lasciapassare a questa fiducia immotivata: sommerga ogni pudore di non sembrare umile e ogni sguardo ricevuto come un traditore, al modo che l’infaticabile battigia ricopre a notte le conchiglie rotonde. Cosa me lo fa dire? Abitassi davanti al mare, anche tu potresti favolare di tuffarti e diventare pesce in ogni momento – e come pesce, difficile da bloccare.

Mutande

Qualche anno fa a Palermo un negozio della catena Calzedonia ha sostituito la libreria Flaccovio, nella storica via Ruggero Settimo, teatro di incontri fra alcuni dei massimi genî siciliani del secondo Novecento, da Sciascia a Guttuso. Oggi leggo che, nella stessa via, il megastore Mondadori sarà rimpiazzato da Oviesse. Sarà una novità meno grave per i sostenitori delle librerie indipendenti contro i monopolisti. Però, ho pensato lo stesso con inedito astio di categoria: non resta che aprire una casa editrice e chiamarla Oviesse! O forse, il segreto è mutare tutte le librerie del centro in librerie per stranieri – pochi anni e saranno loro il grosso dei palermitani. Più libri stranieri, sì, e daremo filo da torcere a mutande calze e magliette, patatine gelati e panini. Impareremo l’inglese e lo parleremo a tavola. La domenica ci vestiremo in modi bizzarri e vagheremo per il Cassaro col naso all’insù e un’aria sorniona. Allo Zen decapiteranno la statua di Falcone ma noi, ben lontani, con le Canon metallizzate scatteremo foto anche alle strade che da picciriddi facevamo tenendo la mano di nostra madre. Fingendo che sia tutto nuovo e bello, benché non più nostro. E passando davanti a una vetrina, ci guarderemo con la coda dell’occhio, contrastando ogni volta la tentazione di attingere all’italiano o, nei casi più colti, al dialetto isolano per dirci con aria disponibile: bei pantaloncini, sei già stato a vedere lo Spasimo? Avant’ieri, D&G si accattarono piazza Pretoria per una sfilata inorgogliendo i cittadini; domani, un noto cantante suonerà aggratis per un festivalino sotto casa mia. Ma che lugubre rassegnazione e inavvertita ammissione di resa sento nei miei cari che vivono qui e dicono, convinti, meglio se il centro brulica di turisti, restassero loro senza più palermitani: ora le strade sono più pulite, vivibili, ci passi la sera senza più scanto dei tagliagole. Palermo, non so se augurarti di fare al meglio la buttana, o chiederti di restarmi vicina, riconoscerci e vivere solo del nostro amore.