Tutti gli occhi che ho aperto

sono limpida oggi, come un vetro mai rigato dalla pioggia. Ho dimenticato cosa ho dimenticato. Guardo soltanto. Gli stormi passano. Attraverso la luce si raccoglie il tepore nel bosco sulla collina, nel mio corpo finalmente disteso – ho creduto al cielo. Alla linea spezzata dell’orizzonte. Come una sagoma semplice, una possibile forma di vita.

[Ecco l’ultimo testo della raccolta. Cammino da tempo nella scrittura di Franca Mancinelli, poeta aperta a frequenze vicine anche al mio orecchio, per la luce da cui a volte siamo parlati. Il suo ultimo libro, Tutti gli occhi che ho aperto, è stato già contato da più voci del mondo critico e non solo italiano, oltre a quella di Fabio Pusterla che le ha dato le Ali di Marcos y Marcos, lo scorso autunno. Sorvolando perciò ogni intento sistematico, estendo con partecipato disordine solo un altro invito alla lettura delle sue opere. Invito che inizia con il bianco, il viaggio, la voce prestata, l’epifania del vivente nella natura, l’invisibile come testo a fronte, l’idrogeologia franata di una terra interiore, il corpo in continua torsione liminare, fino al foglio cartilagine: sono solo alcuni tra i luoghi prediletti di Franca, che scrive iniziando sempre con la minuscola. Minuscola come il dorso anfibio di un dialogo col mondo che inizia e finisce oltre la pagina, di cui il testo è un’emersione parziale, traccia, residuo linguistico di una realtà più viva e grande di quella restituibile dalla pur volenterosa mimesi della parola inerte, compiuta; residuo che ha il valore contrario a quello dello scarto, però, e assume i tratti multipli dell’indispensabile. I frammenti posti nelle varie sequenze del libro hanno la densità del bagaglio essenziale, da mettere nello zaino prima dell’incessante migrare cui siamo destinati oggi, nell’alto mare discorsivo. Tutti gli occhi che ho aperto ha così l’andamento frastagliato di un’interferenza a rovescio, fatta di brevi chiari del bosco, piccoli nitori nel groviglio dell’accadere, vie di accesso a più di “un incavo del tempo” come – a volte cupo, a volte luminoso – è il silenzio tra le note, che per Debussy coincide con la definizione stessa della musica. Lo spartito che Franca ci ha restituito stavolta, sincope di prose lineari e versi poetici, ha una struttura circolare con una fine e un inizio che si ripetono.]

quello che posso lo scaldo al fuoco. Abbiamo trovato una pentola di buona fattura. Chi ha bivaccato qui, ora è già forse in Germania. Questione di tempo, di soldi e di fortuna. I soldi li ha presi la nostra guida. Beve energetici da una lattina nera. Ha il sapore di sciroppo per il mio bambino.

[Ecco il primo testo della raccolta, in perfetta consonanza con l’ultimo, perché nato dalla stessa esperienza: un percorso a ritroso compiuto da Franca nel tratto croato della “rotta balcanica” dal confine sloveno a quello serbo. La sua voce qui è prestata a una figura di donna che ha davvero passato quell’inferno, e il prestito poggia sulla grande capacità di apertura di questa poeta all’altro da sé, non solo umano, ma vivente in ogni forma. Di apertura in apertura, si doppia così la fine del libro tornando al suo inizio e alle 8 sezioni di cui è composto, numero che raffigura l’infinito. Eppure, ieri per la prima volta mi sono fermato sulla soglia di questo infinito, quasi trovandone un’uscita segreta, verso l’alto. Malgrado l’opera provi a eludere il concetto stesso di entrata e uscita dalle sue pagine, nel suo movimento di rigenerazione circolare, mi è parso per un attimo di riuscire a staccarmi e guardarla dall’alto. Dopo le note si trova infatti l’indice del libro.]

ogni giorno per il taglio utile
fanno un rumore secco
quando tornerai a vedere
ho visto gli occhi degli alberi
ramifico secondo la luce
era inerte l’aria
non è stato intagliato
ho iniziato a curvarmi
dai rami della specie
da qui partivano vie
entro nella pioggia come in un bosco.

[Ecco l’indice della sequenza Alberi maestri. Le poesie di Franca non hanno titolo, così l’indice si compone di tutti i primi versi. Leggere qui l’indice della raccolta è l’ultima forma di invito che estendo a tutti i lettori ancora fuori dalla poesia di Franca. È un modo per familiarizzare, se non altro, con il lessico: galassia di porte aperte sull’opera. L’orientamento in colonna sembra però suggerire altro, se non la possibilità, quantomeno l’invito al collaudo di una “super-poesia” sfuggita allo stesso controllo dell’autrice. È un’ipotesi gratuita, ludica e irriverente, ma la sua eventuale accoglienza non toglierebbe nulla al valore della poeta, anzi, forse ne rafforzerebbe solo il carattere di ospite prescelta dalla poesia per manifestarsi. Proviamo a leggere i titoli di altri testi come parti di uno stesso componimento che apre a connessioni imprevedibili. Sentite.]

dove lo scorrere di un fiume si interrompe
corro. E sto fermo all’incrocio
con la forza del niente
– stanno ancora tessendo
l’allarme non scatta, ma è un furto
la calpesti ogni giorno
è accaduto, resta: nel cupo
al centro il mistero, lo stame
nel chiarore d’inizio
lungo la rete di sangue asfaltato
ritorno, ascolto l’aria. E poi salto
punto gli occhi e si compie
negli occhi chiusi una sorgente
l’infinito dei morti

il morto si può fare: braccia aperte
è il giorno, il vento
tutti nella stiva premendo
alla deriva, nel moto continuo.

[Ecco l’indice della sequenza Luminescenze. Il rigo bianco è un’intera pagina bianca nel libro, dov’è disegnata una spirale come la sezione di un tronco, mutilazione necessaria all’apertura di altri occhi. È solo una proposta, continuo a guardare con sospetto la possibilità di leggere l’opera dall’alto, per così dire, sfruttando l’indice come chiave di accesso al mondo della poeta, saggio della sua coesione e coerenza interna. Il sospetto però non è come rivolto a qualcosa a cui non si crede fino in fondo. È come l’attesa di afferrare bene una voce, sulla cui esistenza non c’è alcun dubbio. La voce in continua rigenerazione da cui è parlata Franca, che nella cartilagine di pagina 29 dice:]

ramifico secondo la luce
alberi maestri
a spalancarmi il petto
con la forza che viene da un seme.

Fuggire via nudi

Oggi abbiamo letto la passione secondo Marco, testo tanto lungo da non lasciar spazio all’abituale omelia: prima benedizione. Un testo tanto denso da offrire mille appigli per riflessioni di ogni genere: seconda benedizione. Il totale mi ha commosso come sempre, ma è un dettaglio ad avermi rapito. Spesso non si fa caso ai dettagli nei vangeli, piccole descrizioni tra eventi enormi e ben più memorabili. Io invece mi ci rompo la testa perché è roba pur presente e degna di stare lì, secondo la volontà del narratore (volendo riassumere in un solo nome un’intera tradizione orale, quindi teoricamente ancor più severa di quanto può esserlo un singolo individuo, rispetto a cosa tramandare e cosa no). Il dettaglio di oggi, il particolare che un’intera tradizione ha voluto salvare, si trova alla fine dell’arresto di Gesù, nel Getsemani. Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono. Lo seguiva però un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo, e lo afferrarono. Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo.

Questa figura misteriosa si distingue dagli altri fuggiaschi per due elementi: per un attimo viene afferrato; poi fugge nudo. Quale decisione poetica c’è dietro questi due elementi? La mancanza di studi teologici lascia la fantasia tutta spalancata sulle spiegazioni possibili. Cosa significa essere afferrati, anche solo per un attimo? Cosa significa fuggire via nudi? E c’è un legame tra le due cose? La nudità è forse l’unica condizione possibile di fuga dopo essere stati afferrati? E insieme, a ritroso: perché questo ragazzo si trovava lì? Perché era avvolto solo da un lenzuolo? Sui precedenti che lo condussero lì in quelle condizioni non posso dire granché, senza il giusto tempo e i dovuti riferimenti. Qualcosa però si può dire sull’episodio in sé. Il ragazzo viene afferrato perché resta un attimo più di tutti accanto al Gesù ormai fallito; più dei seguaci strettissimi, più di quanto saprebbe fare oggi chiunque. La Storia così gli mette addosso gli artigli, come stava facendo col rabbì tradito. Il peso è insostenibile e, per fuggire, il ragazzo deve abbandonare il lenzuolo che lo copriva. La sindone di questo morto ambulante che si era attardato al fianco di Gesù è tolta allora, come simbolo di una resurrezione che lo riporta allo stato di purezza adamitica? Oppure, al contrario, l’insostenibile vicinanza al Gesù fallito gli ha fatto perdere l’elemento candido, aprendolo alla fuga adulta come dopo il genesiaco assaggio dall’albero della conoscenza?

Se la prima interpretazione sminuisce il valore della fuga, che invece conta moltissimo perché assimila infine il ragazzo a tutti gli altri, il secondo tentativo restituisce senso a entrambi gli aspetti: la fuga e la nudità. Fuga, dunque, come reazione all’insostenibile conoscenza della vera identità di Gesù che comprendeva la cruna di un fallimento. D’altra parte, non si può dire che gli apostoli fuggiti non conoscessero l’identità di Gesù. Il fatto è che non se ne rendevano conto, come poi faranno dopo la resurrezione. Questo ragazzo invece si è reso conto davvero di chi è Gesù, nel momento più difficile: questa è la differenza tra lui e gli altri fuggiaschi ancora vestiti. Se questo è vero, il simbolo della nudità può comprendere entrambe le interpretazioni delineate prima: dopo aver capito il passaggio obbligato di Cristo per la cruna, restare dentro la Storia è insostenibile per questo ragazzo, che però resuscita davanti alla scoperta della vera cifra di Gesù.

Eccolo allora il nostro che, quasi personificando in modo liberatorio il desiderio di Gesù sull’allontanamento del calice, prefigura un Adamo che rinasce e fa il percorso inverso al primo uomo: la vera conoscenza, prima che si compia la resurrezione, lo caccia fuori dalla Storia e lo fa tornare così com’era uscito, di corsa, nell’altro giardino dove si sta nudi e non ci sono soltanto ulivi. Continui pure la Storia il suo corso, deviato per sempre da un apparente fallito, eterno fuorilegge dello spirito davanti a ogni dottrina.

A cosa serve l’amore

Gravidi invero, o Socrate, sono tutti gli uomini, e nel corpo e nell’anima, e quando sono giunti a una certa età, la nostra natura brama di partorire. Ma nel brutto non può partorire, nel bello invece sì […]. Perciò, ogni volta che un essere gravido si avvicina a ciò che è bello, si dispone alla benevolenza, e rallegrandosi si diffonde e partorisce e procrea; quando invece si avvicina a ciò che è brutto, allora, incupito e rattristato, si contrae, cerca di scostarsi, si rinchiude e non procrea, e piuttosto, trattenendo in sé la creatura concepita, la sopporta penosamente. Onde sorge appunto, in un essere gravido e ormai turgido di latte, la violenta emozione a riguardo di ciò che è bello, poiché questo libera chi lo possiede da grandi doglie. L’amore infatti, o Socrate, non ha come fine ciò che è bello, come invece tu credi.
– Ma che cosa allora?
– La procreazione e il dare alla luce in ciò che è bello.

Platone, Simposio

E vivete!

Era di Sabato, quando Gesù fece questo, e con lui c’erano moltissimi ragazzi. Ma uno dei Giudei, avendo visto quello che faceva, disse a Giuseppe: “Giuseppe, non vedi che il bambino Gesù fa di Sabato quello che non gli è permesso fare? Infatti ha fabbricato col fango dodici passeri”. Udito ciò, Giuseppe lo redarguì, dicendo: “Perché fai di Sabato queste cose, che non ci è permesso fare?” Allora Gesù, ascoltando Giuseppe, batté insieme le mani e disse ai suoi passeri: “Volate!” E quelli al comando della sua voce presero a volare. Poi, mentre tutti erano lì presenti, e vedevano e udivano, disse ancora agli uccelli: “Andate, volate sulla terra e su tutto l’universo e vivete!”

Dai Vangeli apocrifi dell’infanzia, Pseudo Matteo, XXVII.

Il prossimo

Oggi a messa c’era il cunto sull’amore per il prossimo e io ho finalmente capito di cosa parla. I più l’hanno sempre definita parabola del buon samaritano, monito sull’ipocrisia religiosa corredato dal precetto sulle buone azioni verso gli altri. Altro che samaritano, invece. Il protagonista di questo meraviglioso racconto è la persona soccorsa, la parabola è dedicata a lui ed è una storia emblematica sul ringraziamento: muove dalla definizione del prossimo come uno che ha compassione di lui e invita ad amarlo, ringraziarlo anche se appartiene a una categoria “immeritevole”. Ciò significa, per converso, che in genere facciamo discriminazioni persino nel ringraziare, che abbiamo difficoltà a esercitare cioè una delle massime forme dell’amore: non dare per scontata la vicinanza dell’altro. L’invito finale di Yeshua a fare anche noi lo stesso non è dunque riferito alla buona azione verso chi è in difficoltà, ma al ringraziamento verso chi ha patito con noi e ci ha aiutato. Non è un cunto sull’essere buoni con chiunque, ma sul non essere razzisti (almeno) nella gratitudine. Aprire gli occhi sulla cura disinteressata e per niente dovuta, ovvero sulla grazia, che pure ci viene mossa continuamente.

Mancare

Mi mancheranno, dice dei ragazzi l’insegnante alla fine dell’anno; mi manchi, dice lui a lei che è già partita per tre mesi di lavoro; mi manca, dice il nipote pensando alle mani di sua nonna; mi mancano, si dice all’amico dei pomeriggi consumati a giocare nel cortile; mi mancava, dice chi torna dopo un anno intero al rifugio estivo di una villa al mare; mi manco, dice il poeta pensando a tutto ciò che non sarà mai; ci mancava, dice chi nota solo ora un vuoto colmato da una gioia collettiva. Dal latino «màncus», debole, monco, imperfetto; non essere a sufficienza, far difetto e anche venir meno, spiega il dizionario, e aggiunge: restar di fare. Generoso l’esempio finale, mancar poco: non esser lungi, esser vicino. Quasi arrivare, quasi cantare, ecco.

Libretto di transito

Misurate le parole di Franca Mancinelli, continua la loro poesia a risuonare in noi come nel bianco prevalente di ogni pagina. E sembra di continuare a leggere qualcosa per la prima volta: il mondo, lo spazio che abbiamo davanti, il segreto vissuto nei gesti piccoli del tempo. Ogni testo del suo Libretto di transito (Amos Edizioni, 2018) è un trampolino orientato sul miracolo di farci autori dei canti sulle faglie che ci abitano. Crepe da cui soffia il vento nei tentativi di un abbraccio, spiragli che ospitano il transito della luce in entrata o in uscita, verso il buio del non detto o l’aperto della meraviglia. Scrivo questa nota in piena libertà e in gran disordine, come chi esce di casa coi capelli ancora bagnati e le scarpe slacciate per la gioia di andare incontro a un amico. In questo momento, nemmeno ho il testo davanti. Ma ritorna la luce che ieri a villa Borghese accendeva le pagine nell’unica tregua che ha commosso un’intera domenica di pioggia. Libretto di transito è una raccolta di testi in prosa, piena di grate allusioni a elementi e ritmi della natura, abissi tra un punto fermo e l’altro delle pur brevi composizioni; è un ambiente dove ricorre in più varianti il movimento del cadere, un’attrazione lenta verso il basso, precipizio incontro al pastoso nero della terra, irruzione verticale di un ricordo fondativo; scrittura sorgiva, diramante su figure di tumulti, tremori; e rondini, mattine, argilla, pareti, fenditure come nascondigli di bambino, desiderio, foglie e ragnatele del bene; musica sospesa nella radura del petto. Franca Mancinelli, la sua pronuncia del mondo, corta densa e precisa, io la sto ancora cercando. Cerco il suo luogo, ammesso «che un nome possa avere luogo».

Atti

La cosa bella è che alla buona notizia non seguono altre parole, altre notizie, ma solo atti. E chiamare un libro Atti è la cosa più incredibile che possa venire in mente, indica già un’uscita dal libro, la fine dello studio e l’inizio del gioco imprevedibile. Dalla parola all’azione. Fatta come? Con dolcezza e rispetto, dice Simone testadura nella sua prima lettera. Se la buona notizia è che siamo liberi, gli atti successivi saziano il bisogno di conoscersi, senza scandalo per la diversità altrui. Atti sublima una richiesta che ci viene da parte celeste: ribaltamento inedito della storia che in precedenza si era inventata l’empireo per chiedere al cielo favori e miracoli. Ormai è il cielo che ci chiede di amare con la grammatica degli atti. In amore vince chi fugge, dicono, e noi siamo tanto fuggiti da averlo fatto innamorare. Certo, un dio che fa la prima mossa e cerca l’uomo per primo perde fascino agli occhi di molti. Ma la vittoria dei fuggiaschi è gioia effimera, distratta. Meglio restare, meglio ricambiare. E dare un segno di presenza – nella notte disperata come i tuoi occhi di ieri mentre ti conoscevo, posso ancora stringerti contro il dolore che sbrana le viscere e il senso, lisa, irripetibile creatura.

L’artista minore

Ma ai nomi massimi si accompagnano, ad aiutarli, a incoraggiarli, a preannunciarli, o a costruire in purezza e a parte un loro mondo, maestri in qualche modo minori: minori per quella convenzione che dà, a chi è interprete di stati d’animo più semplici e miti e privi, per innocenza, di “distacco”, un posto più basso di chi è preda di divoranti ardori. [Nei quadri di Cima] il paese e l’uomo parlano con la familiarità di una circoscritta giornata di pace quotidiana. Il bene metafisico è tenuto un po’ in ombra, in ombra il senso di un trionfo: quella quotidianità è intessuta di mille “ruscelletti di salute”, di mille sobri fili; di quel bene lascia tralucere le forze attenuandone le prospettive immense. Tutto è qui, tutto si affratella a noi, è per noi. […] Questo “stare fianco a fianco” per una legge accettata istintivamente sarebbe dunque minore e diverso dal rapporto proposto dai massimi? Forse. Ma non è minore né diverso nella stessa misura in cui, pur rimanendo se stesso, prepara, integra, costituisce variazione. Abbiamo qui le figure e le terre che si ritrovano o più o meno negli altri grandi, ma qui la fantasia vagamente ariostesca che anima le linee dei colli e mobilita le minime vite dei personaggi di sfondo, s’acqueta nel tenace colloquio con una realtà amatissima e impellente alla quale il maestro rimaneva sempre ancorato, nel suo affetto nativo affinato talvolta dal vagheggiamento del ricordo. E i colori delle immagini “portanti” sono da cogliere come frutti. Questo mondo non ci intimidisce, ne sentiamo il respiro, ne sentiamo battere il calmo cuore.
L’armonia veneta si atteggia qui in un suo sogno di onesta fanciulla, sogna se stessa come agreste e soda vitalità, che non vuol nemmeno sapere di quali fatiche e rischi vinti sia testimonianza: e i castelli premono pingui di logge finestre e torri, le stradicciole e le mura gironzolano per balze a misura d’uomo, la chiesetta conversa col querciolo che le fa compagnia, i dirupi si sciolgono in serenate accessibilità, le piante sono quelle che ci donano ombra e che portano dovizia sulla nostra tavola; le donne i giovani i bambini i vecchi vengono dalla campagna di sempre: salute baldanza grazia dignità immediate. È quella di Cima, la variante in cui la realtà veneta appare come “distesa” in un mito benigno e terrestre, senza ieri né domani: da godere ora in questa rifrazione, che non è tutto, ma che, non tremando nemmeno di segrete proposte di superamento, non trema di nulla, è certezza di universale concordia, di un primato in nessun modo discutibile della vita, è pane offerto umilmente come se per diritto dovesse appunto essere “quotidiano”: forse il più difficile.

Andrea Zanzotto (da Un paese nella visione di Cima, 1962)