Libretto di transito

Misurate le parole di Franca Mancinelli, continua la loro poesia a risuonare in noi come nel bianco prevalente di ogni pagina. E sembra di continuare a leggere qualcosa per la prima volta: il mondo, lo spazio che abbiamo davanti, il segreto vissuto nei gesti piccoli del tempo. Ogni testo del suo Libretto di transito (Amos Edizioni, 2018) è un trampolino orientato sul miracolo di farci autori dei canti sulle faglie che ci abitano. Crepe da cui soffia il vento nei tentativi di un abbraccio, spiragli che ospitano il transito della luce in entrata o in uscita, verso il buio del non detto o l’aperto della meraviglia. Scrivo questa nota in piena libertà e in gran disordine, come chi esce di casa coi capelli ancora bagnati e le scarpe slacciate per la gioia di andare incontro a un amico. In questo momento, nemmeno ho il testo davanti. Ma ritorna la luce che ieri a villa Borghese accendeva le pagine nell’unica tregua che ha commosso un’intera domenica di pioggia. Libretto di transito è una raccolta di testi in prosa, piena di grate allusioni a elementi e ritmi della natura, abissi tra un punto fermo e l’altro delle pur brevi composizioni; è un ambiente dove ricorre in più varianti il movimento del cadere, un’attrazione lenta verso il basso, precipizio incontro al pastoso nero della terra, irruzione verticale di un ricordo fondativo; scrittura sorgiva, diramante su figure di tumulti, tremori; e rondini, mattine, argilla, pareti, fenditure come nascondigli di bambino, desiderio, foglie e ragnatele del bene; musica sospesa nella radura del petto. Franca Mancinelli, la sua pronuncia del mondo, corta densa e precisa, io la sto ancora cercando. Cerco il suo luogo, ammesso «che un nome possa avere luogo».

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Atti

La cosa bella è che alla buona notizia non seguono altre parole, altre notizie, ma solo atti. E chiamare un libro Atti è la cosa più incredibile che possa venire in mente, indica già un’uscita dal libro, la fine dello studio e l’inizio del gioco imprevedibile. Dalla parola all’azione. Fatta come? Con dolcezza e rispetto, dice Simone testadura nella sua prima lettera. Se la buona notizia è che siamo liberi, gli atti successivi saziano il bisogno di conoscersi, senza scandalo per la diversità altrui. Atti sublima una richiesta che ci viene da parte celeste: ribaltamento inedito della storia che in precedenza si era inventata l’empireo per chiedere al cielo favori e miracoli. Ormai è il cielo che ci chiede di amare con la grammatica degli atti. In amore vince chi fugge, dicono, e noi siamo tanto fuggiti da averlo fatto innamorare. Certo, un dio che fa la prima mossa e cerca l’uomo per primo perde fascino agli occhi di molti. Ma la vittoria dei fuggiaschi è gioia effimera, distratta. Meglio restare, meglio ricambiare. E dare un segno di presenza – nella notte disperata come i tuoi occhi di ieri mentre ti conoscevo, posso ancora stringerti contro il dolore che sbrana le viscere e il senso, lisa, irripetibile creatura.

L’artista minore

Ma ai nomi massimi si accompagnano, ad aiutarli, a incoraggiarli, a preannunciarli, o a costruire in purezza e a parte un loro mondo, maestri in qualche modo minori: minori per quella convenzione che dà, a chi è interprete di stati d’animo più semplici e miti e privi, per innocenza, di “distacco”, un posto più basso di chi è preda di divoranti ardori. [Nei quadri di Cima] il paese e l’uomo parlano con la familiarità di una circoscritta giornata di pace quotidiana. Il bene metafisico è tenuto un po’ in ombra, in ombra il senso di un trionfo: quella quotidianità è intessuta di mille “ruscelletti di salute”, di mille sobri fili; di quel bene lascia tralucere le forze attenuandone le prospettive immense. Tutto è qui, tutto si affratella a noi, è per noi. […] Questo “stare fianco a fianco” per una legge accettata istintivamente sarebbe dunque minore e diverso dal rapporto proposto dai massimi? Forse. Ma non è minore né diverso nella stessa misura in cui, pur rimanendo se stesso, prepara, integra, costituisce variazione. Abbiamo qui le figure e le terre che si ritrovano o più o meno negli altri grandi, ma qui la fantasia vagamente ariostesca che anima le linee dei colli e mobilita le minime vite dei personaggi di sfondo, s’acqueta nel tenace colloquio con una realtà amatissima e impellente alla quale il maestro rimaneva sempre ancorato, nel suo affetto nativo affinato talvolta dal vagheggiamento del ricordo. E i colori delle immagini “portanti” sono da cogliere come frutti. Questo mondo non ci intimidisce, ne sentiamo il respiro, ne sentiamo battere il calmo cuore.
L’armonia veneta si atteggia qui in un suo sogno di onesta fanciulla, sogna se stessa come agreste e soda vitalità, che non vuol nemmeno sapere di quali fatiche e rischi vinti sia testimonianza: e i castelli premono pingui di logge finestre e torri, le stradicciole e le mura gironzolano per balze a misura d’uomo, la chiesetta conversa col querciolo che le fa compagnia, i dirupi si sciolgono in serenate accessibilità, le piante sono quelle che ci donano ombra e che portano dovizia sulla nostra tavola; le donne i giovani i bambini i vecchi vengono dalla campagna di sempre: salute baldanza grazia dignità immediate. È quella di Cima, la variante in cui la realtà veneta appare come “distesa” in un mito benigno e terrestre, senza ieri né domani: da godere ora in questa rifrazione, che non è tutto, ma che, non tremando nemmeno di segrete proposte di superamento, non trema di nulla, è certezza di universale concordia, di un primato in nessun modo discutibile della vita, è pane offerto umilmente come se per diritto dovesse appunto essere “quotidiano”: forse il più difficile.

Andrea Zanzotto (da Un paese nella visione di Cima, 1962)

Catalogo

Forse uno dei momenti più felici dell’anno, per chi può vantare la puntualità della sua ricorrenza, è la gustosa scelta dei libri da portare in montagna e farci l’amore al ritorno da una passeggiata o nelle ore costrette in casa da un temporale. Sarei felice un giorno di entrare come autore in questo intimo catalogo di chi parte in estate per i boschi, in cerca di aria più fresca e pulita. Quest’anno il mio elenco annovera il fosco Cesare Pavese (La bella estate), il silvestre Dino Buzzati (Bàrnabo delle montagne), in costante compagnia alata con Giacomo Leopardi (Canti) – per parlare degli scriventi nella nostra lingua. Loro infatti staranno in valigia accanto a Thomas Mann (La montagna incantata), Marguerite Yourcenar (Fuochi), in costante compagnia alata con Maria Zambrano (Chiari del bosco). Perché ci sono libri da leggere o da finire di leggere, e poi ci sono libri inconsumabili, le compagnie alate che ardono di presenza, i vecchi maestri diventati ormai cari amici a cui tornare, sicuri di trovare conforto e – nelle stesse pagine – sempre nuove chiavi di lettura. Nulla di nuovo, lo so. Ma che gioia: esagerata.

Io sono magica

L’altro aspetto che a me piace molto è quello della poesia come principio magico, talismano e magnete, capace di attrarre a sé tramite la musica delle parole, che affascinano, stordiscono e convincono. È un’idea antica della funzione poetica. La poesia nasce orale e, fin dalle origini, alla parola cantata sono stati attribuiti poteri prodigiosi: le formule magiche stesse, presenti in tutte le culture antiche e nelle società tradizionali, sono spesso in rima o usano parole inventate che esaltano certe musicalità e possono essere assimilate alla poesia.
E così le preghiere, che sono una delle forme più alte e antiche di poesia e che hanno, tra le altre funzioni, quella di invocare l’avverarsi di determinate situazioni.
Lo stesso atto creativo, che ancora oggi è all’origine della poesia, da alcuni poeti viene percepito come atto magico.
«Io sono magica» dicevo quando ero piccola e non sapevo ancora leggere e scrivere. E non vedevo l’ora che arrivasse il giorno in cui i miei poteri si sarebbero manifestati in tutta la loro forza. Mi sarei resa invisibile, sarei passata attraverso i muri, avrei potuto leggere l’altrui pensiero, avrei parlato con i morti? No, mi sarei messa a scrivere poesie, sempre portatrici di un’energia atipica.

Francesca Genti, La poesia è un unicorno (2018)

Mi hai insegnato tutto

Caro Roberto,

sono le 4 di notte di giovedì 30 e ho finito il disco. Avrei voluto parlarti questa sera ma sono solo nella casa di Roma e non ho il tuo numero a Teramo. Avrei voluto parlarti per dirti un sacco di cose, sul tuo disco, sul lavoro che hai fatto. Il disco è tuo. Mi hai insegnato tutto: ad aver rispetto e paura nello stesso tempo e amore per il mio lavoro; rispetto perché le responsabilità sono tante, l’impegno è totale le possibilità infinite, paura perché ho terminato da quattro ore e mi manca già. Mi sento un vuoto incredibile e una grande sensazione di insoddisfazione futura (vorrei ricominciare domani stesso) amore perché non venderei questo disco neanche per la vita di mia madre (forse ho esagerato) perché lo proteggerò anche a costo della mia vita, perché mi sento di cantarlo e suonarlo davanti ai re (se ce ne sono ancora) e davanti agli straccioni, ai sindaci ai matti e ai santi, perché fra debolezze congenite fra piccoli calcoli e squallide operazioni è timidamente nata in me una coscienza al di là di ogni sospetto, una coscienza che cancella ogni ritorno alla dolce tranquillizzante mediocrità che in modo grottesco e cialtronesco aveva, fino a poco tempo fa, bloccato ogni operazione creativa. Ho fatto, suonato pensato e cantato più musica in questi quindici giorni che in tutta la mia vita. Tu dovevi esserci. Ogni nota ogni accordo ogni inflessione della voce la verificavo fra me e me ma soprattutto tenendo presente quello che tu avresti voluto preferito o scelto e cantato. Il buffo è che avevo la sensazione che avresti cantato benissimo anche tu, ti saresti trovato al millesimo di battuta in modo perfetto e questo mi consolava e mi divertiva. Pensa che in questi quindici giorni non ho passato un solo momento di tristezza o di rassegnazione, mi sono sempre divertito ho riso con tutti e mi sono anche sentito molto buono. Ora è nato il grosso problema del sonno: non riesco più a dormire, mi sembra molto stupido e la notte cretino. Non vedevo il momento che arrivasse la mattina per cominciare a lavorare a cantare a tradurti e a tradurre in suoni sentimenti grida e anche battiti ritmici di cuore le tue idee. Credo che sia meglio parlarti un poco del disco: prima di tutto debbo dirti che i ragazzi del complesso sono stati formidabili instancabili e soprattutto pieni di convinzione direi quasi ideologica, praticamente quasi un miracolo!! Dopo i primi due giorni tutto sommato vissuti da noi tra l’indifferenza e anche lo scherno degli addetti ai lavori vi è stato un crescendo di interesse che ha coinvolto un poco tutta la gente della RCA (e anche gente che veniva da fuori) ed è stato un pellegrinaggio continuo dai fonici ai tecnici ai capilinea ai dirigenti gente che stava nel nostro studio sospendendo i propri lavori per sentire le canzoni. Era anche molto interessante tanto è vero che ho dovuto levare il cartello di “vietato l’ingresso” per non fare lo stupido e per non fare la figura del fesso. Alle dieci di mercoledì è venuto anche Melis con un altro pagliaccio che si chiama Fanti (uno che è stato nella legione straniera) e fra una serie di battute ironiche e di provocazioni nei miei confronti (vedi il titolo da lui proposto) ha dovuto ammettere la validità della cosa, e ti dirò che lo ha fatto anche con visibile piacere. Ora è chiaro che il disco non è tutto perfetto, la perfezione è ancora l’isola più lontana da raggiungere per me, ma con tutta l’umiltà che mi sento e con quella che purtroppo non ho penso che potrà piacere e anche molto. Sono le 5 e proverò di dormire. Spero che tu sappia perché ti ho scritto e spero che la mia follia da ex grafomane sgrammaticato non ti abbia stancato e infastidito. Vorrei abbracciarti e stare con te sulla tua poltrona (che ci sarà anche a Teramo) e bere il caffè di Elena (che saluto tanto) per tutta la vita. Al prossimo lavoro.

Lucio

Fatti vivo

Figlia dell’inverno / la lettura / offre la storia / e il silenzio, / il nero del legno / e il bianco della neve. / Il silenzio tra le parole / permette alle parole / di procedere / e come il silenzio / degli animali / e dei ricordi, / attivo e fertile, / non cospira / con l’infelicità / di dire sempre / solo quello che sai già. / Ho bisogno delle parole / degli altri per scandagliare / le mie. Ascoltando / scrivendo / scopro cosa so. / Le parole / sono la casa del mondo / lo straccio che lava / le cose. / Leggendo / più che comprendere / faccio / scioccamente parte / della dolcezza d’essere. / Leggo per abitare / scrivo per traslocare.

Chandra Livia Candiani, La lettura da Fatti vivo (2017)