Fatti vivo

Figlia dell’inverno / la lettura / offre la storia / e il silenzio, / il nero del legno / e il bianco della neve. / Il silenzio tra le parole / permette alle parole / di procedere / e come il silenzio / degli animali / e dei ricordi, / attivo e fertile, / non cospira / con l’infelicità / di dire sempre / solo quello che sai già. / Ho bisogno delle parole / degli altri per scandagliare / le mie. Ascoltando / scrivendo / scopro cosa so. / Le parole / sono la casa del mondo / lo straccio che lava / le cose. / Leggendo / più che comprendere / faccio / scioccamente parte / della dolcezza d’essere. / Leggo per abitare / scrivo per traslocare.

Chandra Livia Candiani, La lettura da Fatti vivo (2017)

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Impressione di Lazzaro

Lazzaro è morto […] il morto uscì. Ieri non era la prima volta che sentivo il racconto di Giovanni sulla risurrezione dell’amico di Yeshùa. Per la prima volta però ho sentito di aver reagito nel modo forse più autentico: mi sono impressionato. Mentre l’impiegato violaceo nascondeva con frasi jolly il fatto di non sapere cosa dire, andando oltre la pericope in un’omelia sciolta e buona per ogni domenica di ogni anno su ogni passo diverso del Vangelo, io vivevo un attrito scandaloso, quasi un rifiuto. Rifiuto di un gesto che avevo sempre e con serenità catalogato nella distaccata sfera del sovrannaturale e invece ora per la prima volta sentivo a pelle innaturale, nel senso di “contro natura”, non più a me sovraordinato ma, per diretta contrapposizione, sullo stesso mio livello attuale di esistenza. Yeshùa ha fatto un gesto contro la natura che ci fa nascere e vivere con un senso della fine onnicomprensivo, che detta la morte fisica a tutte le specie animali e vegetali. E l’ha fatto proprio un attimo dopo la massima espressione invece della sua umanità, nella rabbia e nel pianto e nella commozione e nell’amore per le due sorelle e l’amico morto. Per questo mi sono turbato e sentito quasi tradito: dalla perfetta immedesimazione al massimo della estraneità, per la risurrezione di un morto, evento non più sovrannaturale, ma innaturale, contro natura. Pensando allora a tutte le categorie di persone e di esperienze che la Chiesa continua a definire “contro natura”, mal giudicandole e pretendendo di escluderle dalla sua comunità, inizio a chiedermi se non siano proprio queste persone e i loro scandalosi percorsi di vita, i più vicini di tutti all’evento che ieri mi ha dato tanto timore e tremore.

Tasche finte

Nel giardino, vicino al pozzo di mattoni, un gomito di acciaio emerge dalla terra. Lì si congiunge un tubo di plastica che striscia sull’erba fino a raggiungere l’orto. La sera, con una sigaretta tra le dita, guardando il cielo scurirsi come terra bagnata, mio padre annaffia. Frutti sempre più piccoli di quelli che si aspetta riempiono ogni tanto le sue mani e un canestro sporco sulla credenza. Quando è laggiù, nascosto dalle piante dei pomodori, nell’angolo più lontano del giardino, posso sentire dal pozzo l’acqua versarsi e scendere tra i granuli, fino alle radici dove è attesa. Qui, dove il flusso dell’acqua si perde, crescono erbe dure da estirpare, infestanti dal piccolo fiore, piante dal frutto velenoso, cibo per gli uccelli. Ma non riesco a zapparle via, non riesco a riparare la falda.

Franca Mancinelli (da Tasche finte; sparso oggi qui, e molto di più ieri qui)

Questo bellissimo pensiero

Di quant’avi chi stai ai casi popolari mi vedo osservato da tutte le persone che affacciano dei balconi, e io veramente non ci do confidenze. Io veramente voglio bene a una che affaccia, che sta di rimpetto la mia palazzina. Pecciò, e cerco di fidanzarmi pecché sto solo, pecché sennò eh, mi disturbano sempre. Io intanto continuo, diciamo noi, a guardarle a tutte queste belle signorine che affacciano, ma però sono scomparsi tutti. Non ci sono più. Non affacciano più. Pecciò, quello che dico io, il mio sogno, forse svanirà, si allontanerà, questo bellissimo pensiero di avere a questa bellissima donna che sono veramente innamorato.

Francesco Tirone, Lo zio di Brooklyn (Ciprì e Maresco, 1995) – da qui

Che il trovare non ponga termine

Quando si dica ad uno che sia presente: non ho chiesto di te, vuol dire che non lo si ama. Perché quando si ama qualcuno lo si vuole avere sempre vicino, poiché lo stesso amore teme che egli sia assente. Quando si ama qualcuno, si vuol sapere che egli è presente, anche se non lo si vede, e ciò senza stancarsi. Questo significa il “cercate sempre il suo volto”, così che il trovare non ponga termine alla ricerca interiore che caratterizza l’amore, così che con il crescere dell’amore cresca anche la ricerca nell’intimo della persona amata.

Agostino d’Ippona, Epistola 104 a Nettario (marzo/aprile 409 d. C.)

Il giardiniere gentile

Il primo libro che ho già letto quest’anno nuovo di soli due giorni è Il giardiniere gentile di Silvia Salvagnini (Verbavolant edizioni). Dice in forma poetica i suoni del giardino e il giardino dei suoni incrociando le magie del giardiniere e quelle del direttore d’orchestra, musica della natura e natura della musica. I più attenti potranno dire che parla del tempo, che pur passando conta zero se fa da principale seme ai buoni frutti. Il libro è un piccolo oggetto delicato a forma di busta da lettera, una lettera che non sarete mai in ritardo a spedire alle persone a cui volete bene. Per questo, se avrete la fortuna di riceverla come è successo a me, non dovrete rispondere grazie, ma: anche io. Il tempo e la musica e la natura li ho visti poi ieri mattina, nel viso del celebrante influenzato che diceva messa alle Croci. Nella voce fiacca che porgeva le sue parole sempre essenziali, spoglie, ho soppesato la precarietà dell’esistenza. Come due piatti di bilancia favolando, i miei occhi sentivano il peso del suo corpo che d’improvviso cadeva a terra precipitando con la gravità accentuata delle cose inanimate, mentre io vedevo quasi uscire l’uomo dall’involucro che il soffio vitale non fa mai sembrare tanto di piombo. Può succedere da un momento all’altro, mi sono detto. Ora cade, no: ora! Ecco, adesso, cade in mezzo a questa frase, in braccio al sagrestano. Ma non cadeva e il miracolo era semplicemente questo, non cadeva. Il tempo dura finché lui non cade, mi sono detto; la vita è una partitura scritta su questo miracolo del non cadere gravi come sassi; i cicli della natura hanno un suono e un silenzio pronti ogni giorno al tuo ultimo respiro. Allora ho pregato per lui e per me insieme, le nostre parole corrispondano davvero alla carne di ciascuno miracolosamente in piedi. Non siano parole generiche, miracoli sprecati, ma storiche, figlie del tempo, traduzioni inaudite di una luce ancora accesa.

Al diavolo con le mie gambe

Marradi, 25 settembre 1917 – a Giovanni Papini

Come un fauno deluso prendo il ghiaccio dell’acqua di un bacino sotto una cascatella montanina. Il sole non s’affaccia ancora dietro i castagni. […] Povero Dino. Non restare in mezzo alla via ti schiacceranno. Ma lui resta in mezzo alla via. Son nate fuori le cavallette e mi saltano intorno con ruote rosse. Pure in tutto c’è una certezza che io… (c’est un secret par tous connu)
Devo farmi coraggio?

Dino Campana, dal carteggio Al diavolo con le mie gambe (L’orma, 2015)