Catalogo

Forse uno dei momenti più felici dell’anno, per chi può vantare la puntualità della sua ricorrenza, è la gustosa scelta dei libri da portare in montagna e farci l’amore al ritorno da una passeggiata o nelle ore costrette in casa da un temporale. Sarei felice un giorno di entrare come autore in questo intimo catalogo di chi parte in estate per i boschi, in cerca di aria più fresca e pulita. Quest’anno il mio elenco annovera il fosco Cesare Pavese (La bella estate), il silvestre Dino Buzzati (Bàrnabo delle montagne), in costante compagnia alata con Giacomo Leopardi (Canti) – per parlare degli scriventi nella nostra lingua. Loro infatti staranno in valigia accanto a Thomas Mann (La montagna incantata), Marguerite Yourcenar (Fuochi), in costante compagnia alata con Maria Zambrano (Chiari del bosco). Perché ci sono libri da leggere o da finire di leggere, e poi ci sono libri inconsumabili, le compagnie alate che ardono di presenza, i vecchi maestri diventati ormai cari amici a cui tornare, sicuri di trovare conforto e – nelle stesse pagine – sempre nuove chiavi di lettura. Nulla di nuovo, lo so. Ma che gioia: esagerata.

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Titani

L’alba dei tempi nostri corrispose all’ultima fuga dei titani che al nord, bersagliati dalle comete, per non cadere nello sprofondo si aggrapparono alla Scandinavia, graffiando il fronte occidentale della penisola e aprendo così nel mare i fiordi che noi oggi visitiamo, attratti dall’idea di toccare la fine del mondo, il nostro limite del vivibile antistante la calotta polare. I titani non riuscirono a salvarsi e scivolarono sulle pareti curve del globo terrestre. Qualcosa del loro spirito, tuttavia, entrò nel patrimonio dei Sami, i nomadi lapponi che tuttora ignorano i confini tra Norvegia, Svezia, Finlandia e Russia seguendo i pascoli per le loro renne o prestandosi come guide ai viaggiatori: l’eroismo inciso nelle rupi di Alta, dove si vedono i primi uomini armati di arco cacciare le alci e gli orsi sui fiumi a bordo di lunghe canoe, eredità titanica ravvisabile nella fattura delle attuali gallerie sottomarine che collegano certe isole delle Lofoten, da Svolvær ad Å; il carattere solitario e la decina di parole al massimo che due amici in sosta dopo un giorno di cammino si scambiano, colmando il silenzio rimanente col sincronico stupore per il verde chiaro che accende i boschi al primo raggio di sole e muta le prospettive; l’idea di fondo alla loro vita spartana, per cui nessuna sfida degli elementi alla sopravvivenza è impossibile da vincere – dal gelo artico dell’inverno offeso da lunghi mesi di buio costante, alle distanze infinite tra un villaggio e l’altro che le asperità del paesaggio isolano nel dominio assoluto della natura; la tenacia con cui racimolano le scorte nella stagione della pesca, inseguendo le balene sotto l’occhio delle aquile marine e lasciando essiccare i merluzzi alle finestre delle case geometriche o agli immensi stenditoi di legno che campeggiano sulle rocce e gli scogli davanti alle baie. Riservati ma attenti al rispetto di ogni etnia, genere e culto religioso; solitari ma non individualisti, e ancora poco allenati alla finta cortesia che si deve ai turisti vogliosi di lusso e comodità; fieri e autonomi, invincibili ma fragili se esposti a temperature più alte dei venticinque gradi; semplici e lineari, essenziali quasi fino alla noia, per chi non conosce come loro il verbo sciamanico della natura immensa; gli abitanti del nord vivono ancora il tempo umano e lento della minoranza, al passo antico dei titani.

Inizio

Inizio a tendermi come un arco, per il lancio che avverrà domani verso ora di pranzo: la scocca mi userà forza sufficiente (spero) per atterrare in Norvegia. In serata, dopo cena, faremo un’escursione a Capo Nord. Ulivi, gelsi, cipressi, pini, palme, oleandri e ogni altro spirito verde che risponde sempre al mio saluto prima di andare a letto, non ne vedremo al sole di mezzanotte. Non ci sarà nulla di questo, saremo davvero spostati di pianeta. Staremo a precipizio su una falesia nera di trecento metri alta sul mar glaciale artico. Lo scrivo e inizio già a captare questa bellezza diversa, a prenderne la forma aliena. Lo scrivo e inizio già a contemplare il bianco foglio di cui ho bisogno dopo il forte vivere degli ultimi mesi. Non porterò nessun libro in questo viaggio, sarà la natura sublime e ultima a leggermi dentro. Tornerà poi l’estate familiare e il paesaggio fatto di sabbia, grilli e vigne, come ogni anno. Ma sarà dopo questo passaggio a nord, dopo questo ascolto in purezza, questo inizio che stasera mi costa una corona di tremori.

Soglia

Sono davanti a una soglia, col giorno ancora non del tutto spento. Domani la passerò e sapere ma insieme non sapere affatto cosa mi aspetta, penso sia una buona definizione della parola vita. No, anzi: del verbo vivere. La vigilia è stata un atto di cura e stupore: stampare le parole giuste per domani e decidere a chi darle; ricevere un altro regalo e chiamare l’acquirente per dire grazie, scrivendo a mano su carta un pensiero per gli altri donatori; andare al vivaio, tornare in villa e piantare un oleandro bianco, l’unico nella fila di aiuole che sulla scalinata ospitano suoi fratelli solo rossi – la mia mosca bianca, la nostra mosca bianca; camminare fino al mare e fare l’amore con l’acqua calma e trasparente al vespro sul golfo di Mondello; risalire a casa e sentire l’odore del pane. Domani spezzerò un altro pane passando questa soglia. Per adesso, il varco riposa sotto una mezza luna. Un tappeto di grilli musica il passaggio del gran carro che indica l’asse di rotazione planetaria, impaesando in una camera a sud ogni uomo sulla terra.

Sono e voglio essere

Sono e voglio essere un’eta: in greco, il pronunciamento di una e aperta e lunga, una congiunzione. Non dividere, ma unire. Fare da congiunzione. Nei limiti del possibile, certo. Devo rispettare i miei valori, il mio senso. Sarò quindi un’eta per quelli che intuiranno in me (e io in loro) una stessa provenienza e una meta comune; anche, se necessario, contro partiti, movimenti o fazioni che lotteranno per valori o idee in contrasto con le mie – fascisti o razzisti per esempio. Quindi non sarò del tutto un’eta, non certo un’eta universale, ecumenica sovrumana e cieca, no: sarò un’eta solo in parte. Sarò un po’ eta.

Uscire

Copertina_defPer dire che esageri, le persone usano frasi come stai uscendo dal seminato. Chi ha già interrato nei campi le sue promesse, però, non può che uscire dal seminato, esagerare praticando l’atto di fiducia più grande: se i semi piantati erano buoni, la terra farà il suo per allevare nutrimento. Così, ogni tanto vivo l’eccezione di uscire fuori di me, per non avere come unico orizzonte il mio ombelico e capire se negli altri cresce davvero qualcosa dei sentori che provo a musicare in certe pagine, e in questa selezione per cui ringrazio l’editore Ensemble; e Paolo Di Paolo, per l’interesse e la cura con cui ha redatto un bell’invito alla lettura; e l’artista Elisa Nicolaci, per l’opera in copertina: La XXXVI primavera (con Botticelli), fotografata da Neal Peruffo. Da fine maggio in libreria, sullo slancio di questo preludio ulteriore.

A due a due

A sommo dell’ascesa pomeridiana, davanti alla ripresa della scrittura per lavoro, si rischiano più agguati nostalgici di quelli messi già in conto per l’aria mite della sera; e capisci che, più di tutto, la differenza tra la giovinezza e la sua coda morente negli anni che bruciano decadi a grappoli è la cifra dei rapporti: prima, pochi e totalizzanti; ora, molti e parcellizzati sui mille tavoli dove hai giocato le tue carte. Ma resta imperitura la luce che scaldava i nostri pomeriggi di confidenze e musica, dubbi condivisi e porte ancora aperte, quando la cura dei rapporti era garantita dal loro limite numerico, dal rilancio fisico sul limite espressivo della cornetta e dal tempo che ci restava ogni giorno, per andare nel quinto mese a cercare insieme ciliegie da appendere alle orecchie, prima di mangiarle. A due a due.