Una fiducia immensa

In questa notte freddissima e serena di lucide stelle, c’è pure il vento che scuote camicie e lenzuola stese negli interni condominiali. Segnali concreti di una fiducia immensa: gli uomini di quelle case li prevedono asciutti entro domani, anche se dal mio balcone adesso è chiaro solo quanto stiano gelando, isteriche di umido. Chissà, forse a pochi metri da quegli orli si effonde un alito di lavanda. Appoggiato a questa fiducia non mia, sposto gli occhi di un metro e il ritmo di due balconi allumati per Natale mi domanda: per quale pubblico speciale si addobbano gli affacci interni dei palazzi? Forse, per chi ha bisogno di mutuare una fiducia, la stessa di quei lavandai che non conosco. Così mi preparo all’innesto imminente nella terra del ritorno, dove proveremo un’altra volta ad accordare le nostre mute alle mute vissute da altri quando noi non c’eravamo. E a un tratto, la fiducia che riusciremo a tradurci la pelle cambiata è tale da sovvertire anche ogni pretesa di canonica bontà: sosterrò il cattivo, se ha freddo e a Natale sogna un po’ di carbone per scaldare l’addiaccio di una ferita. Sarà bello già così, lasciare per qualche giorno la vita senza risposte e nella sua forma più autentica: l’abbraccio di un amico, il sostegno di un fratello.

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Geminidi

Questa notte brillerà di meteore, circa cento meteore all’ora, dicono i giornali. Sono le stelle cadenti di dicembre, le Geminidi. Si chiamano così perché sembrano partire da un radiante vicino alla stella alfa della costellazione dei Gemelli. È uno sciame attivo dal 3 al 19 dell’ultimo mese, ma il picco di visibilità si raggiunge ogni anno nel buio fra il 13 e il 14. Detto ciò, come a volte si ha l’impressione che il mondo ci parli, ora io avverto un messaggio diretto a me dall’intero universo. Una conferma sulla vita insieme all’adorata che ho scelto più volte nella mia selva al bivio di turno. Oggi infatti si festeggia la santa della luce, l’anticipo di dodici giorni sul sole invitto che dà i natali all’uomo nuovo. Ed è proprio il cielo di stanotte, il cielo di Lucia, ad accogliere il disordine di stelle che scaturisce dalla mia casa nello zodiaco. Il mistero di Lucia ospita le faville dei Gemelli, le danze nietzschiane nate dal mio caos. E il destino è quadratura di libertà.

Il mio nome

Poco fa, salutando la notte in balcone, ho sentito chiamare il mio nome. L’avrò certo confuso con qualche altro suono, tra i cigolanti carri dei netturbini e le ultime voci di chi rientra a casa dopo una serata alta con gli amici. Subito dopo però, mentre ancora chiudevo la finestra, mi sono detto: eppure qualcuno ci sarà nel mondo in questo momento, proprio adesso, allo stesso buio o già nell’alba di levante e forse ancora nel tardo pomeriggio dell’ovest, che starà chiamando il mio nome. Così è giusto dire che mi sono sbagliato solo in parte. Sì, è anzi più verosimile dell’altro, questo ultimo pensiero che mi sfiora di notte. Qualcuno ora e sempre chiama il mio nome.

Carezza fraterna

Con le nuvole sull’intero paese, questo lunedì mattina somiglia a una domenica notte generosa che ha deciso di allungarsi e diluire il giorno dopo, farlo gentile agli occhi per non abbagliare di violente riprese lavorative la testa che ancora pensa a cosa ho sognato ieri, come risolvere spigoli e dolori che seguitano irrisolti rischiando di diventare scuse, nascondigli per non cambiare mai. La caligine di inizio settimana funziona allo stesso modo: cambia poco la notte da cui esce e pare una tregua del cielo, supplemento che smussa il ritorno alla battaglia; generosa più del dovuto, complice immeritata e perciò molto più efficace, vera empatia, carezza fraterna. Oggi nascondersi è lecito come il sole, è giorno ancora tra due mondi, occasione per vedere le cose dall’alto. Respira, fai il tuo e poi torna a dormire.

Voglio di più

Limerò elegie oniriche negli apolidi recinti di Orfeo. Dirò il tuo nome in versi senza fartene accorgere e, giocando, inventerò orizzonti nuovi, adamantini. Ordinerò le idee volando in altalena e ridesterò i cuori come aulente rosa delle origini. Perché voglio di più. Voglio chiedere di più alle parole, le voglio fatte di lettere magiche di una magia che mi attraversi e poi sfugga al mio controllo. Non lo voglio il controllo, il controllo è il male, è l’illusione peggiore. Allora, alleverò delicati agapanti in attesa del miracoloso angelo e del tuono tropicale – entrambi operosissimi. E mai sazio, rifarò tutto da capo: addestrerò liriche in celesti evoluzioni e, fulmine rapido a nord, cavalcherò elegante sulle cicale ottobrine. Mescolerò albe rubando tanti acquerelli per luminare una cava apollinea dove metterò alle rose in amore spine ovattate lasciando che esistano. Che esistano, tutte. Giuro, a balzi romperò insidie ereditate libando elisir per guidare incontri dove rideranno gli innamorati acerbi. Gestendo tali oneri raccoglierò gigli incantati ovunque e, ancora di più, muoverò alzaie recitando canti oceanìni. Se non dovessi riuscire in niente di tutto questo, so per certo che farò almeno una cosa: aprirò nidi nelle aurore musicando alle nude fate ricami eufonici di infinito.

Una stanza d’aria

Perché abbiamo smesso di scrivere il luogo da cui mandiamo le lettere, ormai lettere al computer? È solo cambiato il tempo di ricezione – definito reale – non certo i connotati dello spazio, il luogo da cui ogni volta siamo seduti a comporle. Abbiamo azzerato il tempo, ma lo spazio che ospita il corpo (in maniera ancora più fondante e reale del nuovo tempo) non si può azzerare, come scrivessimo da una stanza d’aria che galleggia in cielo. Eppure, a nessuno più importa dove siamo quando gli si dedica il pensiero, a motivo di lavoro, affetto o burocrazia. Non si scrive più. Dove siamo non importa.

Ninfee

La pioggia incessante che apre voragini sulle statali e trascina gli uomini fuori dalle macchine, come stamattina è accaduto sulla Pontina, vicino San Felice al Circeo; questo maltempo che accorcia ulteriormente il giorno buio di novembre negli interruttori già accesi a ora di pranzo in cucina; tutto questo sciogliersi dei cieli nella grande serra che è diventata la casa comune, un giorno trasformerà gli ultimi rimasti in tante belle ninfee adagiate sull’acqua. Tale è lo spirito di adattamento dell’uomo, sopravvissuto già all’era glaciale e ora chiamato a questa nuova sfida: diventare ninfea nel grande ricominciare placido e lento del creato. Sì, i pochi ultimi di noi residui saranno ninfee aperte al nuovo sole in petali bianchi, gialli, rosa, violetto e azzurri. Saremo fiori acquatici molto grandi e decorativi. Non faremo più male a nessuno.