Sugli animali

Ho visto un documentario sugli animali, diceva che hanno paura di venire in città perché l’uomo è violento – non per forza contro di loro, ché anzi le bestie utili le ha già nei campi e negli allevamenti – ma perché potrebbero finirci in mezzo come danno collaterale. E non vogliono prendersi una coltellata mentre passano sotto un manifesto elettorale o una giostra di pugni la sera nelle vie del centro. Tranne i cinghiali, ogni tanto. I cinghiali non li convince mai nessuno a evitare la città, devono sbatterci la testa loro, è inutile. A volte tornano nel bosco con delle storie orribili. Orribili davvero, diceva il documentario – sugli animali.

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Mambo

Guarda Roma, come succede in fondo al Celio, ho scritto ieri, commosso da una foto al carnato del cielo che tramontava vicino casa. Ma il cuore, a tratti malinconici, si secca e diventa una scopa. Faccio da punto alle virgole e argine ai fiumi di molti, per scelta voluta e per la parte che, in te morendo, mi è nata subito dentro. In quello scatto però avevo in mezzo una mano che a tratti mi canterà sempre una domanda: perché si seccano le fonti? Forse, perché nella corsa a dare comunicare e trasfondere soltanto è facile smettere di imparare e presto ci si ritrova con le ginocchia piegate a terra. Non smettere mai di imparare, scrivo allora su un foglio. O forse è solo che, due anni fa, ho letto stamattina un alto discorso davanti al tuo legno incoronato e questi sono i giorni in cui riesco meno a ballare. Questi sono i giorni in cui il principe nostro è più bravo a tentare. Giorni che al deserto serve di più un fiato e il ritorno di un cuore bandito. E svanire adagio nel sonno meridiano come Gabriel, ascoltando l’ultima neve cadere lieve e lieve cadere sull’universo, come la discesa della loro ultima fine, su tutti i vivi e i morti.

Di sismi

Quando ho un terremoto di carne e le viscere mi tremano fino alle braccia sulla scrivania, guardo sempre in alto, naso al lampadario per vedere quanto è bravo lui a stare fermo appeso e di carta: non respira e pure dà luce a comando la sera, come nessuno che tremi di vita propria sulla vita grave della terra è mai capace di fare, incrinato da un buio a mezzogiorno o aperto di sismi la notte.

Un ossimoro infinito

Poco fa pensavo alla vita eterna, prima di andare a letto; così, in generale. Ma più che pensarci, la contemplavo. Forse, anzi, è solo grazie a questo che ho capito subito perché è davvero impossibile pensarci, concepirla: non per l’idea in sé di eternità, ma più per l’accostamento contraddittorio che propone rispetto alla definizione di vita. La prima condizione della vita infatti è il cambiamento, la ri-generazione, l’adattamento a stati sempre nuovi – si parli di cellule, psiche o emotività; la prima condizione dell’eterno è invece la stasi, la conservazione, l’identità immune ai mutamenti. Per questo non si potrebbe nemmeno dire di sognarla, la vita eterna: sarebbe come dire che sogniamo una cosa e il suo contrario allo stesso tempo. Poi ho pensato a Leopardi. Se fosse vivo, sarebbe certo contento de L’infinito, per ragioni compositive, per la sua felicità sonora e favolistica. Non credo però che si sentirebbe ancora ben rappresentato da questo idillio: per lui, solo per lui, ironia della sorte, L’infinito non è eterno perché dice quella fase precisa della sua vita e della sua ricerca poetica, altrimenti non avrebbe scritto altro in seguito per cantare in modo vario aspetti diversi della sua immaginazione mutata col passare del tempo. Una poesia allora può essere eterna, ma un uomo che sogni d’essere vivo, per ciò che implica la vita, non può che rifiutare ogni offerta o promessa di eternità. Questo gran rifiuto, del resto, non allude affatto all’idea che l’eternità debba per forza essere più vasta della vita. Si basa solo sull’evidenza che sono due cose opposte. Può ben darsi che la vita sia più grande, che il mutamento superi sempre la stasi. Per quanto ancora ignoto, l’universo ci dimostra che la materia è in continua trasformazione. Forse oltre la vita c’è solo la vita, e l’ossimoro della vita eterna meritava da secoli questo smascheramento. Ma se vogliamo dare comunque una definizione al sogno della nostra vita, che sia almeno coerente con la vita stessa e usi un attributo, se non altro, allineato e già ben descritto una volta per tutte da un uomo vivo: infinito.

Ja

A quattordici anni Enzo Camerino fu caricato a Roma con tutta la famiglia sul vagone piombato diretto a Auschwitz, insieme a una cinquantina di altre persone. Era l’ottobre del 1943. Scesi dal treno, trovarono solo tedeschi e cani: chi può lavorare si metta da una parte, chi non può si metta dall’altra. Suo padre aveva combattuto i tedeschi nella prima guerra e capiva un po’ la lingua; sarebbe morto sotto i calci di un soldato, irritato da una sua caduta a terra per sfinimento e denutrizione. Appena arrivati, come prima cosa li portarono a fare il bagno e poi gli fecero il numero. Su richiesta, ora Enzo rimbocca la manica della giacca e mostra la pelle: 158509. Non è un tatuaggio, è il suo marchio da bestia: aiutava i muratori a portare i mattoni. È il suo numero, ribadisce il giornalista. Ja, scatta Enzo allagando l’universo. Ha 84 anni e vuole – vuole, ha detto – che tirino fuori un libro per gli studenti, che lo studino, che no che glielo fanno leggere, ma lo devono studiare e devono pensare a quello che abbiamo passato e che può essere che ripasserà. Dopo quanto le è successo, ha creduto ancora, ha continuato a credere? Ja, questo sì. Il giornalista nota con scandalo quel secondo ricorso automatico alla lingua contratta nel campo e lui dice, Oh scusi, mezzo sorridendo. È perché parlavo il tedesco, prima; adesso parlo l’inglese e il francese; per due anni e mezzo ho parlato il tedesco, e me l’ero imparato bene, i giovani prendono subito la lingua. Dopo, nel 1957 sono andato in Canadà, dove ho trovato lavoro e ci sono ebrei che parlano anche il tedesco e allora ho continuato a parlarlo, il tedesco. Un giorno ho detto, basta col tedesco, e mi sono messo a parlare inglese. E si può capire perché, chiude il giornalista ringraziandolo e passando ad altro. Altro, che alla lingua di Enzo non sempre riesce.

Il peggiore dei diavoli

Parto il giorno dopo i Magi. Come loro, raggiunto l’indice aereo di uno spigolo, oggi torno alla casa lontana per altre vie, converse da una manifestazione che mi ha segnato e serbo meditandola nel cuore. Ma c’è una luce che pare maggio, per le strade un tepore d’incanto e il sole: c’è questo da lasciare e pietre antiche, specchio degli avi saraceni che mi ribollono nel sangue. L’invitto prende questa città a schiaffi sui balconi e modella le ringhiere come a volerla svegliare, non da un sonno – ché non dorme del tutto – ma da un torpore che la fa recidiva, colpevole, bastarda, lieta di correre allo sprofondo. Benché l’età adulta scavi sempre al quotidiano di ognuno una cinta di solitudine, qui tutti vivono più vicini fra loro godendo alla radice un amore e un calore altrove inesistenti, ma al prezzo alto di un contagio: le reciproche ansie, nevrosi, concorrenze affettive, invasioni di campo e occhi giudicanti, da domare se vuoi crescere un seme che risponda a ragioni solo tue e non altrui. Per questo sono contento di aver preso nove anni fa la via foresta dell’anonimato sociale che ti presenta per ciò che fai e non per la tribù a cui appartieni; per questo sono triste, quando registro i segni della violenza amorosa sui volti dei rimasti in isola ferma. Ben che partire sul far della sera e guardarla dall’alto, passando le ali sulla città, mi permette di darle ancora il beneficio del sonno effettivo, e mi sembra che non ci sia niente di più bello che vedere dormire, forse anche sognare, il peggiore dei diavoli.

Il dolorismo

Per mutare la fede in religione, la vita in dottrina e la comunità dei fratelli in istituto gerarchico millenario, hanno solo dovuto cambiare una preposizione. Da malgrado (la sofferenza) a tramite (la sofferenza). Madonne che piangono, cilicio stretto alle carni, digiuni inutili allo spirito, penitenze elargite come caramelle. Ma dov’è scritto nel libro su Gesù che se non si soffre non è bello? Il veleno cattolico, le ragioni della struttura sacra, le promo del sacrificio, come nel “per sempre” ideologico e non esperienziale in fatto di sposalizio, si innescano piallando le complessità relazionali, semplificando i nodi e ignorando le metamorfosi personali, le vicende particolari che mutano il cuore. Sono carri armati che entrano nelle stanze del dolore e dicono: è così che deve andare, è così che acquisti punti e medaglie al valore edenico. Il dolorismo – superstizione sorella dell’idea magica di preghiera e merceologica di compravendita indulgenze – aiuta molto chi non sa cosa fare della propria libertà invitando a restare fuori da sé per restare dentro l’istituzione, vivendo e perfino patendo secondo dottrina. Maggiore è il sacrificio, maggiore è l’amore, no? E se non si è felici, perché il senso di scelte che sono solo nostre è stato appaltato a ragioni non nostre, lasciamo tutto com’è ma preghiamo Gesù, che di certo aiuterà, soprattutto se restiamo immobili, mansueti. Gesù, lo ritraggono sempre coi capelli lunghi. Quante volte ci avrà messo dentro le mani!