Quasi ogni pena

Il mondo può valere quasi ogni pena,
figlio che nascerai a chiunque
dopo questa attesa
dell’uomo, letargo al contrario
in primavera. Le tane si svuotano
e uno dal dormiveglia
in balcone ha avvistato animali
che prima non c’erano
– nessuno di loro si ferma
a cantare il prodigio del glicine in fiore,
tutti si chiedono invece dove sono
finiti i bambini. Ma loro
giocano, è vero, anche nel sonno
rovina amorosa di tutti
i genitori che ora stiamo diventando.

Allungamenti

Oggi ho assistito a un incontro. Un grande padre e una figlia adulta: rispettavano il metro, occhi d’amore ammaccato, luminoso, si rivedevano dopo una decina di giorni, senza toccarsi né abbracciarsi. Non avevo mai visto sorrisi tanto lunghi tra due persone, sorrisi lunghissimi, avvolgenti. Ho benedetto la mia presenza lì davanti. Fuori, nel grande fuori incontrollabile, succede il mondo ma dentro – nel cosmo dell’intimità – stiamo crescendo, ho pensato, ci stiamo allungando. Dalle ringhiere si allungano gli sguardi e dalle distanze minime i sorrisi; le voci si allungano dal secondo piano al marciapiede se per necessità passa un amico e ci ruba un saluto; l’udito si stiracchia sul silenzio della città, dalla finestra aperta sulla fontana in villetta alla campana della chiesa nella piazza lontana. Sarà incredibile e potente. Sarà esplosivo. Sarà immenso vedersi con la nuova vita sulla pelle, di nuovo nella stessa stanza o all’aperto. Faremo così luce che dalle nostre posizioni nella camera o nella piazza chiunque potrà segnarci col dito seguendo le tracce dei nostri allungamenti, uno a uno, come di notte si indicano le costellazioni, stella a stella formando sagome di animali fantastici e ossature di grandi carri. Chissà quali figure nuove comporremo nello spazio. Di certo qualcuno farà innamorare qualcuno, disegnando nell’aria la nostra vicinanza, la nostra danza coordinata nella volta a giro sulla terra.

L’albero del cotone

Capire finalmente nel chiuso liscio delle pareti a cosa servono quegli alberi antipatici e refrattari col tronco tempestato di spine dure, detti alberi del cotone. Capirlo finalmente, come ancora invece resta buio molto altro e, per dirne una, l’utilità delle zanzare. Capire che saranno questi alberi, gli stessi che nei giorni di libertà teniamo ben lontani dai gomiti scoperti camminando nelle ville, saranno proprio loro il primo indirizzo delle nostre corse, finita la quarantena. Capire che usciremo dalle case, volando altezzosi tra le piante solitamente belle, dritti a palmi aperti per abbracciare fortissimo quei tronchi ispidi. Ogni centimetro di pelle spingerà per tutta la lunghezza degli aculei, dalle caviglie alle guance mescolando il sangue alla resina e agli insetti, come una richiesta di scuse e implorando che il dolore ci rassicuri di non stare più sognando. E più dolore sarà, più avremo certezza del vero. Levandoci poi sulle punte, coglieremo tutti i batuffoli bianchi – dai rami più alti a quelli più in basso – per curare ovunque le ferite spogliando il vivente e assimilandone la consapevolezza: la creazione ti ha reso capace di rimediare al particolare male che non puoi evitare di fare agli altri.

Appuntamento

Io e te ci vedremo nel luogo degli incontri, ovunque sorga l’acqua per la sete accumulata da entrambi – davanti al mare, lungo un fiume o sul bordo di un pozzo. Ci vedremo per bere negli occhi dell’altro tutto quello che ha fatto e amarlo per primi. Saremo il riassunto di chiunque, le nostre anime il riassunto di tutte le anime. Ci ricorderemo di aver convissuto durante la quarantena globale, passando addirittura due o tre giornate intere in camere separate: non per un’evidente stupidità, ma per la verità che io e te siamo il riassunto del mondo in ogni sua forma. Quando ci vedremo sarà poco prima di assistere alla rottura di quell’acqua. Una vita nuova ci camminerà sopra e tutti dovranno riconoscersi un’altra volta, venendo a noi come gli antichi andavano a Gerusalemme o sul monte Garizim. Saremo io e te, il loro appuntamento.

Nella camera

Attendiamo una vita che cresce sempre più nella camera, lasciando al vuoto delle strade la nostra vittoria contro l’infinitamente piccolo e invisibile. Molto viene alla luce durante il riparo da un’epidemia. Nella vigilanza dei primi sintomi, l’attesa di due persone diventa l’attesa del genere umano. Come l’aratro suscita i minerali negli strati fondi del campo, rovesciando zolle al sereno variabile di marzo, così la gabbia dei nostri abbracci rivolta la pelle al primo senso dei legami, antica necessità dei corpi. Galleggia il tempo all’ingresso del porto che dà il nome alla città. Negli ultimi giorni di chiuso, ha iniziato a sfilare sotto il balcone e sempre allo stesso orario, quando scende la sera, una creatura mai vista prima. La puntualità del suo passaggio, dall’inizio dell’epidemia, ricama davanti alla mia finestra l’attesa di un nome: continuerà a passare finché non glielo daremo. Quante volte ho creduto che Adamo ed Eva avessero esaurito il compito per tutti! E invece. Il sole ci chiede ogni giorno un battesimo diverso.

Il giocoliere

Mi sento un gradino poco più in alto del ciccione che chiede soldi palleggiando di testa al semaforo di via Cavour. Ho una laurea con lode, sono iscritto a un albo professionale, ho lavorato regolarmente per un giornale, fatto un master in editoria e da lì continuato un’altra gavetta sui libri, fino a farmi pagare oggi per tradurre romanzi, valutare testi per un’agenzia letteraria, insegnare in più corsi di editoria e privatamente, correggere bozze per piccoli editori, curare libri di altri, pubblicarne anche uno mio. E mi sento poco più in alto del giocoliere che sta al semaforo. Alla mezza dei trentotto, ho fatto pure volantinaggio sotto la pioggia e affisso locandine all’università. Non mi lamento, una boccata d’aria fa sempre bene, visto il lavoro sedentario che ho scelto. Ma da qualche parte nella durata che ho passato fin qui, non ho saputo valorizzare le giuste occasioni – mi ripeto con le mani luride di catena bagnata posteggiando il motorino. Era il concorso Rai, fallito di striscio? Era l’offerta del politico, rifiutata col fiatone? Forse dovrei vantarmi di più. Ma il pavone non mi viene. Potrei iscrivermi a un corso di pavoni e imparare l’arte necessaria dello specchietto. Che non sa riflettere però la bellezza (almeno) esteriore di alcuni fallimenti che sanno di libertà, orecchie ancora aperte e fantasia ben allenata. Guarda il giocoliere, sa fare ciò che oggi serve di più, roba fuori dai campionati del consumo. Roba inutile, meravigliosa. Il prossimo lavoro, com’è già successo altre volte, conterrà di certo anche questa meraviglia: la dignità paziente dei giorni e delle settimane di maggese. Quando sembrava che facessi solo palleggi di testa e invece impedivo al mondo di cadere a terra.

Fuorilegge

Nel cunto di oggi a messa Yeshua è presentato al tempio dai genitori per adempiere ogni cosa secondo la Legge. Lo riconosce un uomo nel cui nome è segnato l’ascolto tra Dio e la Storia. Mi piace credere che Simeone riconobbe nel bambino il vero liberatore, non quello che deluse le aspettative di Giovanni. Voglio credere che l’uomo giusto capì di non avere davanti un ribelle politico ma un fuorilegge spirituale: il volto di chi spezza ogni istituto creato per dividere i buoni dai cattivi, gli autorizzati dai non autorizzati, chi può fare la comunione e chi no, chi posso amare e chi no, chi può sposarsi e chi no per servire la comunità nel suo nome. Yeshua fu l’ultimo costretto a piegarsi alla legge – non per seguirla ma per compierla, esaurire cioè ogni tradizione portando il necessario da questa parte, nel divenire. Senza saperlo, i suoi genitori depongono così nel tempio una bomba a orologeria. Distruggerà ogni residua schiavitù dell’uomo rispetto al sabato, sostituendo a dei semplici mattoni il sangue e la carne di ciascuno, proprietà interdetta alla gestione di amministratori esterni. Contraddizione di una legge che impone la fine delle norme; spada nell’anima prevaricatrice che millanti ispirazione divina. La sua nascita aveva già convocato con i magi la sapienza orientale, notoriamente fondata sul principio della vitalità più che su quello della verità: deporre l’intelligenza che separa ogni cosa, scegliendo l’ascolto del modo in cui la respirazione passa nel tra del corpo mantenendolo vivo e animato. Su quella dedita alla verità e alla direzione in cui vado, cresca allora e si fortifichi in me più l’attenzione alla vitalità e al modo in cui mi evolvo, riverbero continuo della luce dai margini al centro, dal centro ai margini.