Il creato

Ti piace, l’albero, verde? Ti piace, il cielo, azzurro? E il mare, ti piace liquido? Ogni cosa ti presento e ogni domanda è sincera. Figlio, con te alla finestra, ignoro l’impotenza del mio capriccio e che le cose sono già date prima del nostro arrivo. Te lo chiedo con tutto me stesso: ti piace, l’albero, verde? Ti piace, il cielo, azzurro? E il mare, ti piace liquido? Tu metti la bocca a forma di mondo per lo stupore e sorridi ogni volta per dirmi che tutto ti piace com’è. Ma la durata dei tuoi esami toglie il fiato. Credo che potresti dirmi anche di no, metto vero in conto che potrebbe non piacerti una parte del creato e allora io mi darei a cambiarla, sicuro di riuscire. Ti chiederei solo un po’ di tempo. Andrei alla fucina del monte che ribolle, fonderei la materia e ti farei di nuovo una domanda per ogni cosa e così, avanti, finché l’esame dei tuoi occhi non finirebbe in un sorriso. Ti piace, l’albero, azzurro? Ti piace, il cielo, arancione? E il mare, ti piace come vola il mare? Vedi piccolo, ti direi, è stato sempre tutto così.

L’inutile previsione

A volte mi manca la quarantena. L’avevo inutilmente previsto, è realmente successo. In quarantena ogni cosa è giustificata e tu accetti molto di più gli eventi, nel bene e nel male. La quarantena è un’educazione ai desideri semplici, un invito a guardare la tua anima sulla piazza vuota, la fecondità scandalosa del silenzio, la meraviglia della città nuda, il collante umano dell’incertezza. Come durano poco gli insegnamenti della quarantena! Durano come il ricordo di un sogno che non supera l’ultimo sorso di colazione. Siamo di nuovo affamati di tutto. Anzi, siamo iper-affamati: vogliamo avere il possibile attuale e recuperare il possibile interdetto in quarantena. Che buffi! Pensavamo davvero di saper rinunciare a qualcosa. Pensavamo di poter imparare qualcosa. Pensavamo davvero che ci mancassero gli amici. Invece, era la nevrosi di star dietro a tutto che ci mancava; ci mancavano le mille occupazioni utili per non ascoltare; la possibilità di negarci alle chiamate degli amici. La finestra della clinica ostetrica davanti al mare, ricordo, era sempre accesa nella notte come un faro che guidava nel buio l’approdo delle nuove vite su questa terra. Adesso la finestra è una luce fioca tra le altre della gelateria davanti, della panineria spagnola in franchising a destra, delle mille macchine che corrono sulla strada accanto alle barche. Da quella finestra il battito dei tracciati ecografici usciva sotto gli alberi della piazza con la fontanella unendosi al canto degli uccelli e ai grilli elettronici del semaforo solitario. Ora il battito e i calci delle vite in arrivo sono soffocati dalle grida dei palermitani a passeggio nell’estate. Solo, ogni tanto, un piccolo gruppo aspetta davanti al portone della clinica e tu sai che non è in fila per il gelato; non fa il turno in panineria; non cerca un buco dove parcheggiare l’auto nella selva di lamiere che ha soffocato la piazza. Quel piccolo gruppo vive ancora un’attesa, una personale quarantena dal superfluo. Così, in mezzo alla volgarità del fracasso umano, continua lo sbarco della vita nuova. Ma è più difficile sentirlo, più complicato vederlo, quasi impossibile raccontarlo.

 

Un fatto eclatante

Com’è assodata la nuda altezza delle Dolomiti così, a un certo punto della loro vita, alcune persone diventano semplicemente fatti e, ogni volta che li abbiamo davanti, ci basta guardarli per essere certi (almeno) di qualcosa. Una di queste è padre Pitarresi che ancora, ben oltre gli ottant’anni, dice messa nella chiesa in via delle Croci, a Palermo. Sobrio, asciutto, sorridente, quando lo guardo sono certo di essere stato bambino, riconosco la strada lunghissima che può fare un’anima semplice e mi stupisco di quanto la salute dello spirito riesca a mantenere quella del corpo. Sulle prime, alla mancata compiacenza del suo ministero è facile preferire tanti che spiccano per eloquio roboante, attivismo febbrile, finezza intellettuale o carisma comunitario: esplorazioni decisive, il cui massimo valore resta però quello di illuminare il ritorno all’essenziale. Nei vari lustri, così, rivedi ogni tanto don Giuseppe – il giusto per ripeterti c’è ancora, come le montagne – e alla fine il suo antidivismo brilla come brilla il vincitore di una maratona che per tutta la corsa era sembrato il più lento. La costanza rocciosa di alcune sue caratteristiche è svettata in tarda età su ogni altro fuoco d’artificio pastorale, assegnandogli per me il raro status di “fatto eclatante”; esempio di come si possono scoprire gusti sempre nuovi nello stesso piatto di minestra e tesori sempre più preziosi solo scavando nello stesso punto della miniera che pare esaurita; specchio di una lunga vita ormai più eloquente di qualsiasi parola possa dire egli stesso. Non che abbia smesso di ascoltarlo, anzi! L’apparente immutabilità della sua predicazione è il contrario della stasi spirituale: è scalpello che toglie ancora il superfluo, esercizio continuo di ascolto filiale, scalata verso la semplicità della proposta ai fratelli. Da lui arrivano meditazioni e spunti che hanno la bellezza della nudità, come di una fede ormai faticosamente senza vestiti e tanto ridotta all’osso, ma sentitissima, da risultare quasi fuori dal tempo, quindi calzante in ogni tempo. La mascherina che oggi per la prima volta gli vedevo sul naso era l’unico segno contemporaneo che portava addosso, fondamentale conferma del suo esserci ancora, nel presente, ma con tutta l’affidabilità e la serenità di un’esperienza che non è più in gara con niente, né con un glorioso passato né col desiderio insoddisfatto di avere di più – lui ormai (o forse da sempre) è solo ringraziamento. La familiarità della sua voce e dei suoi intercalari all’udito di molti basta per sciogliere tra i banchi un po’ di gelo nel petto. Padre Pitarresi ricorda che la vita è fatta di cinque o sei eventi fondamentali al massimo e, per la maggior parte invece, quasi sempre cioè, di mille e mille piccoli gesti tra noi e i nostri cari: sono questi ad aver bisogno di una cura costante. Come dire, don Giuseppe, non la capriola più alta ma il pane quotidiano è il segreto di una vita felice.

Grammatica dei talenti

La vita di chi crede in qualcosa, la vita di chi ha affrontato la propria libertà e paga consapevolmente il prezzo delle sue scelte, suscita sempre negli altri una gamma di sensazioni che oscillano fra due estremi: pena e ammirazione. Da Gesù a Freddie Mercury, da Galileo a Paolo Borsellino, da me a mio cugino. Pena, per la solitudine rispetto alle pur valide alternative a cui la persona libera ha rinunciato; ammirazione, per la compagnia di luce che vive ai margini dell’unico sentiero scelto. Lucio Dalla una volta disse che il musicista è l’incrocio perfetto tra un angelo e un rottame. Siamo da quelle parti, ammirazione e pena. Spesso mi è capitato di pensare a volte con grande ammirazione, altre volte con un pizzico di pena nel cuore, a uno stesso artista o a un conoscente che ha fatto della sua vita un’opera d’arte. Ammirazione, per l’immensa dignità che riveste le persone libere; pena, per il prezzo che costa la gestione di quella libertà in maniera totale. Se Gianni Rodari scrisse un’intera grammatica della fantasia a partire da un binomio fantastico, è possibile dunque fissare da questo binomio realistico – pena / ammirazione altrui – la misura di una vita adulta, feconda, che chiameremo grammatica dei talenti: promemoria sulla necessità di ospitare dentro di noi sia l’angelo che il rottame. Perché serve talento per vivere davvero, il coraggio di restare a mani vuote confidando nel ritorno moltiplicato delle poche monete iniziali.

Trenodia

Si può anche cercare di descrivere la singola onda del mare, unica e irripetibile, confusa nel groviglio di sale e acqua che non ha vuoti. Ma quando non si trovano parole, nemmeno a cercarle negli abissi e più giù ancora, fino alla crosta ardente del pianeta, non resta che imparare dal silenzio – materia disegnata dalla musica, legge d’acciaio impalpabile che governa lo spazio tra le note. Il compositore monrealese Davide Matera mi aveva mandato in piena quarantena l’anteprima di una trenodia che stava scrivendo nei giorni più duri degli ultimi mesi. Come un fiotto ingovernabile, estrazione liquida di una pietà umana. Dopo molto tempo, con sofferta liberazione, ho capito che non potevo restituirgli la generosità con un controcanto di parole: niente come la musica risveglia il tempo e i frammenti di vita in tutto il loro composto emotivo, fisico e psichico. Niente come la musica si presta alla memoria di un evento. Ora che la composizione sta facendo il giro del mondo, sento molto meno il peso di un contributo. Ora che posso ribadire il mio scandalo per la mancata memoria nazionale di tante morti, all’indomani delle attività e del chiacchiericcio ripresi tali e quali, mi limito dunque a rilanciare il suono di questa musica col balbettio di alcune righe nate al primo ascolto. Un tentativo impossibile di descrizione della Threnody for the victims of Sars-CoV2 (for voices and orchestra).

Tu sei morta, mia vita, e io respiro? Tu sei da me partita per mai più tornare e io rimango? La musica soccorre una voce inconsolabile ed è rimescolo di frequenze spettrali. Il fiato e la durata ormai cancellati siano tutti per questo canto: senza gioia di cetra passi dal mio silenzio al vuoto dei corpi sui carri, vagoni di memoria passata alla polvere senza la compagnia dei rimasti. Nessuna carezza, nessun sorriso, nessun calore di mano di figlio o fratello ha guidato i soffocati al varco delle tenebre. La ribellione del grande organismo ha stretto la gola aprendo lagune di impotenza al battere e levare dei dispacci, cadenza isterica dei capi senza alcuno spartito per il futuro. E sono più vive le pietre dei mausolei nelle città bloccate al sacro che i miei occhi sullo scempio di queste morti. Irreali e vive solo di lutti, le voci spasimano al conforto dei contrappunti – cercano tutte dov’è più famiglia: chi nella disperazione di un acuto, chi nell’ovatta dell’oboe sommerso. I pietosi raggi di un’aurora battono la fine del canto, mia vita: i rintocchi del principe di questo mondo lasciano spazio a una lieve tinta sul bianco funereo della notte falciata da mille domande.

Senza Franco Scaldati

A Palermo, la sera di sette anni fa ci ronzavano le orecchie di belle parole su Franco, per le voci degli amministratori in tv: lodi sperticate e mea culpa per una città che non l’aveva saputo valorizzare. Promesse a tinchitè. A Palermo, oggi manco Franco se lo ricorda che è morto sette anni fa. A Palermo, io ho ancora un progetto su di lui che voglio portare avanti ma la vita si è messa in mezzo. Intanto però ho avuto il tempo di chiedermi cose come: ma a Franco gliene fotteva di essere riconosciuto e ricordato? Gli ultimi venti anni passati a fare teatro di comunità in borgata, le mille carte sparse dei suoi spettacoli in perenne ricucitura, la lingua fatta di calli che incagliano nel dialetto lo schifo e la bellezza insieme, inestricabili, sono solo alcune tracce di un’ipotesi: la sua voglia di non restare, voglia di incidere sì, tagliare la faccia dello stupore a chi incontrava, ma senza restare. Non era un suo problema, sarebbe stato un problema dei suoi compagni e dei suoi tanti orfani artistici. Non era un suo problema, restare, perché Scaldati non c’era mai stato nel presente. Può essere? A me pare che siamo stati sempre senza Franco Scaldati e che al suo posto c’era una finestra su un mondo privo di confini tra qui e lì, vivo da prima di lui e fino alla fine di tutti noi. Il suo mondo, le voci a cui dava corda nei testi popolati da vecchi cartonai e fate dei limoni, animali parlanti e ciclisti perdenti, sangue amaro e ironia apocalittica, versacci disumani e canti poetici, giochi violenti e legami vitali, erano lumini pescati in un pozzo scavato da sempre. Che gliene fotteva a Franco di rimanere, se già lui era preso altrove e la cosiddetta attualità non faceva che nausearlo? Eppure, Franco, quante volte mi sono detto già dalla tua morte meno male che non c’è, accussì non fa più bile, davanti a una cornuteria nuova del mondo. Certo, per la città mica pareva che c’eri ormai, anche nella tua vita prima di morire. Sparito sembravi, spettro mmiscato cu niente – buttato nella cuna ostinata dell’amore, alla pesca miracolosa nell’Albergheria dei marginali, spettri loro e tu con loro, all’estrema fine di tutto. Chiunque o nessuno parla di te e io ci vado sempre, quando posso, solo solo per rinfrescare la pelle con la tua poesia e vedere cosa dicono, se sgarrano o se l’hanno capito chi non sei tu davvero.

Versetti

La mia casa è l’alba, perché tu sei la mia nuova alba. La mia preghiera è l’ascolto dei tuoi primi piccoli versi, figlio mio. Stai scoprendo in questi giorni di avere una voce e di poterla usare. Con te in braccio davanti agli altri, i miei occhi dicono: vedi come viaggio nel tempo? Guarda l’elastico che mi riporterà indietro all’infanzia da un’altra ottica, per poi lanciarmi come testimone oltre la mia corsa sulla terra. D’ora in poi sarò il tuo pontefice, anima carrabile fra te e il mondo, per tutto ciò che immagino d’avere imparato.

La mia casa è l’alba dei tuoi sorrisi col primo canto degli alati, nell’albero dietro la finestra. La mia preghiera è il sole che risorge sul mare al quarto piano della tua casa natale. Stai scoprendo in questi giorni di avere un volto e a volte con le mani non gli dai pace. Ma sei la mia pace, quando ti osservo aprendomi al tutto che ancora non conosco – ignoto che per la prima volta mi invita a entrare, dimora che mi aspetta.

Hai marchiato il mio tempo col fuoco di un atto irreversibile: averti è la certezza di non avere più accesso alla vita di prima. E la guardo come una teca dove brucia senza fine la fiamma del tutto che mi ha portato a te: mi servirà nel buio che dovrò ancora passare sapendo di averti accanto e che mi guardi. Figlio, ti ho dato il nome più simile di tutti alla parola futuro. E già ti vivo, nel presente. E già mi senti, genesi della tua Parola.

Palermo è un incendio

Il sangue dei monti è fuoco e urla di notte davanti ai vetri della grande città sigillata alla sabbia dello scirocco: gli incendiari hanno fatto vulcano del colosso di rocce che guarda i palazzi. Il monte Cuccio è striato di fiamme sotto i due pinnacoli che qui chiamano le minne dando attributo femmineo al gigante che ha nome di maschio, conferma che tutte le cose al sud sono mescola di opposti – a volte sublime concilio, altre guerra violenta. E la cenere galleggia nell’aria desertica sopraffatta dal crimine e dall’ignoranza, dall’inverosimile ottusità del bene che pure c’è e riempie i gesti degli sconosciuti, le lacrime dei muti. Furioso, il vento di stanotte a Palermo unisce il fuoco aperto sui monti al metallo forsennato delle drizze nel porto che imitano le campanelle di un pascolo. Non è normale tanta aria calda alzata a quest’ora, non è naturale il fischio della sua corsa, pensano gli insonni al balcone sullo spettro delle piazze. Poi, gli alberi di vedetta sul gomito della Cala si piegano facendo una lingua dei segni che dice: non è naturale solo ciò a cui non sei ancora pronto – sgomento di bassi esplosi da una Golf al semaforo rosso come il bagliore nel cielo su Baida. Chi corre sfidando questo vento di fiamme? Gli ignoranti scattano al verde come faville dal monte acceso alla riva nera del mare. Il giorno dopo, questo giorno, è un sabato mattina convalescente, risveglio dopo due notti di febbre innaturale del paesaggio – le foto confermano la diagnosi: gli incendiari hanno fatto vulcano del monte più alto di Palermo. E come il magma scorre alla conca mutilata della città così scorre la morte nel sangue dei palermitani che bruciano la loro madre, perché la morte di ogni cosa per denaro è l’ossigeno che li tiene in vita. E li terrà certo nel tormento di pensieri suicidi, ogni volta che le pause dal crimine daranno loro il tempo per pensare al nulla di cui sono servi. Serva della vita, invece, la natura si rinnova nel tempo lunghissimo che all’uomo non è dato e non servirebbe nemmeno.

Sorgenti

Quando tutto si fermerà, e credimi s’è già fermato, le luci del porto continueranno il battito verde e rosso che guida i natanti al rientro dal mare la notte. Lo dico perché ancora le vedo, affacciato sulla piazza che a sinistra canta nel fiotto della fontana e a destra mi offre lo sguardo sul molo. Quando tutto si fermerà, ogni notte sarà un mare alto per tutti da cui rientrare tagliando flutti di gioia o di dolore, frangenti aperti al sonno leggero o a quello profondo, sereno. Lo scafo sarà comunque preso da una fatica, in quelle notti, perché la gioia costa fatica e il dolore lo stesso, così come il sonno leggero e quello profondo, sereno. Alcuni non troveranno vento per le loro vele e le luci del porto rimarranno due occhi sgranati sul nulla. Chi troverà invece la spinta buona al rientro, questa gli sarà data dal fiato che spira in due sole correnti: quella delle relazioni che ancora donano luce, e quella della memoria di chi per lui è stato luce. Il primo vento è dei giovani che hanno maestri da frequentare; il secondo vento è il mio e mi chiama a fare memoria dei miei maestri – niente a che fare con il ricordo, ma col rinnovo di una presenza. La presenza delle sorgenti a cui ho attinto la luce che io sono oggi, in un gesto tramandato, in una musica imparata, in un sorriso ereditato e in altro per com’era esatto in passato, con me da giovane e fino a qui. Perché luce chiama luce. Così sarò io ai nuovi del mondo toccandone a me, quando tutto si fermerà – e credimi s’è già fermato – il massimo onore.

Quasi ogni pena

Il mondo può valere quasi ogni pena,
figlio che nascerai a chiunque
dopo questa attesa
dell’uomo, letargo al contrario
in primavera. Le tane si svuotano
e uno dal dormiveglia
in balcone ha avvistato animali
che prima non c’erano
– nessuno di loro si ferma
a cantare il prodigio del glicine in fiore,
tutti si chiedono invece dove sono
finiti i bambini. Ma loro
giocano, è vero, anche nel sonno
rovina amorosa di tutti
i genitori che ora stiamo diventando.