All’amore che ti ha generato

La mia anima è una salda colonna per il tuo dolore: lasciati cadere inerme, appoggiati, osso di insonnia, lembo della prima carne che ti ha generato. La mia anima ti darà linfa e i gangli attecchiranno ai giorni di nuovo. La colonna allora si dissolverà nella luce e la tua anima tornerà alla corsa: la vita è innegabile, si posa di forma in forma. Alto nel diritto, calmo nella bufera, duro alla fatica e dignitoso, darai fiamma all’amore che, già prima di questa caduta, ti ha generato per la seconda volta: come padre, hai un destino di sapiente nei misteri del buio, impatto di meteora al suolo fecondo. Ti guiderà nel semplice la forma di un cratere sulla superficie di Venere.

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Abisso

L’abisso interrompe la via piana del giorno: la serie di impegni, l’ordine prestabilito si blocca davanti all’abisso. Ci cadi per un incontro inatteso, una telefonata difficile, un agguato della memoria, un chiodo esumato. A volte è un vuoto gioioso pieno di capriole nella pancia, altre è una visita agli inferi senza anima di fianco. Può essere l’intuizione delle nostre fortune viste dall’alto o il conto millimetrico dei fastidi che cela un intero malessere. Abisso orrido, immenso, ov’ei precipitando, il tutto oblia compose il conte insuperato. Tutti gli abissi infatti, lieti o dolorosi, sono accomunati dalla dimenticanza. Dispàre il mondo nell’estasi del momento, dispàre la terra nella cuna del tormento. Se non ne esci per un bisogno primario, lo fai perché un altro è nella stanza: ti allunga la mano a spezzare l’incanto e prova un’estrazione indicandoti la via per risalire. Risalire dal bene o dal male, ma a una presenza che comunque li supera entrambi. Il ritorno allora è sempre una richiesta di conferma sulla pronuncia di un nome: oggi era il mio, e il tuo di rimando sulla via.

Atti

La cosa bella è che alla buona notizia non seguono altre parole, altre notizie, ma solo atti. E chiamare un libro Atti è la cosa più incredibile che possa venire in mente, indica già un’uscita dal libro, la fine dello studio e l’inizio del gioco imprevedibile. Dalla parola all’azione. Fatta come? Con dolcezza e rispetto, dice Simone testadura nella sua prima lettera. Se la buona notizia è che siamo liberi, gli atti successivi saziano il bisogno di conoscersi, senza scandalo per la diversità altrui. Atti sublima una richiesta che ci viene da parte celeste: ribaltamento inedito della storia che in precedenza si era inventata l’empireo per chiedere al cielo favori e miracoli. Ormai è il cielo che ci chiede di amare con la grammatica degli atti. In amore vince chi fugge, dicono, e noi siamo tanto fuggiti da averlo fatto innamorare. Certo, un dio che fa la prima mossa e cerca l’uomo per primo perde fascino agli occhi di molti. Ma la vittoria dei fuggiaschi è gioia effimera, distratta. Meglio restare, meglio ricambiare. E dare un segno di presenza – nella notte disperata come i tuoi occhi di ieri mentre ti conoscevo, posso ancora stringerti contro il dolore che sbrana le viscere e il senso, lisa, irripetibile creatura.

Stai

Una voce canta una parola aperta, Stai, disponibile a mille orecchie. Le mie ci hanno fatto casa per mobilia d’innumeri sali e scendi Roma-Palermo e, nell’aria, la bonaria invidia cacciata a volte per i tanti tutti lì che, a ogni ritorno, rispondono alle mie con le loro novità. Stai inventa la commozione senza vincoli di tempo o di materia: non è Resti, a cui serve la “res” – la cosa, l’oggetto, il corpo; ma non è nemmeno Sei, che ti definisce senza aver bisogno di alcun luogo. Stai va oltre la presenza ma richiede un posto ed è nel petto degli amici, se abiti lontano: vive prima e, insieme, dopo il presente. La sua semplicità è una rocca inespugnabile. Così a volte le canzoni diventano vestiti.

Una storia comune

Mio padre è il mio inizio. Mio padre è nato nel mese per tutti iniziale, oggi. Anche la data ribadisce la valenza doppia dell’inizio che è mio padre, per me e per tutti, usando nella cifra per due volte il numero uno. Come dire, a scanso di equivoci. Mio padre ha una storia comune, condivisa dalla sua generazione, canta la canzone più commovente di De Gregori e De André. L’improvviso iniziale del contrabbasso mi situa alla finestra di un palazzone alla periferia di Palermo, largo Strasburgo, decimo piano. Mio padre il sabato mi porta al cinema – costa ottomila lire (forse per me solo quattromila), tra gli altri film vediamo il primo Batman di Tim Burton. Mio padre va spesso in trasferta per il suo lavoro importante che non capisco e quando torna ha sempre un giocattolo da darmi: una macchinina, un robot mostruoso, un aquilone. La vita è semplice, è sempre sabato, io ho otto anni e sono una nave pirata; l’aria profuma di cortile, scambi di figurine e partite a pallone davanti ai garage, mentre papà è su a casa a riposare ma io sento lo stesso il suo sguardo su di me. Ed è per questo che la vita è semplice. Da qualche tempo, ormai consumati più decenni da quella casa e da quel mondo, sento su di me anche il suo odore. Anzi, sono proprio io. La mattina, nel letto della mia città lontana, lo riconosco: viene da me. Adesso, in qualche modo ho il suo profumo, la vita è ancora semplice e anch’io posso vantare una storia comune.

Così in mare come in terra

Se è domani che si fa memoria del loro arrivo, vuol dire che in questo momento si contemplano gli ultimi tratti di strada fatti dai ricchi studiosi pagani, in pellegrinaggio verso il non-accolto per eccellenza. Avevano i mezzi per restare tranquilli a casa loro e invece si mossero all’ignoto, adorando infine il raro momento stazionario di una famiglia di fuggiaschi. Ma il natale può dirsi vero solo dopo questo incontro e il loro prodigioso riconoscimento. Perciò l’epifania è festa ancora più antica, istituita ben prima rispetto al natale, indice di un’adesione che avviene in età adulta, consapevole, non eredità culturale bevuta come dato naturale insieme al latte materno, ovvio fin dalla culla. Fa freddo stanotte. E penso ai naufraghi, così in mare come in terra, ancora tra le orride onde o già approdati alla nostra cecità continentale. Avrebbero un attimo di calore in più contro il gelo della vita loro, se sapessero che in questo momento la sapienza gli muove incontro dei fratelli così importanti.

Una visita

Mettere in pratica un ascolto suscita gioia e movimento. Una ragazza incinta così fa una strana visita: c’è una sua parente assai più anziana, ad Ain-Karem, la zona più lontana del suo paese. La gravidanza è ancora in prima fase, ma il viaggio in carovana per le montagne terrorizzerebbe chiunque. Nulla invece è impossibile alla gioia, e la visita non ha freni: visita della quattordicenne alla cugina, di astronomi ai rifugiati, di genitori alla comunità e poi in proprio, senza più genitori, visita ovunque. Movimento. Le relazioni sono contagiose e la gioia, anche quella fraintesa, viaggia in fretta. Intanto, nel sale dell’attesa rispondente a ogni visita, chi si incontra confida all’altro auspici e intenzioni di cura per il veniente che è già lì. E danza nell’utero in sussulti di chiarezza: adesso il mondo pare un grembo e nella sua forma si capovolge facendo rotolare tutti i criteri del passato. Adesso beatitudine e miseria si cercano con furore di amanti. Da loro nascerà presto un’attenzione nuova, interesse e devozione; occhi di gioia assurda. E così un altro movimento, un’attesa e una visita.