Specchio

E gli alberi sono belli e il cielo a tinte pastello, e il mare impetuoso e i monti, vestiti di neve o non ti scordar di me. E può essere bello vero anche un mobile o una scarpa, un paesaggio islandese e un monumento vicino casa, e tutto, tutto quello che gli occhi – se pur non bello – vedono tanto splendido da provarne invidia. E può essere bella una gatta o uno strumento musicale per com’è, bello da guardare muto e dire è perfetto, nella forma e nello scopo, maledetti noi che manchiamo di quella perfezione, nella forma e nello scopo. E tutto finirebbe qui, con la cattiva considerazione di noi stessi, nata per difetto dall’aria meravigliosa che ci nutre ogni giorno, se solo non fossimo noi gli unici, gli imperfetti, ad avere la qualità essenziale perché il mondo sia tanto bello o anche perfettamente brutto: la qualità emotiva e un alito che non sa restare chiuso in bocca, né dietro gli occhi o dentro le orecchie, e non si tiene mai dall’investire ogni forma del creato si trovi alla massima portata del nostro riflesso.

Omero

Oggi, in libreria, mi è tornata voglia di leggere l’Odissea. Sono andato allo scaffale con le mille versioni dei vari editori che la propongono e di tutte mi piaceva qualcosa, nel raffronto delle sole prime righe diverse, benché a lato dello stesso testo greco. Come decidere quale portare a casa? Davanti a differenze anche grosse mi sono chiesto dove fosse maggiormente Omero, se qui o lì, e mi pareva sempre di vederlo e non vederlo, e mi pareva che questo vedere e non vedere fosse alla fine il massimo a cui potremo mai arrivare. Come fossimo ciechi per metà e ciascuno di noi allora per metà Omero; per metà una storia che tutti conoscono, e per l’altra un puro vuoto inaccessibile alla scrittura ma essenziale per l’assestamento di tutte le varianti atte a descrivere la metà illuminabile. Per questo siamo tutti delle lune e il sole anche oggi, insostenibile allo sguardo, è rimasto sullo scaffale.

Tasche finte

Nel giardino, vicino al pozzo di mattoni, un gomito di acciaio emerge dalla terra. Lì si congiunge un tubo di plastica che striscia sull’erba fino a raggiungere l’orto. La sera, con una sigaretta tra le dita, guardando il cielo scurirsi come terra bagnata, mio padre annaffia. Frutti sempre più piccoli di quelli che si aspetta riempiono ogni tanto le sue mani e un canestro sporco sulla credenza. Quando è laggiù, nascosto dalle piante dei pomodori, nell’angolo più lontano del giardino, posso sentire dal pozzo l’acqua versarsi e scendere tra i granuli, fino alle radici dove è attesa. Qui, dove il flusso dell’acqua si perde, crescono erbe dure da estirpare, infestanti dal piccolo fiore, piante dal frutto velenoso, cibo per gli uccelli. Ma non riesco a zapparle via, non riesco a riparare la falda.

Franca Mancinelli (da Tasche finte; sparso oggi qui, e molto di più ieri qui)

Precipitare

Naturalmente avevo mille cose da fare e il tavolo sommerso di fogli, pronto a scegliere su quale lavorare fino a ora di cena. Ma sono precipitato nella tenerezza. Prima di mettermi a lavoro, ho aperto per caso un album di foto che a fine gennaio aspettai si caricassero tutte prima di vederle, senza più ricordarmene dopo. Così, questa era la prima volta che le guardavo: foto al computer in differita di mesi. Ritratti di famiglia, io col maglione delle renne, persone dell’isola nostra, sorrisi fermi nelle stanze colorate da origami di animali appesi ai lumi. È stato un agguato della commozione, scavato nel petto con tutto l’amore che la nostra vita in movimento riserva alla fissità dei giorni passati. Così un tardo pomeriggio di fine marzo ho sognato di indossare il maglione che avevo a dicembre. Volevo sentirlo sulla pelle, volevo persino sudare. In questo precipizio ho capito quanto siamo belli, sentendo appieno la mitologia intima dei cari a cui ho scelto di stare vicino, sentendola senza i gradi violenti che separano la vita informe dal racconto perfetto. È stato il calore di quando, fermandoti, capisci solo quanto tempo hai perso, benedicendo il cielo e la terra per aver fatto alla fine la cosa più importante. La cosa di stare insieme. Quella che porta il frutto migliore. Un frutto a cui darai un nome e una compagnia dopo la morte.

Porta Felice

I destinati si incontreranno nella città che ha una porta Felice davanti al mare, da cui sale un asse arabo fino ai monti che, intorno a lei di spalle, fanno della città una conca vigilata dal promontorio più bello del mondo, il Pellegrino, che ha la forma di un cane a cuccia. Gli arrivati dalle acque si chiederanno sempre se dorme e un giorno si alzerà per andarsene, la bestiola di alberi falchi e santa rocca degli appestati, o se invece aspetta come Argo senza sognare altro a occhi aperti che il loro confluire dagli antipodi della sfera vivente. Nessuna pioggia di inizio primavera darà sconforto alle attese di luce che li muoverà dalle loro solitarie cune alla cala comune di tutto porto. Una fiducia, quella dell’onda impetuosa che si lancia a riva senza tema di morire infranta o assorbita, ma certa di traboccare in marea nel petto di chi guarda l’orizzonte; una fiducia ha già vinto qualunque paura della vita che li attende passando quella porta: Felice.

La voglio ogni giorno

La voglio ogni giorno e per tutto l’anno. Pazienza se alcuni mesi di più e altri di meno: mi rimetto alle decisioni della rivoluzione terrestre. Basta che abbia la mia fiala quotidiana. Averla pure avuta finora non me l’ha mai fatta sembrare normale, tanto mi serve davvero: diretta, più o meno calda, traversa, sfumata, lontana, morente. Basta che sia naturale. Che sia anzi nel nome di chi mi sta accanto, tanto mi serve davvero. Nei suoi occhi. Per accendermi come i prati si accendono, come il mare, come il cielo si accende e l’anima ignorante che non sa morire, che non sa che vuol dire e non capisce come si possa fare.

Il giorno cresce

Il giorno cresce frutti da zolle diverse e io mi sento chiamato a dire quale cosa da ogni cosa. L’alba muove l’anima vivente dei prati e la mattina è una forbice di sole nelle pause culminanti d’amore rubato al pomeriggio elastico di marzo. Il secondo tempo apre le maglie di ferro ai polsi legati e le mani si alzano a rovistare il fuoco del vespro che guida le rondini sugli alberi freschi e sulle teste alzate. La sera torniamo all’esercizio d’acqua sui ranuncoli croccanti in balcone, le falene entrano in casa dai fili dei panni stesi sul giardino che mormora nella fontana con la tartaruga schiva. Al nero che segue la cena di novilunio, i veggenti cantano la madre che tornerà alle orfane stelle e farà contenti i lupi chiarendo quale cosa è terra e quale cosa è cielo. La notte è una preghiera: fa’ che io veda il giorno di domani.