Oblio

L’oblio si ringrazia col silenzio, perché è l’unico modo di prolungarne il languore. Stando zitti si allunga il piacere del nero che scortica la pelle e ci toglie dalla mente di tutti. Dalla mente nostra persino, che vorrebbe farci alzare la testa, comporre un numero di telefono o cercare spiccioli per il bar. Il piacere della sparizione non ammette contorni. L’assenza di suono che vige nel dimenticatoio rende assurda la stessa vista degli oggetti: le forme e i colori non emettono suono, gli occhi non hanno conferme e alla lunga si tollerano come malformazioni aggettanti dall’orbita che invece deve essere libera, cava di globi superflui, pulita. La pelle addirittura sparisce, il nero finisce di scorticarla da tutte le menti del mondo. Non cadere mai nell’oblio, prima che venga il sole è il testo raffermo di una delle mie prime canzoni. Ne vivo il ricordo, la sua nascita in una mansarda davanti al mare, e vengo pescato da me stesso per l’ennesima volta. Così la tenerezza batte il silenzio e lùce nel nero. Mille volte da ragazzo giocando ho avuto la certezza che in futuro avrei avuto bisogno di me e in giornate come questa avrei ringraziato tutto quel fuoco.

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Da piccolo

Tempo fa dissi a qualcuno come eravamo piccoli ieri. Era il primo gennaio, era scattato il numero nuovo, sulla carta c’era un anno da aggiungere e io posavo sul giorno prima lo stesso sguardo di Pinocchio davanti al burattino che era. Mi vedevo appoggiato a una seggiola, col capo girato su una parte, le braccia ciondoloni e le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stavo ritto. Oggi, la stessa malinconia. Sarà che dopo la finta domenica di ieri, primo maggio, la ripresa lavorativa stacca i motori più a fondo sul tempo in declivio. La sensazione resta comunque, nitida: da piccolo ero un cane randagio che annusava l’aria curiosando in giro tra i gomiti degli altri vivi in piazza San Giovanni, giocando a fare le spugne sotto la pioggia in attesa del prossimo artista. Ed era ieri. Appena ieri, quando si è piccoli e tutti sono sagome di fanciulle che giocano col cerchio sulla fuga di un cielo verde. Il pensiero di essere già oggi altrettanto piccolo rispetto a domani non dà riparo: l’ombra sotto i portici che ho davanti è solo olio indurito.

Allargando

Se darò mai alle mie canzoni un vestito per pose da album, in almeno una cornice metterò il canto dei grilli nelle notti estive. L’ho pensato ascoltando Serbitoli di Toni Bruna ma, allargando, intanto esprimo qui il desiderio semplice di ascoltare una canzone nuova al giorno, poter essere sempre disponibile al raccolto quotidiano e, allargando, vivere con orecchie aperte pronte e bianche da scriverci sopra le impensate meraviglie degli altri e, allargando, favolare che la mia offerta sia accolta di rimando nei padiglioni sconosciuti delle miriadi umane ancora manco nate ma continuamente sul nascere, adesso come nel mistero del tremila. Potenza maggiore non so immaginarla, di quella nata dal tremolo dei parlanti nelle notti al calore.

Metà sopportazione

Il mare è salato, il sudore è salato. Il mare è il sudore della Terra e aumenta sempre di più: le acque già iniziano a coprire le spiagge nel maggese letale dei ghiacci che si riducono ai poli. La Terra fatica, da madre cerca ancora di contenere il nostro do re mi, ma canterà molto più a lungo di noi: cinque miliardi di anni le restano, finché dura il ciclo del sole che è arrivato a metà. Metà sopportazione. Poi la stella diventerà rossa – l’ho letto giorni fa – e questo granello celeste che ci dà respiro, e noi glielo togliamo, si aggiungerà alla polvere cosmica nelle anse del tempo. Avverrà una domenica perché, una volta iniziato, il conto è reperibile all’infinito. Non ci saranno più uomini a contare, ma sarà certo domenica. Una domenica come questa, il mare annegherà il cuore superstite del deserto africano. E noi saremo finalmente chiusi, completi in una storia fatta di luce solare, terra fin quando ce n’era, vita cosiddetta intelligente e altra ancora migliore: tra le rovine, vita di alberi in fiore.

Abisso

L’abisso interrompe la via piana del giorno: la serie di impegni, l’ordine prestabilito si blocca davanti all’abisso. Ci cadi per un incontro inatteso, una telefonata difficile, un agguato della memoria, un chiodo esumato. A volte è un vuoto gioioso pieno di capriole nella pancia, altre è una visita agli inferi senza anima di fianco. Può essere l’intuizione delle nostre fortune viste dall’alto o il conto millimetrico dei fastidi che cela un intero malessere. Abisso orrido, immenso, ov’ei precipitando, il tutto oblia compose il conte insuperato. Tutti gli abissi infatti, lieti o dolorosi, sono accomunati dalla dimenticanza. Dispàre il mondo nell’estasi del momento, dispàre la terra nella cuna del tormento. Se non ne esci per un bisogno primario, lo fai perché un altro è nella stanza: ti allunga la mano a spezzare l’incanto e prova un’estrazione indicandoti la via per risalire. Risalire dal bene o dal male, ma a una presenza che comunque li supera entrambi. Il ritorno allora è sempre una richiesta di conferma sulla pronuncia di un nome: oggi era il mio, e il tuo di rimando sulla via.

Stai

Una voce canta una parola aperta, Stai, disponibile a mille orecchie. Le mie ci hanno fatto casa per mobilia d’innumeri sali e scendi Roma-Palermo e, nell’aria, la bonaria invidia cacciata a volte per i tanti tutti lì che, a ogni ritorno, rispondono alle mie con le loro novità. Stai inventa la commozione senza vincoli di tempo o di materia: non è Resti, a cui serve la “res” – la cosa, l’oggetto, il corpo; ma non è nemmeno Sei, che ti definisce senza aver bisogno di alcun luogo. Stai va oltre la presenza ma richiede un posto ed è nel petto degli amici, se abiti lontano: vive prima e, insieme, dopo il presente. La sua semplicità è una rocca inespugnabile. Così a volte le canzoni diventano vestiti.

Una storia comune

Mio padre è il mio inizio. Mio padre è nato nel mese per tutti iniziale, oggi. Anche la data ribadisce la valenza doppia dell’inizio che è mio padre, per me e per tutti, usando nella cifra per due volte il numero uno. Come dire, a scanso di equivoci. Mio padre ha una storia comune, condivisa dalla sua generazione, canta la canzone più commovente di De Gregori e De André. L’improvviso iniziale del contrabbasso mi situa alla finestra di un palazzone alla periferia di Palermo, largo Strasburgo, decimo piano. Mio padre il sabato mi porta al cinema – costa ottomila lire (forse per me solo quattromila), tra gli altri film vediamo il primo Batman di Tim Burton. Mio padre va spesso in trasferta per il suo lavoro importante che non capisco e quando torna ha sempre un giocattolo da darmi: una macchinina, un robot mostruoso, un aquilone. La vita è semplice, è sempre sabato, io ho otto anni e sono una nave pirata; l’aria profuma di cortile, scambi di figurine e partite a pallone davanti ai garage, mentre papà è su a casa a riposare ma io sento lo stesso il suo sguardo su di me. Ed è per questo che la vita è semplice. Da qualche tempo, ormai consumati più decenni da quella casa e da quel mondo, sento su di me anche il suo odore. Anzi, sono proprio io. La mattina, nel letto della mia città lontana, lo riconosco: viene da me. Adesso, in qualche modo ho il suo profumo, la vita è ancora semplice e anch’io posso vantare una storia comune.