Fisicamente

Ho la finestra chiusa ma ogni goccia di pioggia sull’asfalto finisce lo stesso dietro la nuca. Negli occhi mi sfrigola un soffritto di paprika e cipolla da stamattina. Le spalle sono tiranti di un aratro che pettina il campo per la stagione della coltura. Se giro il collo le ossa cantano come noccioline in un bastone della pioggia. Sulla testa il covone dei capelli allungati per evitare il barbiere si fa piombo a ogni asciugatura e mi sbilancia di lato. Il fiato corto dà ritmo sincopato all’ansia che arrovella i subbugli dello stomaco vuoto. Ogni gesto accavalla sui muscoli fiacchi l’ennesima piega come sulla carta per cavarne un aereo affilato. La gola è un pozzo che non guardo ma forse al fondo c’è polvere di vetro. Mi dico: è metà novembre, è sempre stato così, le noie fisiche dell’umido, il fastidio oculare del grigio nuvoloso, lo schiaffo dello sbalzo termico tra fuori e dentro. Cosa batte nella testa iperbarica? Il sonno arretrato, la scaletta degli impegni, il richiamo dell’orologio, la voglia di non fare niente, la telefonata di ieri sera, e ben altro che più compone l’essere vivi. Sorrido, ma non si vede. Non si deve vedere: è il patto tra gli orsi felici e il letargo.

Per capire

Il mondo mi serve ormai solo per capire quanto mi manchi, se mi occupo di lui e non di te. Mi serve per ricordare la distanza in altezza che ormai c’è tra te e qualunque altra cosa definivo importante. Il mondo a cui non ti sottrarrò lo userò come linguaggio per rispondere alle tue domande senza paura di dire non lo so, vieni qui, abbracciami. Il mondo da cui inizierò a proteggerti non sarà il grande fuori, ma il mio incontrollabile e ancora non risolto al di qua della pelle. Ascolto un relatore e mi chiedo se intanto arricci il naso ridendo a tua madre. Studio da due ore e aspetto di sentirti sveglio per venire a prenderti. Sto mezza mattina fuori e spero di tornare in tempo per vederti mangiare la pappa con la bocca a forma di oh. Non ti insegnerò niente ma ti presenterò al creato: piante, questo è mio figlio; mare, nutrilo quando sarà un’isola; musica, sarai toccata dalle sue mani; curiosità, tienilo sempre con te; luce, sei sua madre. Aiutami a starci insieme per sempre.

Non ho mai scritto

Non ho mai scritto nulla a cui tengo di più: da oggi sul “Diario di passo” di Franca Mancinelli trovate sette poesie dalla mia raccolta ancora inedita Nella Camera – esercizi dell’attesa. Questo è il link per andarle a trovare. Vedete come la gioia disseta ogni parola asciutta di questo annuncio?

Marco Bisanti, sette inediti da “Nella camera. Esercizi dell’attesa”

C’è un mondo

C’è un mondo dove un campanello di bicicletta fa crollare interi edifici. Nessuno vuole morti sulla coscienza, così tutti lavorano al silenzio. Ci sono ospedali del silenzio che curano le persone dove emettono suoni alti: un buco a fischietto tra i denti rotti, una nocca dallo scrocchio eccessivo, una caviglia pigra che fa strisciare il piede. Ci sono fabbriche del silenzio che catturano e impacchettano vuoti d’aria da usare in casa o in vacanza perché non si propaghi il suono. Ci sono scuole del silenzio che agli alunni insegnano il labiale, a scrivere senza poggiare la mano sul foglio e a leggere i libri evitando il fruscio delle pagine. Ci sono le chiese del silenzio dove si prega perché a nessuno scappi un colpo di tosse o uno starnuto durante la cerimonia sul velluto. Ci sono interi stadi e impianti sportivi per il gioco del silenzio che non perde mai nessuno e infatti giocatori e spettatori pernottano almeno due giorni sugli spalti. Ci sono ovviamente i vigili del silenzio che monitorano ogni campanello o altro oggetto pericoloso, specie nelle aree urbane, piene di edifici a rischio crollo. Ci sono cimiteri del silenzio che se ci vuoi andare devi prenotare mesi prima, perché solo lì si può parlare, si può suonare, solo lì si può ascoltare, ridere a piena bocca e fare anche un applauso. Ovviamente, in quel mondo i cimiteri sono pieni di biciclette.

Vite al limite

Siamo tornati ieri da una settimana al mare, sull’altro versante dell’isola. Mi mancano il silenzio e la vicinanza della nostra camera alla riva: di giorno, possibilità sempre aperta di fare un tuffo; di notte, ninnananna di spuma sotto le stelle. Ma questa casa di città in cui siamo tornati, in fondo, è una delle più vicine di Palermo al mare, benché la Cala sia interdetta ai bagni e certo silenziosa solo prima dell’alba. Appena arrivati qui, a febbraio, a ogni stretta di timore per il futuro imminente mi rifugiavo nella possibilità di controllare dal balcone le navi che ogni giorno vanno e vengono da Napoli o Genova. Questa visione – sentivo – mi ridarà sempre in bocca il gusto di essere appena arrivato e di restare in uno dei punti di questa città idealmente più “vicini” a Roma, non mi farà mai dimenticare la sensazione di avere le spalle ancora leggere e, se ne avrò proprio bisogno, asseconderà l’illusione di poter prendere il largo allungando un passo sul ponte della nave. Anche durante la quarantena, nel silenzio immobile del porto, ogni sabato a mezzanotte si muoveva il traghetto della GNV, bucando l’idea di essere tutti in gabbia e aprendo misteri sulla sua attività inconsueta. È la fortuna di chi vive al limite, non per collaudare le possibilità estreme del corpo, ma rubando invece qualche sogno a uno scenario di confine, zona molle del paesaggio che vive di transiti. Stasera mi affaccio sulla piazza e mi chiedo: di cos’è fatta la bellezza dei tuffi non programmati, cosa fa scattare la meraviglia delle ninnananne marine? La permeabilità dell’ambiente, forse, e il ricamo possibile di un segreto: caratteri di ogni vita al margine. La spiaggia, così, è lontana; il silenzio è una chimera. Ma ho in tasca un po’ dell’oro che lùce sull’altro verso dell’isola.

L’inutile previsione

A volte mi manca la quarantena. L’avevo inutilmente previsto, è realmente successo. In quarantena ogni cosa è giustificata e tu accetti molto di più gli eventi, nel bene e nel male. La quarantena è un’educazione ai desideri semplici, un invito a guardare la tua anima sulla piazza vuota, la fecondità scandalosa del silenzio, la meraviglia della città nuda, il collante umano dell’incertezza. Come durano poco gli insegnamenti della quarantena! Durano come il ricordo di un sogno che non supera l’ultimo sorso di colazione. Siamo di nuovo affamati di tutto. Anzi, siamo iper-affamati: vogliamo avere il possibile attuale e recuperare il possibile interdetto in quarantena. Che buffi! Pensavamo davvero di saper rinunciare a qualcosa. Pensavamo di poter imparare qualcosa. Pensavamo davvero che ci mancassero gli amici. Invece, era la nevrosi di star dietro a tutto che ci mancava; ci mancavano le mille occupazioni utili per non ascoltare; la possibilità di negarci alle chiamate degli amici. La finestra della clinica ostetrica davanti al mare, ricordo, era sempre accesa nella notte come un faro che guidava nel buio l’approdo delle nuove vite su questa terra. Adesso la finestra è una luce fioca tra le altre della gelateria davanti, della panineria spagnola in franchising a destra, delle mille macchine che corrono sulla strada accanto alle barche. Da quella finestra il battito dei tracciati ecografici usciva sotto gli alberi della piazza con la fontanella unendosi al canto degli uccelli e ai grilli elettronici del semaforo solitario. Ora il battito e i calci delle vite in arrivo sono soffocati dalle grida dei palermitani a passeggio nell’estate. Solo, ogni tanto, un piccolo gruppo aspetta davanti al portone della clinica e tu sai che non è in fila per il gelato; non fa il turno in panineria; non cerca un buco dove parcheggiare l’auto nella selva di lamiere che ha soffocato la piazza. Quel piccolo gruppo vive ancora un’attesa, una personale quarantena dal superfluo. Così, in mezzo alla volgarità del fracasso umano, continua lo sbarco della vita nuova. Ma è più difficile sentirlo, più complicato vederlo, quasi impossibile raccontarlo.

 

Un fatto eclatante

Com’è assodata la nuda altezza delle Dolomiti così, a un certo punto della loro vita, alcune persone diventano semplicemente fatti e, ogni volta che li abbiamo davanti, ci basta guardarli per essere certi (almeno) di qualcosa. Una di queste è padre Pitarresi che ancora, ben oltre gli ottant’anni, dice messa nella chiesa in via delle Croci, a Palermo. Sobrio, asciutto, sorridente, quando lo guardo sono certo di essere stato bambino, riconosco la strada lunghissima che può fare un’anima semplice e mi stupisco di quanto la salute dello spirito riesca a mantenere quella del corpo. Sulle prime, alla mancata compiacenza del suo ministero è facile preferire tanti che spiccano per eloquio roboante, attivismo febbrile, finezza intellettuale o carisma comunitario: esplorazioni decisive, il cui massimo valore resta però quello di illuminare il ritorno all’essenziale. Nei vari lustri, così, rivedi ogni tanto don Giuseppe – il giusto per ripeterti c’è ancora, come le montagne – e alla fine il suo antidivismo brilla come brilla il vincitore di una maratona che per tutta la corsa era sembrato il più lento. La costanza rocciosa di alcune sue caratteristiche è svettata in tarda età su ogni altro fuoco d’artificio pastorale, assegnandogli per me il raro status di “fatto eclatante”; esempio di come si possono scoprire gusti sempre nuovi nello stesso piatto di minestra e tesori sempre più preziosi solo scavando nello stesso punto della miniera che pare esaurita; specchio di una lunga vita ormai più eloquente di qualsiasi parola possa dire egli stesso. Non che abbia smesso di ascoltarlo, anzi! L’apparente immutabilità della sua predicazione è il contrario della stasi spirituale: è scalpello che toglie ancora il superfluo, esercizio continuo di ascolto filiale, scalata verso la semplicità della proposta ai fratelli. Da lui arrivano meditazioni e spunti che hanno la bellezza della nudità, come di una fede ormai faticosamente senza vestiti e tanto ridotta all’osso, ma sentitissima, da risultare quasi fuori dal tempo, quindi calzante in ogni tempo. La mascherina che oggi per la prima volta gli vedevo sul naso era l’unico segno contemporaneo che portava addosso, fondamentale conferma del suo esserci ancora, nel presente, ma con tutta l’affidabilità e la serenità di un’esperienza che non è più in gara con niente, né con un glorioso passato né col desiderio insoddisfatto di avere di più – lui ormai (o forse da sempre) è solo ringraziamento. La familiarità della sua voce e dei suoi intercalari all’udito di molti basta per sciogliere tra i banchi un po’ di gelo nel petto. Padre Pitarresi ricorda che la vita è fatta di cinque o sei eventi fondamentali al massimo e, per la maggior parte invece, quasi sempre cioè, di mille e mille piccoli gesti tra noi e i nostri cari: sono questi ad aver bisogno di una cura costante. Come dire, don Giuseppe, non la capriola più alta ma il pane quotidiano è il segreto di una vita felice.

Trenodia

Si può anche cercare di descrivere la singola onda del mare, unica e irripetibile, confusa nel groviglio di sale e acqua che non ha vuoti. Ma quando non si trovano parole, nemmeno a cercarle negli abissi e più giù ancora, fino alla crosta ardente del pianeta, non resta che imparare dal silenzio – materia disegnata dalla musica, legge d’acciaio impalpabile che governa lo spazio tra le note. Il compositore monrealese Davide Matera mi aveva mandato in piena quarantena l’anteprima di una trenodia che stava scrivendo nei giorni più duri degli ultimi mesi. Come un fiotto ingovernabile, estrazione liquida di una pietà umana. Dopo molto tempo, con sofferta liberazione, ho capito che non potevo restituirgli la generosità con un controcanto di parole: niente come la musica risveglia il tempo e i frammenti di vita in tutto il loro composto emotivo, fisico e psichico. Niente come la musica si presta alla memoria di un evento. Ora che la composizione sta facendo il giro del mondo, sento molto meno il peso di un contributo. Ora che posso ribadire il mio scandalo per la mancata memoria nazionale di tante morti, all’indomani delle attività e del chiacchiericcio ripresi tali e quali, mi limito dunque a rilanciare il suono di questa musica col balbettio di alcune righe nate al primo ascolto. Un tentativo impossibile di descrizione della Threnody for the victims of Sars-CoV2 (for voices and orchestra).

Tu sei morta, mia vita, e io respiro? Tu sei da me partita per mai più tornare e io rimango? La musica soccorre una voce inconsolabile ed è rimescolo di frequenze spettrali. Il fiato e la durata ormai cancellati siano tutti per questo canto: senza gioia di cetra passi dal mio silenzio al vuoto dei corpi sui carri, vagoni di memoria passata alla polvere senza la compagnia dei rimasti. Nessuna carezza, nessun sorriso, nessun calore di mano di figlio o fratello ha guidato i soffocati al varco delle tenebre. La ribellione del grande organismo ha stretto la gola aprendo lagune di impotenza al battere e levare dei dispacci, cadenza isterica dei capi senza alcuno spartito per il futuro. E sono più vive le pietre dei mausolei nelle città bloccate al sacro che i miei occhi sullo scempio di queste morti. Irreali e vive solo di lutti, le voci spasimano al conforto dei contrappunti – cercano tutte dov’è più famiglia: chi nella disperazione di un acuto, chi nell’ovatta dell’oboe sommerso. I pietosi raggi di un’aurora battono la fine del canto, mia vita: i rintocchi del principe di questo mondo lasciano spazio a una lieve tinta sul bianco funereo della notte falciata da mille domande.

Palermo è un incendio

Il sangue dei monti è fuoco e urla di notte davanti ai vetri della grande città sigillata alla sabbia dello scirocco: gli incendiari hanno fatto vulcano del colosso di rocce che guarda i palazzi. Il monte Cuccio è striato di fiamme sotto i due pinnacoli che qui chiamano le minne dando attributo femmineo al gigante che ha nome di maschio, conferma che tutte le cose al sud sono mescola di opposti – a volte sublime concilio, altre guerra violenta. E la cenere galleggia nell’aria desertica sopraffatta dal crimine e dall’ignoranza, dall’inverosimile ottusità del bene che pure c’è e riempie i gesti degli sconosciuti, le lacrime dei muti. Furioso, il vento di stanotte a Palermo unisce il fuoco aperto sui monti al metallo forsennato delle drizze nel porto che imitano le campanelle di un pascolo. Non è normale tanta aria calda alzata a quest’ora, non è naturale il fischio della sua corsa, pensano gli insonni al balcone sullo spettro delle piazze. Poi, gli alberi di vedetta sul gomito della Cala si piegano facendo una lingua dei segni che dice: non è naturale solo ciò a cui non sei ancora pronto – sgomento di bassi esplosi da una Golf al semaforo rosso come il bagliore nel cielo su Baida. Chi corre sfidando questo vento di fiamme? Gli ignoranti scattano al verde come faville dal monte acceso alla riva nera del mare. Il giorno dopo, questo giorno, è un sabato mattina convalescente, risveglio dopo due notti di febbre innaturale del paesaggio – le foto confermano la diagnosi: gli incendiari hanno fatto vulcano del monte più alto di Palermo. E come il magma scorre alla conca mutilata della città così scorre la morte nel sangue dei palermitani che bruciano la loro madre, perché la morte di ogni cosa per denaro è l’ossigeno che li tiene in vita. E li terrà certo nel tormento di pensieri suicidi, ogni volta che le pause dal crimine daranno loro il tempo per pensare al nulla di cui sono servi. Serva della vita, invece, la natura si rinnova nel tempo lunghissimo che all’uomo non è dato e non servirebbe nemmeno.

Nella camera

Attendiamo una vita che cresce sempre più nella camera, lasciando al vuoto delle strade la nostra vittoria contro l’infinitamente piccolo e invisibile. Molto viene alla luce durante il riparo da un’epidemia. Nella vigilanza dei primi sintomi, l’attesa di due persone diventa l’attesa del genere umano. Come l’aratro suscita i minerali negli strati fondi del campo, rovesciando zolle al sereno variabile di marzo, così la gabbia dei nostri abbracci rivolta la pelle al primo senso dei legami, antica necessità dei corpi. Galleggia il tempo all’ingresso del porto che dà il nome alla città. Negli ultimi giorni di chiuso, ha iniziato a sfilare sotto il balcone e sempre allo stesso orario, quando scende la sera, una creatura mai vista prima. La puntualità del suo passaggio, dall’inizio dell’epidemia, ricama davanti alla mia finestra l’attesa di un nome: continuerà a passare finché non glielo daremo. Quante volte ho creduto che Adamo ed Eva avessero esaurito il compito per tutti! E invece. Il sole ci chiede ogni giorno un battesimo diverso.