Fine stagione

La capanna dei due cuori non c’è più. Uno è il mio, l’altro è blu del mare che già hanno smontato, aprendo la sabbia a un disordine temporale: il quindici settembre è sì finita la stagione balneare ma non ancora l’estate, che invece muore domani aprendo la via ai brividi autunnali. Questo lieve smottamento di una settimana sul cambio di nome al paesaggio lascia sempre un varco aperto per l’intero autunno, sulla dorsale marina che a sud risalgono i corsari nelle giornate ancora di sole, per rubare anche in ottobre o a novembre un tuffo a Mondello che riunisca i due cuori, ma breve e senza il tempo di costruirci di nuovo la capanna. Solo restare avvolti in un telo che apparecchia il ricordo della stagione finita e il sogno del mare prossimo in cui ridestarmi fra un anno. Con tutta la vita in mezzo e inesplorata ancora da attraversare.

Annunci

Inaudito

A quest’ora della giornata ormai prossima all’attracco, ma ancora presa nelle manovre di ingresso al porto, anticipo il silenzio che la notte può donare a una città. Già prima di cena, si esaurirà la tosse dell’asciugatrice in funzione perenne nella lavanderia sotto casa. Il suono delle posate sui piatti, poi, sostituirà quello nervoso dei clacson in piazza lasciando le auto libere di scivolare lontano. Più tardi ancora, solo una risata alcolica dal marciapiede o i gomiti del carro netturbino graffieranno l’audio televisivo azionato dopo cena. Messa a tacere ogni scatola collegata alla corrente, la notte si stenderà in balcone sul filo d’acqua della fontana nel giardinetto del condominio. Reciso quell’unico mormorio, sentirei ancora il respiro della città, i lontani echi della veglia romana che fluttua nell’aria ingiallita dai lampioni. Lasciando però tutta questa antichità al buio pesto delle ore più nuove, in glorioso blackout fin oltre il raccordo, e superati i grilli delle campagne mute fino al lido più vicino, riuscirei a sentire il rumore del mare, qui, dalla mia ringhiera urbana. So bene che ci riuscirei. Ma ho paura che ormai ingestibile, questo infinito calando, abolita ogni forma di vita sonora tra il mio orecchio e la costa, non smetterebbe più di ingoiare il suono successivo e a quel punto sì, anche il battito marino, costringendo il moto delle acque salse alla stasi definitiva per il mio languore esagerato. Così il troppo amore, ho sentito dire, spesso uccide l’oggetto amato.

Gravità

Ieri a punta Raisi abbiamo ottenuto una piccola licenza dalla gravità, sorvolando per cinquanta minuti il Tirreno dentro un verme di ferro e titanio a forma di croce. Dopo vari mesi di asciutto invece, oggi Roma è stata bersaglio di una feroce richiesta d’acqua: la gravità ha preteso dalle nubi che mutassero la città in laguna, facendo Nilo attorno alla Piramide Cestia e acquario nei tunnel delle metro A. Così il grave distacco dall’isola, concessomi dalla palla di fuoco ardente al centro della Terra, mi è costato il pizzo di nostalgia acquosa che ha spostato la nostra capitale ad Atlantide. I turisti non sanno nulla di questo cambio, loro non distinguono tra le rovine: hanno pagato per camminare tra le vestigia di un impero e mirano invece il crollo di una diga. Per l’intera mattina, casa nostra è stata una barca in alto mare, lampara nel buio della notte distante da qualsiasi faro. La gravità, nel gioco tra luna e marea, è stata clemente e la navigazione non ha subito ritardi eccessivi, facendoci approdare alla costa pomeridiana e scendere di nuovo solidi e all’asciutto. Chissà se e quanto ci costerà, esserci salvati dalla bufera; se e quanto ci sta già costando adesso. Se c’è in tutto un equilibrio.

Evaporare

Dopodomani tornerò distante mille chilometri e inizio già a perdere peso. La bilancia non lo dice ma sto evaporando. Con buona pace del Bardo, siamo fatti della stessa sostanza dell’acqua. In due giorni, il sessanta per cento del mio corpo migrerà in un altro stato, lasciando a questa terra isolana poco più delle mie ossa. I cari e gli amici ormai hanno riempito i loro discorsi di appuntamenti con l’idraulico e visite da fare ai cugini e serate da passare insieme che non mi riguardano più. Finché sono ancora qui, io cerco pure di guardarli negli occhi mentre parlano, seguo i fili che si passano tra le mani e cerco di inserirmi, ma in cambio ricevo solo sguardi come richieste di perdono: scusaci, nessuno ci ha ancora insegnato a vedere i fantasmi. Forse, ormai trasparente, riuscirò a fare un tuffo anche sabato mattina. L’aereo mi decollerà a ora di pranzo, lasciando rotolare la mia testa sull’ultima spiaggia, espressione che allude al mare come massimo emblema dell’occasione. Mare mesto del nono mese, sei dell’anno il più bel parto, che la doglia più scavata è dal cordone tuo il mio stacco. Ogni anno metto tanti legami d’amore a ineterno riposo. Ogni anno rompo le acque come partendo per la stazione spaziale internazionale. Ogni anno ne certifico lo sgomento. Quante volte si può scrivere la parola adesso per cercare inutilmente di fermare il tempo?

Cucciolo

L’estate mi fa sentire ancora piccolo, per ciò che piccolo significa vivere una condizione in fondo ancora recente, nuova. La stagione delle più facili ferite sulla pelle rinnova una vicinanza col mondo naturale degli elementi ormai rara e sempre troppo breve per darci occasione di maturarla come stato davvero acquisito. L’estate è la reiterazione di una maturità fisica irraggiungibile. Avendo la tana in un’eterna città, e per tanta parte dell’anno gli occhi sottratti al mare, maneggio e interagisco quasi soltanto con plastiche inanimate, coprendo urbanamente la pelle dagli sguardi altrui e dal fresco, che ogni notte di più incoraggia l’inverno a entrare. L’estate ci fa nudi, invece, di una nudità molle che non avrà mai il tempo di diventare adulta nell’indurirsi della pelle. La prima donna, la più bella del creato era nuda all’ombra degli alberi, incantava le bestie con un solo sguardo, ma le radici del terreno avevano maturato le piante dei piedi anche a lei. D’estate invece noi capiamo di essere gatti coi cuscinetti per sempre rosa sotto le zampe. Le ginocchia sbucciate da una caduta in campagna, il naso ustionato pur sotto la tesa, i capelli salati del rientro a casa a piedi, i taglietti sulle mani gonfie per i rami spezzati alla brace, le braccia picchiate dalla pallavolo in spiaggia: cuccioli siamo. Pur gravati dai nostri trenta, quaranta, cinquanta e ancor più anni, ogni stagione che ci scopriamo rinnova la nostra parte incallita di immaturità. E così per sempre, davanti alla natura avremo un corpo da bambini.

Muro

I letti singoli delle mie stanze di ragazzo, dove dormo ancora se passo la notte senza compagna, qui in villa come a Palermo, hanno tutti un versante addossato a parete. Una delle mie più care memorie fisiche è legata a questa disposizione: incastrare la fronte tra lo spigolo del materasso e la fresca pelle del muro, sia quando cerco un appoggio negli attimi in cui vacillo ancora tra la veglia e il sonno, sia dopo essermi addormentato, quando ormai nuoto nell’alto mare aperto dei sogni. La mattina mi alzo e davanti allo specchio mi accorgo di avere dei frammenti di intonaco appiccicati all’angolo della fronte. In effetti, guardando il letto, la parete all’altezza del cuscino è quasi del tutto scrostata e, anzi, nell’evidente cava allargata da questo lavorio notturno si notano anche degli strati intermedi tra il primo colore liscio e gli ultimi grani del cemento, come se in quel punto si mostrasse l’anatomia cutanea della casa nei livelli di epidermide, derma e ipoderma della stanza. Fino a stamattina ho trovato una nuova parte di muro sulla via del sopracciglio destro, come se ogni notte il nido concepito fra materasso e parete subisse una minuscola variazione di altezza. A forza di sognare, mi sono detto, finirà che lo abbatterai questo muro.

Civiltà

In alcune civiltà io sono già morto. In alcune civiltà africane, dove la vita media piomba rispetto ai parametri di questa latitudine, io sono già morto: a cento metri dall’ombra più vicina, in cerca d’acqua o sbranato da una leonessa. In alcune civiltà del medio oriente, dove nasci e muori nel giro anche solo di tredici anni con lo stesso mitra in spalla, io sono morto di sicuro: è stata già una fortuna arrivare, zoppo o mutilato da una mina, a vedermi spuntare i primi peli sul viso. E nella civiltà pure a questa altezza dall’equatore, risalendo all’unità di Italia (sentivo oggi alla radio), io sono già morto: nel 1861 si viveva fino ai trentadue o trentaquattro, così sono morto già da due anni, per un virus contratto dagli animali nei campi. Io, rispetto a molte vite medie, sono già morto. Non morto alla vita media, per dire che mi sono elevato al grado di eroe o di rock-star, no: solo morto e sotterrato, coperto di rami, coperto di sassi, coperto di terra, coi vermi accasati nelle orbite. A volte, capita di sentirsi parte di altre civiltà più che di questa, e stupirsi di recitare l’eterno riposo a mente, ciascuno usando il proprio nome. Oggi, non vedo quale occasione migliore di questa: civiltà e vita ancora sinonimi.