Fatto bene

Penso al parametro di giudizio più usato sulle serie tv: è fatta bene, è fatta male. E mi sento come un utente di Netflix che inizia a stancarsi e vuole spegnere. Mi riferisco al film sulla guerra in corso. Non si tratta più, infatti, di parlare come cittadini che pretendono una buona informazione; si tratta di parlare ormai come spettatori che pretendono una storia fatta bene. Credibile cioè. Fin qui la propaganda (segno lampante che chi deve decidere ha già deciso cosa fare, a prescindere dal nostro volere) se l’è cavata: dalle storie di nozze fra soldati ucraini intrappolati, agli U2 che suonano in una metro a rischio bombardamento. Un racconto non deve essere credibile, dev’essere l’unico. Se non ce ne sono altri, sarà creduto. Per questo si vede un film alla volta in uno schermo solo, e non due in due schermi insieme. Qui assistiamo a un solo racconto in effetti, perciò finora lo abbiamo seguito senza tanti problemi. Ditemi voi però se il film non comincia a stancare. L’altro giorno, la felpa di pile di Zelensky è stata venduta a un’asta londinese per 105 mila euro. Ieri una competizione europea di musica è stata vinta dall’Ucraina, forte dell’appello di Zelensky. I musicisti vincitori hanno dichiarato: ora torniamo a combattere. Il principio di spettacolarizzazione che uniforma i diversi piani della realtà, però, vorrebbe che anche la Russia vincesse qualcosa. Altrimenti, per quanto sia l’unico, anche questo racconto inizia a diventare poco credibile. E noi a dire che non è fatto tanto bene, che i fatti che ci propinano sono fatti e strafatti e a noi, gente perbene, non piacciono gli eccessi. Zelensky, al momento tutto quello che tocchi diventa oro: avrei un dente da sostituire. Senza impegno, quando hai tempo. Tra una guerra e uno show.

Tenerezza

Nel 2007 attivai il google alert per la stringa jorge luis borges. Da allora ricevo mail quasi ogni giorno coi link alle citazioni web dell’autore su cui feci la tesi di laurea. Volevo restare sempre aggiornato, per trarre spunti utili a convertire quel mio lavoro in un testo meno accademico da proporre a un editore. Sono passati quindici anni. Ancora oggi, quando arriva l’alert nel flusso di nuovi messaggi, penso alla fiducia che mi spinse ad attivarlo; penso con tenerezza al ventiseienne che non voleva fare il giornalista – quale già ero – ma lo studioso e lo scrittore; penso al sorriso metafisico con cui Borges avrebbe commentato l’infinità di sue citazioni, perfetto ricalco e simbolo della babele che lo aveva mosso a scrivere tanti racconti e saggi. Il mio fiume è passato senza sosta da allora, ha cambiato più volte la stessa conformazione del paesaggio, tra lunghe secche e piene improvvise, levigato molti sassi e alimentato faune diverse, nelle curve della mia vita personale e professionale. La stringa jorge luis borges rimane ancora attiva però. Passerà qualche altro anno così, altra acqua sotto i ponti e forse un giorno, seduto su una panchina davanti al fiume, incontrerò il me stesso ventiseienne: cosa potrò dirgli, a parte che si tratterà di un sogno, per tranquillizzarlo? Cosa mi chiederà, avendo in risposta soltanto l’enigma dei miei sorrisi? Cosa chiesi a me stesso, senza nemmeno sapere chi ero?

Ulisse per sempre

Itaca non sarà mai più la stessa. Argo ti ha aspettato, così tua moglie e tuo figlio ormai cresciuto. Tu non sarai più lo stesso di vent’anni fa. Non smetterai mai di tornare. Avrai molti anni di racconto a loro e loro a te per ricucire la trama di un’assenza. Ma la coperta sarà sempre troppo corta. Nel quotidiano, i segni di un tempo incolmabile: in un gesto mai visto prima, una smorfia, un’abitudine, uno scambio di sguardi tra loro che non ti appartiene. Fino all’ultimo giorno, nel tuo letto, con l’ultimo saluto. Per sempre. E chiuderai gli occhi davanti all’ennesima scoperta: solo l’amore compensa le assenze irrecuperabili. Alimentato desiderio di conoscere l’altro, le sue terre straniere che ti vivono accanto.

Tutto vero

Aumentano i giorni passati dal taglio improvviso, inaudito, e tutti iniziamo lentamente a sentirci di nuovo: dopo la forte detonazione l’acufene scema ridando corpo e volume alla voce del tempo in cui siamo rimasti e rimarremo. La voce dice: è tutto vero. Quando inizi a sentirla è una persecuzione; a volte sei equipaggiato di faccende, altre volte il pugnale corre senza problemi. Amerei che per gradi questa voce diventasse una compagnia con cui edificare l’altare delle cose più belle, accanto a quello dove è accaduto il taglio. Per quella stessa verità, rendere onore al buono che c’è ancora – e farlo buono vero; alla sua insegna rifare gli indirizzi che avremo da esplorare – e renderli orizzonti veri. Finché un giorno ci accorgeremo della cicatrice sottile di cui sarà anche fatta la nostra pelle, insieme agli altri segni particolari, e saremo semplicemente noi, nell’intero, fatti così. Col tempo, diminuiranno le incisioni e gli agguati al ritorno di questa voce. Alla lunga ognuno avrà l’intero di sé stesso da abitare come un tempio, realizzando di poter dire finalmente di sé e non più d’altro: sono io vero. Tutto vero.

Le cose non finite

Le cose interrotte, non finite e lasciate a metà nessuno le adora, sono spesso le prime indicate come segno di inconcludenza, nutrono le accuse di incapacità di concentrarsi e andare a fondo, il famoso “combinare qualcosa nella vita”. Vero, anche. Esiste infatti tutta un’altra tipologia di cose non finite e lasciate a metà che invece esprimono la vita al massimo selvatico della fioritura: l’album del primo anno di vita di tuo figlio ancora da compilare, il tuo piatto preferito davanti alla sedia vuota mentre corri via, il pigiama che ritrovi sotto i pantaloni tornando da una notte di pronto soccorso amicale, le poesie che iniziano con la minuscola e non hanno il punto alla fine, la pelle salata sotto i vestiti che indossi una sera d’estate a cena, le chiavi lasciate appese alla porta di casa perché tu intanto

Aspetta

Ho aspettato molto, compreso tanto e ringraziato, ancora aspetto, capisco il mondo ma logora questo, vorrei andare oltre, non so andare né ancora aspettare e, se un giorno arriverà, mi sentirò la settima scelta, di esserci in via fortunosa, non per diritto o per merito, ma darsi importanza da soli è ridicolo, sta a voi, mi avete detto lo sei ma aspetta, così un lavoro e un’attesa, poi una conferma, la conferma e un altro infinito silenzio, nulla ai miei chiesti aggiornamenti, vedo molti passare davanti, non voglio passare, voglio solo sapere, non mi arpionate all’attesa altrimenti aspetto, sappiatelo e sappiate che basta, ormai non sono più, è andata oltre, l’attesa abita ora una pietra, qualcosa risorgerà, ma non sarò più io, né più questo io, avrò il mio nome sul titolo, ma l’ira eclisserà la lusinga: aspettare oltre – e io sono oltre – muta in furie contro le sbarre, in bestie che non vogliono uscire, solo piegare i ferri e poi restare, al riparo dalla pioggia che l’anima ha già traversato da anni, e da lontano le guarda, le bestie sue, nella calma più arresa e totale, scrivendo questi fiumi e sperando che non si leggano, ma siano carezza alle furie in attesa, che è attesa di non uscire.

Crescita felice

Ieri sera, mentre noi cenavamo, Arturo è stato per un pezzo da solo in camera sua a giocare. Non era mai successo prima. Gli avevamo chiesto se voleva sedersi con noi in cucina ma aveva rifiutato seccamente. Ora torna, ci siamo detti, mettendoci a tavola. E non tornava. Non so quanto è durato, ma abbastanza da farci la mangiare la zuppa di cavolo nero alzandoci tre volte con passo felino per vedere che stava facendo in silenzio, nella massima concentrazione, lontano dai nostri occhi. Ci siamo commossi. Sa che siamo qui, abbiamo detto, che se vuole può venire, e questo gli dà abbastanza sicurezza per restare da solo a fare una torre alta di mattoncini. Quella scomparsa dal nostro raggio di osservazione ci ha scaldati con la tenerezza dei rami verdi, elastici e forti per assecondare la crescita esponenziale di ogni tessuto. Come già successo, per esempio l’unica volta che si è addormentato da solo a letto, commovente è stata l’idea di dire addio alla versione di noi che rispondiamo a un suo bisogno. In queste occasioni si rivive la gioia senza riserve che provavamo da piccoli a ogni scatto evidente di crescita, quando una capacità appena acquisita ti fa sentire importante e unico sulla terra. Non avrei mai pensato che crescere potesse farmi ancora felice a quaranta anni. In tv c’era Sanremo coi suoi intermezzi retorici fra le canzoni. Arturo è tornato in cucina, ha ballato per tutta la cover di Live and Let Die, poi è andato a letto con la mamma. Eravamo tutti più grandi.

Una foglia

Mi hai regalato una foglia secca intatta ancora dopo oltre vent’anni. Foglia di platano aperta e grande come una mano piena di vene e buchi del tempo. Se la fisso in silenzio, alita una musica di nove minuti e cinquantacinque. La ascolto ora dopo almeno dieci anni che non osavo guardarla e mi trovo seduto nella mia stanza di ragazzo. La fiamma della candela mi attira sul blu che avvolge lo stoppino e quasi mi dimentico che colore ha il fuoco per tutti. Scrivo su un quaderno pentagrammato per chiedere alle parole di farsi tonde liquide e imprevedibili, giuste come un silenzio tra due amanti. Il pianoforte suonato dalla foglia va lento e dolce, scatta poi di capriole bambine per frenare di nuovo sull’orlo dei miei occhi. Ti vedo, vedo il momento in cui mi hai regalato la foglia color terra mai pestata, sottile e ancora pronta al raggio di sole dopo oltre vent’anni.

Un mistero positivo

A quest’ora della sera, ormai si può ben dire sul far della notte, gli insegnanti non hanno smesso la loro veste mortificante di burocrati e seguitano a compilare una delle tante caselle telematiche che compongono il singolo giudizio del primo quadrimestre per ogni alunno, molti essendo titolari di più materie – dopo aver fatto, ovviamente, le ore diurne negli istituti e iniziato le valutazioni in riunioni online il pomeriggio a casa. Molti dicono che il loro lavoro è una pacchia, e loro lavorano per lo stesso stipendio ridicolo di sempre rispetto all’importanza del compito e alla fatica spesa; per la stessa scuola che già oltre dieci anni fa chiedeva alle famiglie di portare la carta igienica mancante nei bagni; nella stessa nazione che prima delle ultime utili emergenze era comunque abituata a notizie di tetti crollati in edifici scolastici; lo stesso paese che paga una ultra trentennale dichiarata crisi della politica, ora giunta al pettine nelle ipotesi credibili di scalata al vertice costituzionale da parte di un oligarca. Cosa spinge questi insegnanti a lavorare ancora sul far della notte, così? Di certo, nulla che possa trovare riscontro nello stato presente delle cose (deteriorato ormai anche per il terrore aziendale di cosa potranno dire i genitori degli alunni, davanti a una valutazione non gradita). Per questo, ancora di più, grazie, insegnanti: siete il mistero positivo che giustifica la non estinzione di un settore pubblico gestito senza la minima cura né più ombra di senso. E domani, come ogni giorno, altre lezioni.

Farfalle

Crescendo si diventa farfalle e pochi sono disposti a guardarci ancora da vicino accettando l’inquietudine che dà il bruco deforme: quasi tutti si contentano di salutare il nostro volo caotico tenendosi a pochi passi per dire che belle ali, le cose gli girano bene, resto un po’ e torno alle mie lune. Quando sei piccolo le cose importanti ti vengono annunciate come “da uomo a uomo”. Quando sei uomo capisci che tra pari si parla invece come “da stanchezza a stanchezza”. E quanta fatica c’è spesso nel divertimento! Una canzone famosa spiega tutto in modo semplice: ognuno in fondo è perso dentro i fatti suoi. L’equità della solitudine non consola e, benché ogni giorno possiamo trovarci a desiderare l’eremo per qualsiasi motivo, il vero è che in noi – se c’è ancora battito – esiste il bambino che sentendo la continuità del tutto animato e inanimato protesta di non poter giocare più con nessuno; protesta di non poter dire a un suo pari cosa si prova ad agitare le pecore nell’innaffiatoio, offrendogli il prossimo giro davanti al presepe e di nascosto alla nonna, per poi magari strappargli il gioco di mano subito dopo; perché una mano ci sarebbe a cui strapparlo, un compagno ci sarebbe da indispettire, una pace ci sarebbe da reinventare. E tempo ancora, prima che le farfalle inizino a volare.