L’ultima variante

Il virus è decisamente mutato, con l’ultima variante ha preso sembianze umane: ora si chiama no vax. Le case farmaceutiche hanno già pronto il vaccino, la somministrazione sarà appannaggio del governo non eletto dal popolo e avverrà in forma di decreto. L’iniezione al braccio del corpo sociale conterrà una percentuale di annullamento del diritto al lavoro, una di stigma propagandistico, una di statistiche taroccate, una di “vi alziamo le bollette ma l’importante è la salute”. Possibili effetti collaterali: scomparsa di persone che coltivano il dubbio e violenza immediata sugli ambigui residuali, nella cerchia amicale e in quella familiare; trasformazione delle chiese in ricettacolo virale finché pure loro non vieteranno le messe agli sguarniti di tessera verde. Possibile necessità di un richiamo dopo sei mesi o, con dose maggiorata da una percentuale di mercenari fascisti, nel caso di recrudescenze anticipate sotto forma di manifestazioni di piazza (come espressione di opinione e volontà popolare il diritto di voto ha infatti già perso interesse e credibilità, stando ai dati sull’affluenza alle ultime amministrative, ma non siamo qui per vantarci).

La terza parola

Comunicazione di servizio al me stesso del futuro, come un promemoria: oggi, giorno in cui è stato assegnato il Nobel per la Letteratura, mio figlio ha detto la sua terza parola completa: penna! Visti i festeggiamenti, da circa mezz’ora gira per casa con una penna in mano dicendo: penna! La prima parola è stata banana; la seconda camion; la terza penna. Prima cibarsi, poi guadagnare, poi scrivere. Giusto.

Sul metro dei quanti

Piccolo come diventa, può stare ovunque, nascondersi e non farsi trovare, passare la materia e certo uscire, quando e come vuole, da ogni poro. Invece resta dentro. Ridotto e stretto come niente al mondo, il cuore, la prima volta che porti un figlio al nido. È fisica, elemento più piccolo sul metro dei quanti non esiste. E le traiettorie! Impazzite sghembe nervose, accelerate al millisecondo, battono sulle ossa e sulle pareti di carne. Torni a casa, valuti il da fare, parli col portiere, fai bene le scale, infili la toppa e cedi – un altro vuoto: stavolta è nella mente. Si è staccato dalla mente un ramo intero. Nato da poco ma cresciuto subito forte, divaricato in mille legni verdi sottili per l’esposizione fortunatissima. Così fitta ne era la trama da fare ombra a terra e fresco per l’erba dove giocare. Adesso quel ramo vive ma altrove; altrove ma per poco; e tanto basta al laser del sole per incenerire le farfalle nate lì sotto. Così è l’ennesima novità, l’innumero esilio dal centro. E ogni volta non sai dove ti hanno posato, non sai da dove scrivi, da dove guardi, da dove pensi, tanto la vita ha rapito la vita a te stesso con altra vita mai ferma e lucente. E si scrive poco, sempre da una periferia, mai più dal centro; si guarda mai più dagli occhi; si ascolta mai più dalle orecchie solo nostre – sempre avuti, sempre avute, prima che l’amorino ti riducesse il cuore sul metro dei: “Quanti siete ora nella stessa vita davvero?”

Un bell’aspetto

Sei visite al blog nell’ultimo mese confermano che non sono diventato un market h 24 o un’emittente nazionale. L’albero aspetta mesi per dare foglie verdi, gemme croccanti, frutti maturi – che possono piacere o meno, è chiaro. La desertificazione delle visite mi dice: sei più simile a un vivente, forse un’oasi, che a una insostenibile ruota da criceto. Quasi insieme ho smesso di annotare in agenda le mie giornate, dopo due anni. Me ne sono accorto solo dopo, recuperando il fiato che la disciplina di cronaca e la vita mi avevano spezzato. Ma è stato bello. Bellissimo anche perché non infinito. L’interruzione non voluta, semplicemente accaduta, darà più valore alle pagine che rileggerò ogni tanto, a breve o chissà fra quanti anni. Frutti caduti che non marciranno mai. Esagerato, in questo caso, è continuare a tenere aperto il blog – come certamente farò – aspettando sempre che qualcosa mi punga nel modo in cui deve per arrivare fin qui. Aspetto, ed è respirare, e mi piace così.

Un futuro da bestia

Farò come la più piccola delle bestie, tutta istinto di vita e cura dei cuccioli, ricerca del minimo, star bene con poco e di guardia alla tana, nelle notti accese al lume di fuoco, finché non saremo stretti a fuggire e cercare altro rifugio. Senza indagare la fonte del male che ci stana, senza pretese copernicane di cambiarlo, estirparlo, invece seguendo una vita al più naturale e senza rancore, spenta di giudizio, priva di sicumera, ebbra di ferite solo mie, diffidente ma acuta all’intuito del bene. La mia vita sarà breve umile grata dolente, stupita, davanti ai soli occhi dei miei tesori. La mia vita selvatica sarà il loro insegnamento, offerta di senso da ricalcare o rigettare con la stessa libertà, ma all’unica insegna di altra vita possibile. Passerò fino all’ultimo dagli altri non visto, né complice né salvatore, lontano da questa pornografia del buon esempio, tra incendi letali ai vivi animali e vegetali, guerre virali tra umani e altri umani, cimiteri sommersi a miriadi tra le zolle d’Africa e Europa e ogni altra intenzione di questa feroce primavera della paura.

Io e Leopardi

La differenza tra me e Leopardi è che io so cosa c’è dietro il colle, eppure dall’esclusione dello sguardo che fa la gobba al già conosciuto traggo comunque l’infinito, che invece a lui nasceva proprio dalla mancata informazione. Dietro il mio colle romano – per dirne una – c’è Palermo, l’infinito spaesante di una città che ancora mescola i suoi confini coi miei ogni volta che ci torno. E mi perdo, di nuovo: si sovrappone l’idea di me stesso al carattere del luogo. Se rimango invece al di qua del colle, di vedetta nel mio avamposto qui a Roma, posso ancora cantare il mondo con l’infinita mia voce, che è sì palermitana ma unicamente mia, non più della città porto. E questa voce la tengo in mano, mi fa da bussola ovunque per sondare i misteri e i caratteri esteri di ogni cosa. Il mare in cui l’azzurro poeta annega io lo conosco, ne vivo ogni goccia al dormiveglia sulla cuccetta della Florio o della Rubattino. Così navigo l’infinito che mi unisce e separa le camere dell’essere, che è mare notturno dalla chiglia pieno di lucciole smosse.

Agguato

Senza andare nei boschi, senza abitare nei boschi e dormirci la notte, senza essere una bestia che insieme vigila e dorme nella tana – fuori è l’orchestra furtiva dei fruscii predatori – senza nemmeno abitare in una campagna isolata o ripararsi tra i ruderi di un paese fantasma sotto le stelle, si può sentire la paura, si può vivere la paura nella camera di una casa in centro città, lo stesso abbandono a sé stessi, la stessa incognita sul domani e la violenza in agguato dell’unica vera comune condizione dei viventi: la precarietà. Nascondi il filo meglio che puoi, un giorno lo troveranno comunque e non sarai più appeso, tenuto voluto sentito nutrito cullato. Dov’è il sorriso, dove l’abbraccio, dove la rassicurazione, dove il calore che ci faceva chiudere gli occhi sottraendoci alla notte? Siamo nella notte adesso, si deve scegliere come affrontarla. Il meglio è quando riesci ad accendere un fuoco. Più spesso sono solo occhi aperti al buio nell’antro o stretti sugli alberi in sospeso.

Cuore d’albero secolare

Ho tra le mani da due giorni un libro di 135 anni fa. L’ho aperto solo oggi, dopo averlo fatto ambientare nello studio, alle variazioni della luce del giorno sulla scrivania. L’ho salvato dalla libreria della mia bisnonna prima che arrivassero estranei a dismettere la casa della nostra grande storia. Sul dorso della prima pagina di rispetto c’è la dedica: A Lucia Carrozza la sua maestra offre per incoraggiarla a studiare. Sotto, la firma: La Bua Rosina in Natale; più giù, stavolta a destra, di sbieco, la data: 13/12/94. Era la coda dell’Ottocento. Mi sento davanti a un albero, unico elemento fisso di un paesaggio cambiato nei secoli, da bosco a campagna, poi periferia, poi centro città. E l’albero, la sua anima sono ancora lì. Mi fa impressione poter ricavare dalle poche parole scritte in grafia sottile, e certo con la stilo, un racconto senza ombra di dubbio fedele a una realtà dei fatti così lontana, quando io non ero nella mente di mia madre, che non era nella mente di mia nonna, che non era nella mente di mia bisnonna. Nel racconto c’è la condizione eletta, all’epoca, di una bambina che riceve un’istruzione; c’è il timbro di quella pedagogia, fatta di carezze che velano evidenti prigionie; c’è il giorno preciso della settimana in cui Lucia riceve il suo regalo, un giovedì, per l’onomastico; c’è la motivazione del regalo che allude a una pigrizia nell’apprendimento; c’è la formalità dietro il gesto affettuoso di un adulto che nella firma mette prima il cognome e poi il nome. Ovviamente, c’è anche il titolo del libro, perfetto per invogliare alla lettura.

C’era una volta una bambina di buona famiglia, ricca da generazioni. Si chiamava Lucia. La scuola era cominciata da appena due mesi, ma Lucia sembrava ancora presa da altri pensieri. Un giovedì, ebbe un regalo dalla maestra. Un libro per il suo onomastico. Lucia sapeva leggere, certo, non era più all’inizio della carriera scolastica, eppure non le andava tanto di rinunciare ai giochi coi cugini e i figli dei servi, e il mondo di fuori, o anche solo il labirinto invitante del loro palazzo davanti al mare, erano troppo belli per chiudersi in un libro. Ringraziò la maestra, fece un inchino e tornò a prepararsi per la messa nella cappella di famiglia. Almeno quel giorno, le lezioni erano rimandate. Che gioia, poi, festeggiare l’onomastico mangiando arancine come da tradizione legata alla santa del 13 dicembre. Entrando di corsa in camera, il libro le cadde di mano e atterrò aprendosi sul frontespizio. Lucia si chinò a raccoglierlo e finalmente gli diede un’occhiata. Era uscito otto anni prima, 1886. Però, aveva un bel titolo! Cuore. Il sottotitolo sembrava parlare proprio a lei: Libro per i ragazzi. Meritava una possibilità. Così la bimba saltò la raccomandazione dell’autore e iniziò a leggere. Oggi primo giorno di scuola. Passarono come un sogno quei tre mesi di vacanza in campagna! Anche il protagonista andava in estate lontano dalla città, come lei. – Vediamo un po’, dai. Magari mi piace anche il resto.

Rimbambinire

Oggi ho riscoperto l’acqua calda, è stato bellissimo: ero con mio figlio e giocavamo col rubinetto del bidè. Aspettava l’apertura del miscelatore col fiato sospeso, irradiava luce da tutto il viso quando arrivava il flusso e rideva come uno scoiattolo quando infilava le mani nella pozzetta che attendeva di scolare. Oggi ho mandato un messaggio di auguri a una cara amica che ha partorito esattamente un mese fa, senza averla più sentita da allora ma immaginandola in piena metamorfosi e tutta presa a riconoscersi la pelle tra molte fatiche e innumerevoli albe. Oggi ho visto e condiviso la foto di un soccorritore della guardia civile che salva un neonato caduto in mare al largo di Ceuta, davanti al Marocco: una cosa prodigiosa. Il bambino levato dalle acque si è salvato nell’incontro fra buona sorte e azione umana, trasformando l’immagine in emblema di disperazione e contemporanea speranza. Oggi è nato il figlio di mia cugina che considero una sorella minore, è stato liberatorio per lei ma anche per noi, che abbiamo sentito uscire dal petto la memoria fisica del nostro arrivo sulla Terra da genitori. Parlando coi nonni e i vari zii – suo fratelli – ho fatto così gli auguri a tutti noi, noi compresi cioè. Non sono riuscito a fare quasi nulla di ciò che avevo in programma, anche per altri motivi, ma rileggo le quattro colonne su cui si è edificato il giorno e capisco di essere stato molto vicino ai bambini – più di quanto accade in genere di poter fare – bambini di un anno al massimo. E mi sento rimbambinito, che significa: perfettamente lucido e paradossalmente contento.

Saprai essere terra

Saprai essere terra, figlio mio? Saprai allargare, spaccare il caro e modesto vaso in cui abbiamo trasferito le radici dopo il saluto a Palermo? I nostri appoggi spingono ma non trovano luogo, trabocca a volte l’acqua, non viene assorbita e soffoca. Vivere stretti così non permette di crescere, la curva di coccio è dura ma, anche spaccandola, fuori deve esserci la terra. Come vorrei darti aria e racconto del grande campo da cui vengo, da cui vieni. Dobbiamo riavere terra. Se tu sarai terra, se crescerai qui insegnandoci la vastità, l’oltre fecondo di questa vita lontana dall’origine, noi torneremo a espanderci, di storia fusto braccia rami dita e foglie, per te che avrai il massimo nutrimento. E saremo viventi simili a nessun altro nel campo attorno, saremo noi l’origine conquistata a morsi di bufera, avremo un colore unico e nella corteccia i segni del buio prima che cielo e terra fossero divisi. Ma tu sei già la nostra terra, amore. Nessuno ci ha suggerito il nome degli elementi che la abitano e noi siamo chiamati a un battesimo incessante. Vorremmo solo conoscere la lingua da cui saremo parlati e qui non ci sono maestri a cui fare domande, da cui imparare – cioè ricordare – il mondo prima di questo mondo nuovo che è il tuo sorriso.